“Correre, divertirsi, poter sbagliare”. Peppe Poeta disegna la sua Olimpia Milano

Alessandro Maggi 8

Prima conferenza stampa in Italia da capoallenatore di Olimpia Milano per Peppe Poeta, che incontrerà nel pomeriggio i giornalisti al Forum

Conferenza Stampa Peppe Poeta

Peppe Poeta ha incontrato la stampa presso la Secondaria del Forum. Tanti i temi toccati: qui ci concentriamo sulla sua vocazione da allenatore e su come intende impostare la sua Olimpia Milano.


SULL’INCARICO

«Non sono le condizioni che avrei sperato per diventare capo allenatore, per mille motivi. Non ho mai voluto subentrare in corsa, prima di tutto perché volevo aiutare Ettore nel miglior modo possibile e ci tenevo tantissimo che le cose finissero nel modo migliore per lui, come meritava.

Poi è chiaro: una volta successo quello che è successo, darò il massimo. Sento davvero il supporto e la fiducia della proprietà, con cui parlo spesso – da Leo Dell’Orco a Michele Tacchella e Laura Tadini. Sento la vicinanza di Christos e di Baiesi ogni giorno: mi danno grande forza e fiducia, e io ci metto il mio entusiasmo.

La squadra ha risposto bene, ma so che sarà complesso: sarà una maratona, un “long run”. Spero di poter aiutare nel miglior modo possibile, con le mie competenze, a fare bene già da quest’anno».


SULLE SUE SKILLS

«Ognuno deve allenare secondo le proprie inclinazioni. Io alleno da Peppe, con il mio modo di approcciare il lavoro. Non credo esista un unico modo “migliore” o vincente: vince Ancelotti in un modo, Conte in un altro, Allegri in un altro ancora, per fare esempi calcistici.

Io ho un modo di allenare più… diciamo, più kind, e questo è il mio approccio. Però con una base di X&O che ho sviluppato negli anni, cercando di apprendere da tutti, tanto anche da Ettore. Ognuno deve allenare a modo suo: arrivare in corsa è diverso che iniziare dall’interno, ma resta comunque un approccio diverso dal suo, completamente diverso. Serve tempo, serve un percorso. Non ho un’enorme esperienza da capo allenatore, quindi prenderla in corsa è ancora più sfidante».


SULLE TANTE GARE DELLA STAGIONE

«Ci sono tantissime cose stimolanti e nuove, da cui devo imparare il più possibile e nel minor tempo possibile. Devo adattarmi a questo tipo di format, che ho vissuto a lungo solo da assistente.

La cosa che mi dà fiducia è che mi diverto: mi diverto ad allenare e, più di tutto, mi diverte allenare la partita. Mi piace, lo vivo con leggerezza, più o meno come facevo da giocatore. In questo modo percepisco un po’ meno lo stress, che ovviamente c’è».


SU COME VUOLE LA SUA OLIMPIA

«Sto cercando di capire come aggiustare alcune cose che ritengo possano essere efficaci. Provare a giocare un po’ di più in campo aperto potrebbe essere uno dei primi passi: liberare un po’ di più Ellis, Bolmaro, Brooks, dare campo ai nostri esterni. Giocare più in transizione può aiutare la squadra a esprimersi meglio.

Non credo di avere un “mio” stile di gioco fisso: penso sia fondamentale che un allenatore cucia il vestito migliore sui giocatori, esaltandone i pregi e cercando di nasconderne i difetti. Questo è il mio obiettivo: valorizzare al massimo ciò che abbiamo.

Devo dire che la risposta di questa prima settimana è stata fantastica: sono contentissimo. Lo staff mi sta dando una grossa mano, tutti i ragazzi dello staff. Sono stracontento, straemozionato e stracarico».


SULLA GESTIONE DEL ROSTER

«All’interno di una singola partita la rotazione può essere un po’ più corta, ma questo non significa che chi gioca meno venga escluso dalla partita successiva. Penso che, se un giocatore resta in campo per un certo minutaggio – con la possibilità di sbagliare e di entrare in ritmo – questo possa aiutarlo a prendere fiducia e performare meglio. È un mio credo e lo porterò avanti.

La gestione di un roster lungo non l’ho mai fatta a questi livelli, quindi dovrò adattarmi strada facendo. Cercherò di sfruttare al massimo le caratteristiche di ognuno, mettendoli nelle condizioni migliori per rendere».


SUI PLAYMAKER

«Lorenzo verrà reinserito gradualmente, perché ha già avuto 2-3 infortuni muscolari e dobbiamo stare attenti. Oggi ci godiamo questo Ellis in ascesa: sta facendo davvero bene. Anche nell’ultima partita, in cui ha segnato solo un punto, ha difeso in maniera incredibile e tenuto alto il ritmo del gioco.

