Che questa finale sia una battaglia. E che le regole siano però uguali per tutti. Con Trento, non è sempre stato così…

Dal 5 giugno 2018 sarà occasione di redenzione per l’Olimpia Milano, ancora scottata da quell’1-4 che fu punto più basso della gestione Armani al Forum d’Assago.

Da allora mai un momento di reale pace nel rapporto con i tifosi, un Purgatorio cestistico vissuto nella continua ricerca di vittime e carnefici, con Simone Pianigiani ritrovatosi sul banco degli imputati a sua insaputa, e suo malgrado.

Ma Milano-Trento è certamente la finale più «idonea» del nostro movimento, l’epilogo di un triennio cestistico che mette in campo uno scudetto, due Coppe Italia e due Supercoppe (l’Olimpia), una finale tricolore e una semifinale di EuroCup (l’Aquila).

Perché parlare di miracoli, oggi come oggi, al PalaTrento è insulto al buon senso. Il progetto Buscaglia miete risultati da anni, lo staff tecnico, con l’aggiunta di Lele Molin, non ha eguali nello stivale per esperienza e preparazione, e alla gestione del tutto vi è un Salvatore Trainotti che da due anni cede il passo ad altri, senza spiegazione alcuna, nel premio Gm dell’anno. Per intenderci, Peppe Sindoni è oggi in A2, e Federico Casarin è stato rimbalzato nella semifinale scudetto.

Poi vi è il campo, con quel quintetto bianconero che tanto ricorda, in quel di Milano, la «banda bassotti» di Petersoniana memoria (anche lei, non vinse nulla), riportando al centro del villaggio il basket «sangue e arena», dove l’attacco è figlio della difesa, e il ferro è terreno ben più percorso dell’arco da tre punti.

Ma sarebbe un peccato che, il comunque opportuno ricorso al «fisico» (che è basket europeo, basket italiano, senso ultimo dell’antologia del tutto, le minors), venga tutelato più di quel che, alla fine, illumina il campo sopra ogni cosa: il talento.

Qualche numero? In gara-4 l’Aquila Trento è andata in lunetta 30 volte, la Reyer Venezia 8. In gara-5 di semifinale scudetto, un anno fa, la squadra di Buscaglia si presentò dalla linea della carità in 35 occasioni, l’Olimpia in 12. E nei 4 successi dei bianconeri, il computo fu 109-65.

«Potrei dire veramente tante cose su questa serie di semifinale che non sarebbero belle, e che non mi sono piaciute, in tutte e quattro le partite. Ma non lo farò, perchè tanto il risultato non cambierebbe». Riproponiamo queste parole di Walter De Raffaele, dopo gara-4, per ribadire come Trento sia anche altro, che il campo produca verdetti ma anche numeri, e che di questi si debba tenere conto.

Questa finale scudetto dovrà essere battaglia. L’Olimpia Milano, per chiudere il suo percorso di redenzione, dovrà consegnare al pubblico quel «sangue e arena» che tanto brama. Ma se battaglia deve essere, se «sangue e arena» deve essere, che le regole siano uguali per tutti. Perchè le armi sono le stesse, e anche le pene devono essere le stesse. Ultimamente, contro Trento, non è stato così.

Alessandro Luigi Maggi

Ps. Watt…
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4 pensieri su “Che questa finale sia una battaglia. E che le regole siano però uguali per tutti. Con Trento, non è sempre stato così…

  1. Spunto interessante. In effetti Milano ha un po’ di talento in piu’ e speriamo dunque che questo sia tutelato, secondo regolamento. E questa a tutela anche a beneficio dello spettacolo. Io credo che sara’ una serie lunga e molto combattuta. Vedremo. Buone finali a tutti!

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  2. Ma se battaglia deve essere, se «sangue e arena» deve essere, che le regole siano uguali per tutti. Perchè le armi sono le stesse, e anche le pene devono essere le stesse. Ultimamente, contro Trento, non è stato così.

    Ma che vuol dire? Non ho capito nulla.

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