Milano è meritatamente in finale, ma… “it doesn’t mean a thing without a ring”.

Il 3-1 è più perentorio di quanto possano aver detto i risultati della serie. Dopo la sciagurata prova di gara 1, Milano ha controllato quasi sempre, dando la netta impressione, come ampiamente preventivabile (e qui preventivato) di avere categoria nettamente superiore a quella di Brescia. Leonessa che è stata assolutamente avversario meritevole di ogni considerazione e rispetto,  tuttavia impossibile chiedere di più agli uomini di Diana, in chiara condizione di inferiorità per talento e prestanza fisica. Per i biancoblu si chiude una stagione notevole, figlia di una sana gestione e di una crescita costante: ora arriva la parte più difficile, confermarsi a questo livello. Operazione che dovrà passare da giocatori chiave come Michele Vitali, per il quale non mancano parecchie offerte anche a piani superiori. Sicuramente la certezza si chiama Andrea Diana, il cui sistema rappresenta il punto di partenza, giustamente riconosciuto dal rinnovo firmato dalla Presidente Bragaglio.

Milano si prende la terza finale in cinque anni: le due precedenti portarono ai titoli 26 e 27, in quegli anni “pari” che la cabala ha registrato come assai favorevoli, in netta contrapposizione a quelli dispari, in cui la semifinale fu fatale, prima con Sassari e poi con Trento.

  • L’Olimpia Milano sta semplicemente dominando i Playoff. 6-1 il record, 86 punti di scarto tali nelle W, a 14,3 di media. 1 successo oltre i 10 punti, 1 oltre i 20 ed 1 oltre i 30 nelle due serie. 17,66 punti il differenziale con Cantù, 11 quello con Brescia (sempre limitandosi ai successi). Un primo turno più tranquillo, un secondo cominciato male ma poi gestito al meglio, con ogni ingrediente possibile: dominio totale in gara 2, vittoria di talento individuale in gara 3, prova solidissima di squadra in gara 4. C’è tutto per essere, come è corretto che sia, la netta favorita di questa competizione, con un messaggio chiaro che è arrivato da Kuzminskas ieri sera: «Dipende da noi». Finalmente qualcuno l’ha detto, senza fronzoli e senza paura.
  • Mindaugas Kuzminskas e quell’essere “lituano dentro”. L’MVP di gara 4 è l’immagine più chiara ed esplicativa del suo paese, dove la pallacanestro è religione e poesia, prima che prosa. La sua leggerezza, troppo spesso confusa con il concetto che in America si riporta come “soft”, è dentro l’anima di tanti cestisti baltici. Quell’essere bello, bellissimo, alternato a passaggi quasi malinconici. E’ la sostanza spesso mancata anche alla sua nazionale, addirittura immaginifica in determinati frangenti dell sua storia, quanto incapace di compiere quel passo che porta ad un successo, ad una medaglia pesante. Ma non chiedete a “Minda” di cambiare, sarebbe come chiedere al poeta di usare le “faccine” di WhatsApp. Al poeta però si può chiedere di usare l’ispirazione ed il pennnino migliore: ed allora quei polsi tanto deboli, sia nel rilascio del tiro che del passaggio, possono essere terreno di lavoro, duro. Perché non sempre l’ispirazione è quella dei giorni migliori e, di conseguenza, il prodotto dell’anima può scontrarsi con la realtà del campo.
  • Il fattore Pianigiani. Se l’allenatore è un uomo solo per definizione, quello di pallacanestro lo è più di tanti alti sport. Se è così nella pallacanestro, lo è all’ennesima potenza sulla panchina dell’Olimpia, almeno da tanti anni a questa parte. Ed allora gli va dato pieno merito per aver rimesso in piedi una stagione che, solo un mese e mezzo fa, era semplicemente disastrosa da parecchi punti di vista. Aver saputo convivere con i nuvoloni nerissimi che campeggiavano sopra la sua gestione tecnica e psicologica è stata cosa di notevole portata. Non gli è stato perdonato nulla, come facilmente prevedibile dal momento del suo approdo, ed il post Firenze pareva totalmente ingestibile, anche per evidenti errori suoi: navigare nel mare in tempesta è “tanta roba”, ora però si chiede l’approdo, perché del cammino, ormai purtroppo lo sappiamo, l’Olimpia non se ne fa nulla, colpevolmente. In fondo “it doesn’t mean a thing without a ring” pare proprio inventato per la Milano targata Armani.
  • La squadra biancorossa oggi, a questo livello, difende eccome. I passaggi a vuoto, che non hanno fatto prigionieri in Eurolega, sono assai più gestibili nel panorama non eccelso (…) della LBA. Il fatto che non creino disastri e rovesci dà maggior sicurezza a tutti. Ed allora anche un Goudelock si impegna al 101% dietro, cosa non certo nelle sue corde. Ottimo l’equilibrio che si è ottenuto tra la pressione crescente sugli esterni ed i movimenti in copertura dei lunghi. I quali danno due dimensioni diverse, assai differenti tra loro, che sono difficilmente gestibili dagli avversari.
  • Trento o Venezia? Bella domanda, il bianco od il nero? Perché non vi sono due squadre completamente differenti tra loro come quelle di De Raffaele e Buscaglia. L’impressione personale è che i lagunari possano essere tecnicamente più complicati per la struttura milanese, non fosse altro che per l’abitudine alla “rollata” dinamica che ha fatto tanto male, a tutti i livelli, in stagione. L’Aquila ha un gioco basato su principi più classici, quasi definibili “anni ’90” almeno fino allo scorso anno. Poi Buscaglia ha cambiato qualcosa nel senso di una praticità ed adattamento alle possibilità dei propri giocatori, come fanno gli allenatori con i “controattributi”: un poco meno di estetica a livello di tagli ed un po’ più di letture sui punti deboli avversari, permettendo ai propri interpreti di leggere uno spartito più consono alle proprie caratteristiche ed a quelle più comuni nel gioco odierno. Il tutto su una difesa che resta capolavoro di intensità e voglia di non farsi battere mai. Quindi chi è meglio per l’Olimpia? La sensazione derivante è che ci si possa adattare meglio all’Aquila,  tenendo a margine la considerazione che il Taliercio, inaccettabile sede per una finale (secondo anno di fila), dove i tifosi ospiti vengono trattati come i tori del rodeo, possa essere fattore campo di peso assolutamente maggiore rispetto all’accoglientissimo PalaTrento.
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10 pensieri su “Milano è meritatamente in finale, ma… “it doesn’t mean a thing without a ring”.

