Perché deve essere, e sarà, l’anno di Simone Pianigiani

Una squadra clamorosamente rinforzata con giocatori “pronti”ed una struttura tecnica assai migliorata, con tecnologia di primissimo livello: la seconda stagione alla guida dell’Olimpia Milano per Simone Pianigiani inizia sotto i migliori auspici.

La seconda stagione, appunto, quella maledetta, quella che ha affossato allenatori di assoluto livello come Sergio Scariolo, Luca Banchi e Jasmin Repesa, quella in cui chi si è seduto sul pino milanese si è sempre sentito solo, spesso a remare addirittura controcorrente. In fondo gli auspici sono sempre stati un po’ simili, dopo il primo anno: ricordate il “Repesa Sindaco” di palalidiana memoria? O le parole che gli addetti ai lavori riservavano ai condottieri milanesi? Ma andiamo oltre, torniamo al presente ed al futuro di quello che è, senza il minimo dubbio, il miglior roster allestito dalla dirigenza biancorossa in era Armani.

Solitudine si diceva, quella che purtroppo accompagna ogni coach nella pallacanestro italiana di oggi, principalmente per una ragione, ovvero la mancanza di dirigenti “di e da pallacanestro” che si facciano carico di tutta quella serie di incombenze che la miopia delle proprietà ritiene oggi secondarie e gestibili con tappabuchi vari. Che poi l’esempio delle migliori società europee dica diversamente, viene considerato un optional, ma anche qui sarebbe troppo lunga, sebbene chiarissima, la situazione.

Ma Simone Pianigiani sarà solo come i suoi predecessori? Forse no, e questo potrebbe essere un piccolo passo per la pallacanestro italiana ma un immenso tragitto per l’Olimpia, quella che vuole competere nei fatti e non più solo nelle parole, a livello europeo.

L’Europa dovrà essere la casa di Milano, senza se e senza ma, poiché l’orticello tricolore non deve e non può bastare più. Troppo lo strapotere economico milanese per potersi parlare di competizione reale, ma soprattutto è ora di guardare al cielo, come il gioco richiede.

Ed Europa vuol dire Eurolega, ovvero il torneo in cui i coach hanno il peso maggiore, praticamente i veri fuoriclasse di chi ha vinto negli ultimi anni e di chi, comunque, ha fatto bene senza alzare il trofeo (tanti). Laso nel 2018, Obradovic nel 2017, Itoudis nel 2016, ancora Laso nel 2015 e David Blatt nel 2014: fuoriclasse, appunto, senza bisogno di andare più indietro. Senza contare chi questo trofeo lo ha già in bacheca, come Pesic, Bartzokas e Pascual, nonchè chi di recente ha fatto benissimo come Martinez.

Pianigiani deve, e ne ha i mezzi, avvicinarsi a quest’eccellenza, portando la sua squadra a competere nella realtà, laddove le belle sconfitte non saranno più nulla, come nulla sono sempre state, e ad essere in corsa almeno fino alla fine della stagione regolare. Poi si vedrà, perché le certezze a livello di risultati non esistono per nessuno e soprattutto perché sarà il valore dello sforzo compiuto a dare dimensione di quel che si è fatto.

La squadra è costruita esattamente come voleva il coach, con forse solo un paio di distinzioni che la recente conferenza stampa di inizio stagione ci ha chiarito, confermando le informazioni di cui eravamo in possesso: un 4/5 importante sia a livello tattico che come polizza anti eventuali infortuni di Tarczewski e Gudaitis sarebbe stata la ciliegina su una torta già di ottima fattura e l’arrivo di un assistente di spessore e caratura ( i nomi di Capobianco, Dalmonte e Ramondino ne erano perfetto identikit) avrebbe migliorato di molto uno staff che è lo stesso ormai da più di un lustro, reale unicità, se anomalia non la si vuole definire, nello sport professionistico di squadra odierno.

Alla vigilia del ritiro non è arrivato il 4/5 ma è arrivato invece Andrea Turchetto, da Roma. Il “nuovo” Simone Pianigiani ha gestito le domande su entrambe le situazioni con una comunicativa che non avevamo avuto modo di apprezzare nella sua prima stagione: contento al 100%? Palesemente no. Aziendalista nei fatti, capace di accettare la realtà? Assolutamente sì. Un segno? Più sì che no. E proprio questo fattore, quello comunicativo, è il secondo, in ordine di importanza, che potrebbe portare il coach senese ad imporsi definitivamente sulla panca milanese. Sarà un’impressione personale, sarà magari pure l’ottimismo di inizio stagione, ma ci è parso di vedere e di percepire qualcosa di nuovo in questo senso. E dopo aver vissuto un’esperienza a Belgrado in cui abbiamo potuto apprezzare ed abbeverarci alla fonte di quattro coach esemplari come Laso, Obradovic, Jasikevicius ed Itoudis, tecnicamente fantastici ed altrettanto comunicativamente, non possiamo che vedere con positività un segnale in questa direzione.