24 punti a una guardia, 26 a un’altra: avere due esterni così innescati in una partita in cui lui non si è mai messo in proprio è un valore enorme. Siamo molto contenti».


SU QUESTA IMPORTANTE AVVENTURA

«Io cerco sempre di godermi il momento, perché penso sia la cosa più importante. Mi sto godendo questo periodo come mi sono goduto l’anno scorso, il primo anno fantastico da capo allenatore.

Provo a non guardare troppo avanti: lo facevo anche da giocatore. Quando mi chiedevano il sogno nel cassetto, rispondevo: “Continuare a vivere il sogno che sto vivendo”. Allenare l’Olimpia a 40 anni – credo di essere l’allenatore più giovane dell’Eurolega – è un sogno che si realizza, anche se non nei modi sperati. Nella mia testa sarebbe dovuto succedere l’anno prossimo.

Mi godo il momento senza pensare troppo al futuro. Vedo una partita alla volta, sapendo che la vita dell’allenatore è una montagna russa. Proprio per questo voglio viverla con serenità, divertendomi e godendomi questa opportunità incredibile che la proprietà mi ha voluto regalare».


SULLE TRE GARE DA CAPOALLENATORE

«Onestamente mi sono goduto le prime tre partite da capo allenatore: è andato tutto nel migliore dei modi, forse fin troppo bello per essere vero. Abbiamo giocato tre gare splendide e siamo stati quasi sempre avanti. È andato oltre ogni più rosea aspettativa.

So benissimo che la realtà non sarà sempre questa: ci saranno tanti alti e bassi, il calendario è difficilissimo, siamo ottavi in campionato e dobbiamo risalire. È una situazione da affrontare in modo serio e razionale, guardando una partita alla volta.

Mi sono goduto queste tre gare, ho percepito un affetto incredibile dal Forum e dalla gente, e soprattutto un livello di impegno dei giocatori che è ciò che mi dà più fiducia, nonostante le tante decisioni da prendere. Creare chimica è fondamentale: se si gira troppo, diventa difficile costruirla. Sicuramente darò qualche partita di riposo a giocatori chiave, ma senza stravolgere del tutto le rotazioni tra LBA ed Eurolega. Preferisco avere un “core” di giocatori che trovino complicità e si aiutino, anche a discapito di qualcuno che giocherà un po’ meno».


SULLO STILE DI GIOCO

«La qualità migliore di un allenatore è esaltare i pregi e nascondere i difetti. Non sono un grande fan del post basso, eppure l’anno scorso ho giocato più post basso di tutti perché, con Bilan e Burnell, era ciò che funzionava di più.

Questo è solo il mio secondo anno da capo allenatore, e proverò a seguire questa linea: adattare il gioco ai giocatori. Se mi chiedi la pallacanestro che mi piace di più, è quella che amavo da giocatore: alto ritmo, tanti possessi, pick and roll in transizione.

Con i corpi che ci sono oggi in Eurolega e con le regole attuali, giocare tanto a metà campo è difficile: il gioco diventa stagnante, ci sono tanti cambi difensivi, è complicato creare vantaggi. Più si riesce a correre in campo aperto, con la difesa meno schierata e i giocatori non sempre nella posizione perfetta, più si riescono a trovare flusso e vantaggi».


SUL SUO STILE DA ALLENATORE

«Bella domanda. Sono affascinato dagli schemi e dalle lavagne: mi piaceva già da giocatore rubare uno schema, un canestro, una situazione tattica. Mi diverte ancora oggi preparare un ATO, un “after time-out”.

Però la verità è che non bisogna dimenticare che la pallacanestro è dei giocatori: sono loro che ti fanno vincere, il gioco è nelle loro mani. Oggi più che mai bisogna supportarli, dare fiducia, aiutarli con la conoscenza ma anche con un pizzico di libertà, così possono prendere decisioni con più sicurezza.

Credo che oggi un buon allenatore debba togliere pressione, non aggiungerne. Questa generazione ne riceve tantissima dall’esterno, e se ne mette addosso altrettanta. I social amplificano tutto: finisci una partita e hai cento commenti. Ai miei tempi, se il giorno dopo prendevi un 4 sul giornale, ti arrabbiavi col giornalista e finiva lì.

Questi ragazzi invece vivono un carico diverso, e lo sentono. Sono i primi a voler giocare bene, entrano già in campo con molte aspettative. Se li aiutiamo a togliersi un po’ di questa pressione e a ritrovare lo spirito ludico del gioco, un po’ di leggerezza, possono rendere meglio.

Questa è la mia idea, il mio modo di allenare. Non esiste giusto o sbagliato: vincono anche allenatori che puntano moltissimo su disciplina ed esigenza, e vincono quelli che giocano in un modo più libero. Non c’è una sola verità».


