La Micovsessualità è per sempre. E poterci prendere un’ora di tempo per ripercorrere la sua carriera è sinceramente stato il massimo per me. Esattamente come in campo. Mai banale, cervello fino. E vedergli tributare il giusto omaggio dai tifosi mi ha riempito il cuore di gioia.
Avrei avuto almeno altre mille domande ma doveva incontrare Datome e Hines. Gigione, questa me la paghi eh… (ma spero che la caviglia guarisca in fretta). “Pregate il vostro Dio perché il mio lo prego io”.
Emozionato per venerdì?
“Venerdì sera è stato incredibile, si sa che non sono uno che esprime molte emozioni, lo si è visto nella mia carriera, ma fuori dal campo per me è diverso: sento Milano come una seconda casa e lo dico per davvero, nel vero senso della parola. Ho comprato casa qui con il progetto di tornare qui un giorno, per cominciare un nuovo capitolo della mia vita ma ora con la mia famiglia stiamo dando una possibilità a Belgrado. Tornando a venerdì sono stato davvero travolto dalle emozioni, il club per me ha fatto tanto, nei quattro anni a Milano sono stato davvero felice sotto ogni aspetto, e considero aver giocato le Final Four con l’Olimpia lo considero il risultato più importante che ho raggiunto nella mia carriera. Sai, c’è il rimpianto di non averla mai vinta ma non tanti giocatori possono dire di averla giocata, di essere arrivato a quel livello. Anche la mia famiglia si è molto emozionata. E ci tengo davvero a ringraziare tutti: l’Olimpia, la famiglia Armani e tutti i tifosi per come mi hanno sempre trattato”.
La casa a Milano è un bell’investimento immobiliare eh…
“All’inizio non ci abbiamo nemmeno pensato, non sapevamo che saremmo andati via e che l’avremmo affittata. Però sai i miei figli hanno iniziato qui le scuole, fin dall’asilo. Mia moglie adora Milano, il modo di vivere, lo stile. Abbiamo comprato una casa pensando di restare qui per sempre. Poi sfortunatamente ho lasciato Milano, ho giocato un anno al Buducnost e poi mi sono ritirato. Avrei potuto continuare a giocare, mi sentivo bene fisicamente ma semplicemente non volevo più giocare. Belgrado è la mia città, ci ho vissuto i primi 17 anni e ora gli do una possibilità”.
Final Four a Colonia, sua partita pazzesca. Ci dica cosa ha pensato sul tiro di Punter e sul canestro di Higgins, quei secondi che hanno cambiato tutto.
“Milano sulla carta era la squadra che aveva meno possibilità di vincere, era la Cenerentola perché per Barcellona, Cska e Efes è quasi la normalità giocare le Final Four. Ci davano per spacciati. Ed invece è stata una partita super equilibrata. Nessuno può dare la colpa a Kevin per non aver segnato quel tiro, ha fatto una partita straordinaria, ha realizzato tanti canestri difficili in quella stagione. Higgins invece ha ucciso Cenerentola allo scadere. Avessimo vinto quella semifinale, con quel carico di fiducia, sarebbe cambiato tanto, forse tutto”.
E meno male che in quel momento lei era fuori dalla rotazione in Italia…
“Mi ha fatto male. Sapevo di non poter giocare ogni minuto di ogni partita ma speravo di giocare un po’ di più. Sono rimasto molto sorpreso di aver giocato bene entrambe le partite di Colonia perché ero fuori ritmo. Era davvero difficile per un veterano come me stare fuori dai 12, non giocavo da tre settimane”.
