“Lo scorso anno è stato dura, ora la gente mi ferma e esalta il mio cuore”. L’intervista di Leandro Bolmaro

Alessandro Maggi

Leandro Bolmaro, esterno argentino di Olimpia Milano, ha parlato con Sky Sport. Ecco le sue dichiarazioni

Leandro Bolmaro, esterno argentino di Olimpia Milano, ha parlato con Sky Sport. Ecco le sue dichiarazioni nella lunga intervista concessa.

Famiglia e primi passi nello sport

«Ho una famiglia molto appassionata di sport, quindi per me è stato facile avvicinarmi. Da piccolo ho fatto un po’ di tutto: basket, calcio, atletica, nuoto. Ne praticavo tanti e alla fine ne ho scelti due: atletica e basket.»

La scelta tra atletica e basket

«A un certo punto andavo bene in entrambe. Poi mi sono trovato con poco tempo, perché mia madre voleva che finissi la scuola: per lei la priorità era la scuola prima dello sport. E io sono davvero contento di averla finita, prima di venire a Barcellona. A quel punto dovevo scegliere, e ho scelto il basket.»

Perché il basket

«Per me era lo sport più divertente, con più persone coinvolte, e avevo più amici. E grazie al basket ho conosciuto persone con cui sono ancora in ottimi rapporti, quasi migliori amici. È una parte bellissima, onestamente.»

Il salto in alto e l’atletica come “base”

«A dire il vero, nel salto in alto ero più forte: era la mia specialità. Però l’istinto mi diceva che il basket era la scelta giusta, e penso che lo sia stata.»

Coordinazione e dettagli fisici

«Tutta la coordinazione… oggi non vedi spesso un giocatore da ala o da due metri con così tanta coordinazione. Il salto coordinato è stato importantissimo. Anche perché io sono destro: normalmente si salta più con la sinistra, ma io salto più con la destra, che non è normale. E viene dall’atletica: saltavo sempre così.»

L’NBA Draft e la maturità mentale

«Ero troppo giovane, non ero pronto mentalmente. Inoltre il mio inglese non era buono, e questo pesa tantissimo perché la comunicazione è fondamentale.»

Rumore esterno, soldi e cambio di prospettiva

«Per me l’NBA è anche un “business”: vedi tutto quello che succede intorno, le trade, tutto ciò che accade fuori dal campo. Sei coinvolto continuamente. Per me era tanto rumore esterno. Ho deciso di andare perché ero giovane, era il mio sogno e c’erano tanti soldi. Oggi la vedo diversamente: per me i soldi non sono più la cosa più importante.»

Priorità: benessere, minuti, contesto

«Certo, devo pensare al futuro: lavoro, non posso giocare fino a 60 anni, devo guadagnare finché il mio corpo me lo permette. Ma allo stesso tempo do priorità alla persona e al giocatore: voglio stare bene nella città, nel club, e avere minuti, che per la mia testa sono ancora più importanti. I soldi possono contare, ma se non stai bene e non sei felice, allora non hanno nemmeno valore.»

Crescita personale e serenità attuale

«Prima ero concentrato su troppe cose che non mi permettevano di focalizzarmi sul basket. Ora è diverso: sono più maturo, più uomo. Mi sento anche più a posto fisicamente e molto più a mio agio. Vado step by step. Adesso sto giocando e mi sto divertendo tanto: mentalmente è un cambiamento enorme. Non c’è stress, non c’è tutto il resto: penso solo al basket.»

Il lavoro con lo psicologo

«La scorsa stagione è stata dura mentalmente, ma grazie a uno psicologo ho potuto esprimermi. Parlavo con qualcuno che non vive lo spogliatoio dall’interno: io gli spiegavo cosa provavo, cosa pensavo, cosa dovevo fare. Più o meno come ChatGPT, ma una persona: sa tanto e sa trattare le persone. Per me è stato importantissimo.»

Routine: focus, visione, concentrazione

«Quest’estate ho lavorato con lui non solo sulla mentalità, ma anche sulla concentrazione: esercizi che faccio ogni giorno per restare focalizzato, mantenere l’istinto, lavorare sulla visione. Non è solo parlare di vita o di basket: mi aiuta ogni giorno quando mi sveglio. Una delle prime cose che faccio è lavorare su focus, visione e concentrazione.»

Onestà e “reality check”

«È importante avere una persona così: ti tiene umile, ti dice la verità, è onesta con te. Non mi dice ciò che voglio sentire: lavoriamo come una squadra, vuole il meglio per me e io voglio il meglio da lui.»

L’esempio di Manu Ginobili: mentalità e costanza

«Ho imparato tanto da Manu Ginobili: anche nei periodi in cui nello sport non giocava e, in NBA, nei primi anni in cui non era sempre coinvolto, continuava ad andare ogni giorno al 100%. È durissimo quando non giochi — lo dico perché l’ho vissuto. Da lui ho preso questo: la mentalità della costanza. Oggi lo faccio anch’io, anche dopo ogni allenamento: ho la mia routine. Non per forza gli stessi esercizi, ma l’approccio: continuità, disciplina e disponibilità totale.»

“Mai mollare” e famiglia

«La cosa più importante è non mollare mai. Era la sua attitudine, il cuore che metteva. Io prendo questo da lui e ovviamente anche dalla mia famiglia, che mi ha insegnato a dare il 100% sempre, ovunque.»

Rapporto con i tifosi e vita a Milano

«La gente mi ferma e mi dice che ama come gioco “con il cuore”: questo mi fa sentire a casa. Anche i tifosi. È bello sentirlo. A Milano puoi fare di tutto, c’è una bella vibrazione.»

La musica fuori dal campo

«Fuori dal campo faccio molta musica: per me è importante perché mi stacca dal basket, mi stacca da tutto.»

“Chi ha il peggior gusto musicale in squadra?”

«Il peggiore? Il peggiore è Lorenzo Brown: a volte vado presto in sala pesi e la musica è già partita… è un rap lentissimo, davvero lento. Anche Armani Brooks ha una musica terribile: ogni tanto riesce a cambiare, sto provando a portarlo dalla mia parte, ma…»

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