  1. La vittoria in finale sarebbe un sogno magnifico, il completamento di una stagione difficile, ma di evoluzione e crescita.
    Non è vero però che sia l’unico risultato vincente: se giocassimo alla morte e perdessimo lo stesso, credo che Milano potrebbe ricevere un applauso simile a quello che ha ricevuto ieri Brescia dai suoi tifosi.
    Molto bello. C’è solo l’obiezione interna, che se giocassimo alla morte, non vedo come possiamo perdere 4 partite in finale in Italia…
    Quindi forza Milano e augurissimi!

    La cosa migliore che ci sia capitata in questa stagione, dispiace per lui, è severo dirlo, ma tutto sommato giusto, è stata l’infortunio a Theodore.
    Senza di lui abbiamo trovato una compattezza, un ordine, una definizione dei ruoli che ci hanno permesso di diventare una squadra, come dimostrato in campo. Chiaro che poi, quando sei squadra, i valori dei singoli hanno l’humus per sbocciare e mostrarsi, prima l’uno, poi l’altro.
    Sarei troppo scaramantico se non dicessi che non vedo perché non possa essere così anche in finale.
    La scarsissima attitudine difensiva di Theodore, quello stare sempre sui talloni, molle, limitandosi a cercare la palla, spesso facendo fallo, a questo punto mi pare ovvio che venisse letta dai compagni con frustrazione, togliendo loro la voglia di piegare le ginocchia al proprio turno di farlo.
    Forse abbiamo perso un paio di penetrazioni a partita, ma di punti Cinciarini ne ha dati quanti Theodore, e insieme a Jerrels, hanno trovato un morso ben diverso in difesa, coinvolgendo perfino un inedito e grandioso Goudelock.

    Usare una rotazione tutto sommato ridotta, ma pur sempre di 9 uomini, è una scelta figlia di quelle logiche. In campo ci va chi ha voglia, insieme alle capacità che hanno tutti.
    Così Abass, dispiace, alla fine viene letto come uno che non aveva voglia, dispiace veramente.
    Perché va bene i pochi minuti, va bene che non ti fanno sentire voluto e sicuro, va bene che giocare così è difficilissimo, però il campione potenziale che sei, e che resti, si misura soprattutto con le grandi difficolta. Oggi sono di giocare a freddo, domani di vincere una partita da solo, come Goudelock nel finale di g3.
    Se invece fai passi, fermi la palla, rischi di perderla, e tiri tabellate senza senso, allora in partite di questo livello e intensità emotiva, proprio non puoi stare in campo. Purtroppo.

    Per riprendere una tua metafora brillante sui lituani, Pianigiani s’è dimostrato “lituano” dentro.
    Cerebrale, per niente sanguigno, incapace di dire quello che la folla si aspetta – memorabile il “andiamo a Brescia per vincerne almeno una” che ha fatto incazzare parecchi – però a guardare la (tanta) sostanza, aveva promesso che lavorava per questo finale, e per questo finale ha dimostrato di aver lavorato.
    Perché la sua oggi è una squadra che gli va dietro, che coinvolge tanti campioni, che sa soffrire, ma anche incantare.