SULLA PRESSIONE

«La verità è che non penso troppo al medio-lungo termine: penso a una partita alla volta e a fare il massimo. È chiaro che se perdi stai male, ma fa parte del gioco.

Capisco perfettamente l’analisi su giudizi e bilanci a fine anno, ma io non ci voglio guardare adesso. Voglio pensare a una sfida per volta e spero di potermi divertire, e di far divertire il pubblico come si aspetta, rimanendo competitivi».


SU CHI LO VEDEVA GIÀ ALLENATORE

«La verità è che me lo dicevano loro, i miei ex coach, ma io non volevo fare l’allenatore. Poi, appena ho smesso, Ettore mi ha chiamato per venire a vedere l’Olimpia e Gianmarco per dargli una mano in nazionale. Loro vedevano in me qualcosa che io non vedevo.

Il primo anno da assistente è stato quasi un anno di transizione: non avevo ancora scelto di fare l’allenatore. Molti mi dicevano: “Assistente è un ruolo di passaggio, poi puoi scegliere se fare management o altro, intanto ti serve”. Ho fatto quel primo anno, mi è piaciuto, mi sono divertito. E oggi siamo qui».


SULLE PAROLE DI DANILO GALLINARI

«Dani è mio fratello: abbiamo fatto cinquanta raduni insieme, in camera in nazionale. Abbiamo un legame fortissimo. Oggi però non abbiamo nessuna intenzione di aggiungere giocatori.

Se Danilo venisse qui, lo porterei a casa mia, questo è sicuro e lui lo sa. Gli voglio bene e sarebbe stato bellissimo se avesse chiuso qui la carriera, ma in queste circostanze è qualcosa di molto complesso, molto difficile».


SULLA PAROLA CHIAVE “DIVERTIMENTO”

«Credo tantissimo in questo. Lo spirito con cui siamo usciti da Brescia l’anno scorso era un po’ questo: lì le contingenze e la pressione erano diverse, qui è tutto amplificato, ma la parte ludica del gioco resta fondamentale.

I giocatori devono avere un po’ di leggerezza per alleggerire la pressione di cui parlavo prima. Questo non significa fare le cose a caso: significa essere professionali nel modo giusto, seri in quello che si fa, ma comunque divertirsi.

Ho detto ai ragazzi: se siamo professionali e seri, possiamo divertirci. “Divertirsi” non vuol dire non avere regole, ma fare le cose fatte bene per avere maggiore possibilità di vincere. L’unico modo che ho per divertirmi è vincere: se facciamo le cose nel modo giusto, aumentiamo le chance di vincere e quindi di divertirci».


SULLO STAFF

«Sono molto contento dello staff. Aggiungeremo, scaleremo qualche ruolo. Ci sono due ragazzi giovani: Beppe Mangone, che probabilmente verrà in panchina con noi, e Stefano Bertoli, che era videoanalista e qualche volta sarà con noi in Eurolega. Ho uno staff di primissimo livello e ne sono davvero felice».

8 thoughts on ““Correre, divertirsi, poter sbagliare”. Peppe Poeta disegna la sua Olimpia Milano

  1. Finalmente una conferenza stampa e non una serie di dichiarazioni di regime del sedicente Divisivo

  2. Sevqyeste sono le premesse direi che partiamo benissimo! Bravo Beppe, belle parole di totale discontinuità.

  3. Strano, Poeta sembra uno straniero che parla bene italiano, è la prima volta che lo sento così a lungo e questa è l’impressione che ho avuto

  4. Beppe ha detto solo cose di buon senso.
    Per questo è un rivoluzionario e un temerario:
    è già a rischio esonero dopo aver pronunciato questa frase
    “Credo che oggi un buon allenatore debba togliere pressione, non aggiungerne.”

    1. @cluca75 anche secondo me e’ quella la dichiarazione che fa pensare ad un modo completamente diverso di interagire con i giocatori……..le premesse sono buone….speriamo bene

  5. I giocatori si sentono più liberi senza un coach autoritario che gli urla dietro e li sostituisce ad ogni errore. Solo per questo giocano meglio, e si è sempre visto nelle gare senza Messina, prima con Pozzecco, poi con Fioretti e ora con Poeta.

    Un coach intelligente avrebbe dovuto rendersene conto, frenare il proprio ego e cambiare registro, ma le persone anziane sono ostinate e non cambiano, per questo invece di evolversi col loro sport imboccano la parabola discendente, finchè alla fine trovano la residua decenza e si fanno da parte.

    Per Messina questo side step è arrivato con un paio d’anni di ritardo solo perchè rispondeva a sè stesso e non c’era nessuno ad “avvicendarlo” per mancato raggiungimento dei risultati sportivi come capita fisiologicamente in tutte le altre società sportive e con tutti i coach senza doppio ruolo.

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