La sua carriera ha messo il turbo in Italia ma altrove, a Cantù con Trinchieri. Un coach che ha “salvato” diverse carriere…
“Io ero al Baskonia allora e a metà gennaio mi ha chiamato Andrea. Una telefonata in serbo e ha iniziato a scherzare nella mia lingua. E io gli ho risposto: “Scusa, ma chi sei?”. Poi mi ha spiegato che mi voleva a Cantù e l’ho dovuta cercare su google perché non avevo la più pallida idea di dove fosse, cosa fosse, etc. C’era uno spazio libero per me perché un americano era andato via e ho firmato. Cantù allora era fuori dai playoff, giocava una volta a settimana: siamo cresciuti molto, siamo andati ai playoff, fatto una finale di coppa contro una grande Siena e poi in finale scudetto sempre contro Siena. Abbiamo fatto l’Eurocup, abbiamo fatto l’Eurolega. Tutto in 2 anni e mezzi. E io sono cresciuto molto. Non c’erano superstar, non c’erano grandi contratti. Andrea sa perfettamente come tirare fuori le cose buone dai giocatori e farle funzionare in un sistema chiaro. Ad esempio avevamo grandi tiratori e ovviamente ci diceva di non perdere tempo a palleggiare, con il pick and roll: lui sa veramente usare le risorse a sua disposizione”.
Trinchieri come post-Messina, lo consiglierebbe?
“Senza dubbio. Però dovrebbe mettere un po’ da parte il suo ego. Serve equilibrio in tutto, anche nel matrimonio. Milano ha una grande tradizione, sfortunatamente ha vinto poco rispetto agli investimenti fatti dalla proprietà, abbiamo vinto solo un titolo in quattro anni”.
Il signor Armani non si occupa in prima persona della squadra, per un giocatore è strano?
“A molti giocatori non fa differenza, basta che arrivi lo stipendio a fine mese (ride). L’ho conosciuto in questi 4 anni e, onestamente, dopo aver giocato dappertutto e con la mia esperienza, posso solo dire che bisogna ringraziare una proprietà così appassionata e attenta. Nel basket non è come nel calcio: si spendono soldi, non si guadagnano. Oggi tutti vogliono risultati istantanei, non si programma più, non si investe più nei vivai: ho un budget e voglio vincere. Ma così non deve funzionare. Non si formano più i giocatori. Così non c’è futuro nella pallacanestro”.
La sua top5 di Eurolega? E la sua peggiore cinque?
I peggiori non li dico. La mia top 5 è Teodosic, un talento incredibile…
Ecco, fermiamoci qua perché gioca alla Virtus e questa non gliela perdoneremo…
“Giocatore incredibile. Al Cska era straordinario. Sempre di Mosca ricordo Sonny Weems che però dopo si è un po’ perso. Credo per uno stile di vita un po’ così. Ma davvero era un tre incredibile. Tra i lunghi di dico Nenad Krstic perché era un giocatore davvero naturale, come si muoveva. Non proprio come Jokic ma ti dava la sensazione di essere un computer: aveva visione, sapeva fare un sacco di cose diverse. Poi il Chacho, giocatore eccellente, essere umano incredibile. Come 4 non saprei chi scegliere”.
I peggiori cinque non ce li dice proprio?
“Il basket è uno sport per ragazzi intelligenti e io lo sono di certo. Io perdevo completamente la testa quando vedevo cose stupide in campo, decisioni stupide. E chi non mi piaceva si notava dal mio linguaggio del corpo…”
A proposito di reazioni brutte, ci parla del secondo anno con Pianigiani?
“Arrivavamo da campioni d’Italia con una squadra inferiore per qualità: in Eurolega il primo anno avevamo poca esperienza, solo Goudelock e il sottoscritto. Kalnietis era fuori dalle rotazione giocava in un ruolo poco adatto alle sue caratteristiche. Avevamo 11 stranieri. Ma siamo comunque riusciti a vincere lo scudetto. I due spogliatoi l’ho trovata una cosa strana, lo ammetto. Per me era inaccettabile, lo spogliatoio è la cosa più importante di tutte, se perdi lo spogliatoio “sei finito” (e lo dice in italiano). Ora con Ettore abbiamo uno spogliatoio enorme e strutture top”.
Ecco, i due spogliatoi con americani da una parte e europei dall’altra…
“Sai, è una divisione quasi naturale. E’ un brutta mentalità, un brutto mindset”.
La vulgata dice che c’erano però due vere fanzioni…
“Due clan. Ed è come si perde il controllo della squadra. E’ vero, nel finale di stagione eravamo divisi come gli spogliatoi”.