    Non posso fare a meno di sottolineare la scivolata di Diana, l’unica nota negativa di tutta Brescia, su Goudelock. A parte che non è vero che guadagna come tutto il roster di Brescia, se anche fosse, ora Diana sa perché è così…
    Sorry.

    Il discorso tecnico su Trento Venezia come avversarie non saprei farlo. Venezia mi sta troppo antipatica per il suo pubblico rude e cafone, incompetente, e per il suo presidente-sindaco.
    (Al Taliercio c’è sempre uno che siede vicino ai microfoni dei cronisti, si direbbe, che urla contro per tutta la partita, contro gli arbitri, contro gli avversari, e chiaramente non conosce le regole. Veramente fastidioso, simbolo suo malgrado dei tifosi di Venezia).
    Quindi tifo Trento con tutta la forza, spero che vinca.
    Quale ci sarebbe poi convenuto incontrare, non saprei. Come Kuzminskas nel giorno del suo ritorno, direi che dipende tutto da noi.

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    1. Su JT ti dico che è stato un colpo di fortuna, ma più che il singolo non funzionava la coppia con AG. Sarebbe bello che si applaudisse l’impegno in caso di sconfitta, ma ho i miei dubbi, soprattutto perché l’avversario non sarà il Fenerbahce, ma TN o VE. Pianigiani ora bene, certamente, ma bisogna valutare la stagione, spesso assai negativa, e lo si farà alla fine. In Italia, i progetti veri non esistono per totale incapacità dirigenziale e del sistema. E grazie per l’attenzione che ci riservi sempre.

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      1. Facciamo pure dirigenziale e basta, che dire “sistema” e’ spesso sinonimo di “io dirigente sono bravo ma incredibili forze occulte mi ostacolano”. Vale anche per molti altri settori, mica solo quello sportivo.

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  2. Siamo dove dovevamo e volevamo essere: in Finale.
    Ci siamo arrivati tra mille difficoltà ed errori.
    L’aver ridotto le rotazioni dimostra che per tutta la stagione non c’era un’idea di squadra, di nocciolo duro che potesse avere un’identità. E che, nel momento del bisogno, poteva far salire di livello anche i comprimari. Ma questa dinamica di squadra andava trovata a dicembre non a maggio… E su questo non si può non dare la colpa all’allenatore.

    Ora arriva l’ultimo ostacolo, il più duro, fisicamente e mentalmente (sappaimo quale fattore sia per l’Olimpia); in ogni caso sarà sempre l’Olimpia a vincerla o perderla questa dannata Finale.

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    1. Perfettamente d’accoro con te. Il buono di oggi non deve far dimenticare la pessima quadratura di mesi e mesi, nonché lampante di tabellone più semplice trovata (o scelta?). E sarà Milano a vincere o perdere.

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  3. Per prima cosa mi unisco ai complimenti al coach, che non amo: ha dimostrato coerenza nelle scelte e di aver lavorato bene con la squadra per preparare i play-off. Complimenti. Ma poi vaglieremo anche il resto della stagione. Milano si e’ ritrovata squadra quando nessuno se lo aspettava piu’. E come in ogni squadra, i singoli talentuosi (ne abbiamo alcuni) emergono all’occorrenza. Cosa non va? Ieri i nostri lunghi in attacco mi son sembrati un po’ spaesati quando avevano la palla in mano. Pochi movimenti da post e scarsa capacita’ di cambiare il lato. Ma a rimbalzo sono dominanti ed in difesa preziosissimi. La regia. Cincia fa del suo meglio ed ottiene buoni risultati. Jerrels latita ancora un po’ ma compensa con i punti realizzati e la presenza in difesa. Cosa funziona? Le gerarchie, finalmente acquisite. L’approccio e la conduzione delle gare, finalmente positivo e colmo di consapevolezza nei propri mezzi. Il dominio sotto le plance. E la presenza di Micov, vero uomo squadra, ancora di salvezza e professore assoluto in materia cestistica. Il rinnovo per il prissimo anno vale l’acquisto di un big!
    Siamo in finale. Anche questo va bene. Ci aspettano durissime battaglue con Trento (non scommetterei se Venezia), squadra atipica e ben allenata. Ce la giocheremo, soerando nella vittoria.

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    1. Sono d’accordo praticamente su tutto. Soprattutto sulle gerarchie. In Italia può bastare, oltre Milano è lontanissima. Il playmaking potrebbe essere un problema, soprattutto di fronte alla pressione smisurata di Trento.

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  4. Scandaloso il clima a Venezia. Atmosfera che non si dovrebbe più vedere.
    Merito ai tifosi di Brescia che hanno tenuto un comportamento esemplare sia con i propri eroi che con gli avversari. (.. e con i tifosi a cui viene riservato un settore di tutto rispetto senza chiuderli in un recinto come bestie non gradite).

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