La battaglia di Ettore. Mancano poche ore, e sarà finalmente tempo di basket, di basket vero, nel pieno rispetto di competizioni che di solito vengono ridimensionante solo da chi non le porta a felice compimento.
La battaglia di Ettore. Forse oggi come non mai, da identificarsi in un personaggio che da tempo, per usare le sue stesse parole, ha terminato «la luna di miele» con tifosi, e movimento.
Inevitabilità di qualsiasi cambiamento, perché le rivoluzioni producono governi, che a loro volta ridestano malumori e nuove volontà di cambiamento, quasi innescando la nostalgia del “prima”.
Non è questo il caso, non lo è mai stato. Ma resta la battaglia di Ettore. Non una redenzione, si badi. Perché in uno scenario di scontate banalizzazioni partigiane, i trofei si pesano e si contestualizzano come metalli preziosi diversi, ma pur sempre preziosi.
E una Final Four è un diamante di considerevole caratura, tenendo conto dello stato del campo da cui è stato raccolto, a sette anni dall’ultimo playoff, a decenni dall’ultima presenza in quell’atto culminante. Le carriere, in Europa, per chi non lo sapesse, si misurano non solo sui trofei, ma anche sulle partecipazioni a quell’ultimo fine settimana. Paradiso cestistico del vecchio continente.
La battaglia di Ettore. Un nome, per chi si è preso di petto l’Olimpia Milano. Per chi l’ha vissuta in un’identificazione tra uomo e club paragonabile solo agli anni di Cesare Rubini (con tutte le differenze del caso). Per chi la vivrà sempre senza fare un passo indietro.
La battaglia di Ettore. Ettore Messina parla poco, e seccamente. Sono scelte, che spesso creano incomprensioni. Ma senza mai rigettare la responsabilità. Il primo obiettivo, sempre lo scudetto. La colpa, essere arrivati in fondo senza fiato. L’espiazione, lavorare per evitare che questo si ripeta.
Concetti rapidi, che non rappresentano la gogna mediatica richiesta di consuetudine dal popolo dopo una disfatta, ma che non rifuggono la presa di responsabilità di un fallimento sportivo.
Umiltà, anche. La rivisitazione degli errori. Per un sostegno «di personalità» come Gianmarco Pozzecco. Per un innalzamento di fisicità in squadra. Per una gestione degli uomini che, certamente, cambierà totalmente.
La battaglia di Ettore. Perché l’ottenimento di risultati importanti, e la creazione di una cultura societaria all’avanguardia, hanno permesso di attraversare le acque burrascose di una finale scudetto, quella sì, fallimentare, senza perdere la via maestra della continuità.
Un tempo, un ko avrebbe rivoltato tutto dalle fondamenta. Oggi, pur nel tarlo di una sconfitta che ha fatto malissimo ad ogni singolo componente del roster 2020-2021, si cancella il termine “ricostruzione” e “rivincita” per un più pacato e romanzesco “c’è un lavoro da finire”.
La battaglia di Ettore. C’è un lavoro da finire. Un lavoro tricolore. Senza dimenticare le grandi campagne d’Europa.


E noi saremo qui a sostenerlo senza se e senza ma, fino alla meta. Consci che il lavoro duro paga e godendoci ogni singolo successo. E se durante il percorso ci saranno delle cadute ce ne faremo una ragione e non dubitetemo del vostro impegno
A leggere te sembra di stare, visto il tuo colore, nella Cina di Mao, casella: ministero della propaganda o trasportando in Italia il tutto, ai tempi di Capoccione, al MinCulPop: credere, obbedire, combattere……con questo post ultraretorico te la sei tirata!
Naa Mao ci sta ma Mincul Pop proprio no
Uh, scendiamo in politica e massimi sistemi!
Maggi: nell’articolo di i che la gestione degli uomini cambierà: che certezze hai in merito? Io ho invece paura che finiremoo ancora con la lingua fuori, a fine stagione. Per il resto concordo e ti ringrazio per la presa di posizione e gli approfondimenti.
@Di.Me. = Anche io (sulla gestione uomini) ma spero di strasbagliarmi ed essere spernacchiato da @Orlandoilrosso