L’arrivo di Nunnally aveva diviso ancora più il gruppo…
“Lo stai dicendo tu…”
Ma lei sa che ho ragione… E non è un caso che la prima cosa che ha fatto Ettore è tagliare gli americani…
“Eh, si fidava più di me e di altri giocatori. Aver il budget non è tutto, non si può avere la certezza di vincere. Conta costruire bene il roster, tempo per crescere ma anche l’atmosfera che si crea”.
Rimpiange mai di non essere stato un po’ più morbido di carattere?
“No, non sarei io. Avrei potuto fare altre scelte di carriera. Sarei potuto andare al Valencia a 24 anni e volevo provare l’esperienza in Spagna che era ed è il campionato migliore. Ma il Buducnost non ha lasciato andare. Però non sono rimpianti. Con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Io sono davvero felice per quanto ho fatto nella mia carriera per quello che ho vinto e anche per quello che ho perso. Mi spiace solo non aver vinto la Final Four. Sono fortunato a non avere avuto infortuni devastanti: a Milano mi hanno rotto il gomito, un infortunio meccanico. E per quanto si gioca oggi è quasi un miracolo”.
Si gioca troppo eh…
“Decisamente. Giocare troppo per marketing, diritti tv, etc. Prima ogni gara era emozionante, oggi è tutto piatto perché si gioca tanto. Per arrivare alle F4 con il Cska avevamo giocato in tutto 21 gare, oggi si gioca 34 solo in regular season. E poi c’è il campionato italiano: i playoff al meglio delle 7 per me è follia. 96 partite abbiamo giocato a Milano la mia ultima stagione. Eccessivo!”
(Arriva la moglie – Io intanto faccio un piantino)
E siete arrivati cotti alla finale scudetto…
“Va fatta una chiara specifica. Quella F4 è stato il massimo. Per il Cska è normale e non vincere è un disastro, per Milano fare le F4 era incredibile, per noi è stata una vittoria. Avremmo dovuto giocare quelle finali con più fiducia. Io non ho la più vaga idea del perché abbiamo perso 0-4: non eravamo evidentemente pronti. Una fine terribile, ingloriosa, di una stagione straordinaria”.
Il momento migliore della sua carriera?
“Dopo Cantù ho ricevuto una miriade di proposte. Quando mi ha chiamato Mosca quasi non ci credevo. Avevo giocato una stagione buona di Eurolega ma non me lo sarei mai aspettato. Pensavo di fare uno step in alto ma mai avrei pensato al Cska. Giocavano un basket da marziani e non si sentito a quel livello ancora. Quando mi ha chiamato Ettore mi ha convinto. Avrei avuto un bel ruolo al fianco di superstar. Peccato solo le due sconfitte nelle Final Four. Ma è stata la decisione migliore della mia carriera prendere quel rischio”.
Sta parlando spesso di Cantù, è stata la svolta essere allenato da Trinchieri?
“Sai, giocavo anche prima di incontrare lui. Ma lui è straordinario nel rigenerare i giocatori. Lui merita di allenare un grande club. Lui sa come usare i giocatori, li capisci ed è pronto per il grande salto. Speriamo abbia una chance perché altrimenti non lo sapremo mai”.
Quale coach è stato il suo preferito?
“Per gli allenamenti è Ettore. Per le gare è Ataman”.
(Guazz facepalm)
“Lo so che sei sorpreso. Lo vedo nei tuoi occhi. Lui sente la gara…”
Per me resta un non allenatore…
“Vero è che in allenamento si vivacchia un po’ con lui ma ti lascia giocare, capisce quando fare o non fare una sostituzione, vede piccol dettagli, fa aggiustamenti, fa le chiamate perfette. All’Efes ha ancora maggiori responsabilità rispetto al Galatasaray con cui abbiamo vinto l’Eurocup ma ha vinto due volte l’Eurolega. Quindi chapeu. Poi Trinchieri, Radonjic. Ho appeso molto da loro”.
Cosa le lascia la sua carriera?
“La realtà è solo una: se giochi e giochi bene, ogni cosa sembra magnifica. Se invece sei ai margini, ogni cosa sembra fare schifo”.


Bellissima intervista a un grande giocatore.
Trinchieri secondo me farebbe molto bene in spagna. Molti dubbi a milano