Il dopo derby dal dogma della fluidità alla centralità di Goudelock, passando per l’interrogativo Theodore e il fattore Kaleb

Discreta prestazione milanese contro una Cantù che prova a stare a contatto tutta la gara, rientrando spesso, ma effettivamente mai così vicina da impensierire una squadra che è più forte, e non di poco.

L’Olimpia aveva bisogno di questo successo, poiché oltre al record assai deficitario di Eurolega, la stagione regolare di campionato stessa non è che stia regalando ai tifosi un percorso esaltante, con tante prove poco convincenti. E’ ovvio che lo stato psicologico della truppa di Pianigiani non sia dei migliori, poiché perdere, da che mondo è mondo, aiuta solo a perdere di più. Andrew Goudelock è il miglior giocatore del roster biancorosso ed il suo rientro non potrà che dare certezze e soluzioni che fino ad oggi sono mancate e sono state parte dell’involuzione rispetto ad inizio stagione.

  • La difesa, come già visto ad Atene, produce almeno un decina di minuti di qualità. Fondamentale la presenza, in tal senso di Abass, unico esterno in grado di dare continuità in termini di pressione. Di conseguenza, anche i lunghi non vengono regolarmente attaccati in sovrannumero e possono aiutare e ruotare con maggiore sicurezza. Vero molto parzialmente quanto fatto notare dal coach di Siena in sala stampa (li abbiamo tenuti sotto media): Cantù segna di media 85,7 punti, ma nelle perse si ferma a 78 (78,2 prima di ieri), nonché fuori casa a 79,8 (80,4 fino alla palla a due del Forum). I momenti di intensità nella propria metà campo sono ancora troppo pochi e necessitano di essere spalmati, magari con qualche picco in meno ma con una costanza maggiore, su tutta la gara.
  • Jordan Theodore è un libro ancora tutto da leggere, nella speranza che non lo si debba scrivere. Ora, che non fosse uno dei fenomeni del ruolo lo dice la sua storia sino ad oggi, perché Antalya, Guaynabo (Portorico), Huracanes (credo sia Repubblica Dominicana…), Mersin, Bourg-en-bresse, Francoforte e Banvit non ricordano esattamente la storia del gioco, tuttavia la crescita di un giocatore può trovare terreno fertile anche in età più avanzata. Forse è più realistico pensare che  CSKA, Fenerbahce, Maccabi, Barcellona, Olympiakos e Panathinaikos hanno cercato, in estate, un “1”, titolare o meno, senza rivolgersi al “macedone”. Tecnicamente, oltre alla totale impalpabilità difensiva che mette in difficoltà in primis i lunghi, anche la fase offensiva, spessissimo, presenta problemi non da ridere. Mani decisamente molli, non in grado di frustare col polso in modo che la palla esca con maggiore decisione: di qui le difficoltà al tiro dalla distanza e la ricerca dell’appoggio totale del corpo per arrivare al ferro, specialità della casa. Del buono c’è di sicuro, ma se non si lavora a fondo sulle manchevolezze, il livello di Eurolega resta lontano.
  • Kaleb Tarczewski, così come il suo collega di reparto Gudaitis è la nota più lieta della stagione milanese sinora. Già lo scorso anno ebbi modo di vedere come stesse lavorando assai seriamente a livello individuale e questo paga. Oggi va a rimbalzo con tempi assai migliori ed è figura intimidatrice di spessore che sa esserci anche in Europa. Qualcosina inizia ad intravedersi anche in post, dove deve essere servito con maggiore continuità. Sulla “rollata” è ottimo, perché è quel che faceva già bene in NCAA: qui Milano deve saper “spaccare”, almeno in Italia, migliorando la resa del proprio “pick and roll”.
  • Ed è purtroppo ancora il “p&r” la nota dolente. L’80% dei primi possessi di ieri ha visto l’entrata nei giochi con un pick and roll centrale, alternata solo a quel “consegnato” che dà risultati migliori. Dopo 10 possessi mi sono francamente stufato di annotare la statistica… Nel mondo di oggi, con le partite che sono “scannerizzate” maniacalmente da tutti gli staff, pensare di poter competere ad alto livello con questa monotonia è pura illusione. Anche perché se non lo sai sfruttare bene, quel movimento iniziale, e se non attacchi realmente cercando di creare vantaggi da subito, il resto viene da sé e si chiama decine e decine di possessi con qualcuno che pompa il pallone senza costrutto. Due infrazioni di fila di 24″ ed una terza scongiurata da un Crosariol “alla Chiellini” sono lì a chiarire il concetto. Stiamo parlando di oltre un minuto di attacco senza andare al tiro. Non è qualità.
  • La circolazione di palla, sempre considerando quanto sopra, è parsa assai più fluida, ed allora molte cose sono migliorate in termini di percentuali. Goudelock aiuta molto a togliere le castagne dal fuoco, ma anche lui ha bisogno di ritmo. Perchè i tanto menzionati “buoni tiri”, è vero che avevano spesso molto spazio, ma è altrettanto vero che non erano quasi mai in reale ritmo, come deve essere. Se poi si accompagnano a delle gambe “scariche”, la palla è dura che faccia cantare la retina. Quando invece, come ieri, il cuoio passa di mano in mano con maggiore rapidità, ecco che quelle stesse gambe “senza energia” magicamente si caricano e tutto si conclude con l’amato fruscio. Anche se l’attacco non ammalia Steve Kerr.

Ora sotto con il Baskonia e con Malaga, che sono due squadre di spessore ben differente. «Mi spiace che arrivi il Baskonia, la migliore (?) oggi dopo il CSKA, col Panathinaikos…». Fortunatamente, coach, questa è la vita in Eurolega: si giocano grandi partite contro grandi squadre. E se si vince, sono grandi vittorie.

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2 pensieri su “Il dopo derby dal dogma della fluidità alla centralità di Goudelock, passando per l’interrogativo Theodore e il fattore Kaleb

  1. Sottoscrivo la lettura relativa al gioco in attacco e all’utilizzo di Abass. Vincere in campionato e’ comunque fondamentale non solo per la classifica ma anche per il morale.

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