Sul campo il coach sa bene che si potrà continuare a puntare sul suo sistema basato quasi esclusivamente sul “pick and roll”, tuttavia sarà necessario crescere nell’esecuzione e ricostruire il coinvolgimento del lato debole, assai scadente nella stagione passata. E sa altrettanto bene come questo benedetto “p&r” non sia per nulla il male assoluto, se interpretato come gioco di squadra vero, in cui è opzione ma non la sola per ottenere vantaggi. Perché era “p&r” anche la leggendaria “L” di Peterson, vero, ma aveva almeno 5/6 soluzioni in corso d’opera che la rendevano perfettamente in grado di tenere occupata tutta la difesa avversaria sempre. Aggiungere qualche set offensivo con un po’ di fantasia è lecito attenderselo.

La difesa è oggettivamente cresciuta molto già nei mesi di maggio e giugno, almeno a livello italiano. In Europa ci vuole molto di più, perché ogni avversario propone almeno 4 minacce reali contemporaneamente, se non 5, mentre in LBA il 60% dei giocatori fa da “comparsa esecutiva”. Alcune combinazioni difficili del vecchio roster non potevano rendere efficaci certe coperture, e questo si è ben capito che non fosse problema ascrivibile all’allenatore quanto alla natura degli atleti stessi. Il salto di qualità deve arrivare proprio dal sistema, con cinque “cagnacci” disposti a sbucciarsi le ginocchia l’uno per l’altro. “Play the right way”, giusto per citare un maestro come Larry Brown che ci onorerà della sua presenza su una panchina italiana. Cos’è questa “right way”? Giocare l’uno per l’altro, quello che Milano deve fare, soprattutto dietro. Così si va lontano, “it’s a team business”.

Una squadra miglioratissima, un roster perfettamente adatto al suo allenatore, un coach stesso che pare avere piena consapevolezza del da farsi ed una diversa disposizione alla comunicazione, finalmente positiva e senza alibi precostituiti. Sono passati più di 400 giorni dal celeberrimo #nopianigiani, che resta una questione di principio per tanti ( e chi non lo ha capito purtroppo sbaglia), ma che può benissimo essere superato dal campo, che in fondo è quello che dovrebbe interessare a tutti maggiormente. Ed è proprio sul campo che Simone Pianigiani può (e deve) fare bene, ripercorrendo i passi della sua Siena che, poco simpatica (?) e magari non perfettamente in regola (??), a pallacanestro giocava eccome.

E perché no? Un certo senso di sfida e rivincita verso un ambiente, quello della pallacanestro, che in fondo non lo ama alla follia, per usare un eufemismo. Dalla stampa, ai colleghi (un premio di miglior allenatore in Italia durante un periodo di 5+1 scudetti consecutivi…), a diversi degli stessi tifosi della squadra che allena: nulla di meglio che giocare una sana, bella pallacanestro per dare un calcio al passato ed imporre semplicemente le leggi del campo.

E’ giusto sbilanciarsi? In genere non porta mai grandi consensi e porta solo al rischio di  brutte figure, ma interessa poco. La sensazione è che vi siano tutti i presupposti per fare benissimo, non bene. Avvenisse qualcosa di meno, sarebbe durissima da digerire. Sarà l’anno di Pianigiani, come deve essere.

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7 pensieri su “Perché deve essere, e sarà, l’anno di Simone Pianigiani

  1. Essendo appunto una questione di principio non credo possa essere superata dal campo dove, parere personale, il Messia non ha mai fatto vedere niente di che o, meglio, niente che di base non derivasse dalla qualità e dalle attitudini dei singoli.
    In ogni caso – con il distacco assoluto dato dall’aver realizzato che 10 anni di Livioprolense possono bastare – credo che la serenità comunicativa se esiste la vedremo solo nelle situazioni che l’anno scorso generavano performance a base di “vissuto”, “rispetto” e eventualmente “caro affitti” e “corrida”…

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  2. Complimenti per il post al solito molto equilibrato e interessante. Per quanto mi riguarda, ho sempre creduto in Pianigiani, anche se sono rimasto quanto meno perplesso per quanto vinto lo scorso anno, dove nonostante lo scudetto (traguardo per certi versi doveroso ma mai scontato nonostante lo strapotere economico, di esempi di upset notevoli ce ne sono non di rado in Europa) il bilancio della sua gestione tecnica rimane a mio avviso negativo, perché non è riuscito a dare una consolidata identità alla propria squadra, e in finale – al netto delle polemiche più o meno condivisibili sulla pallacanestro non pulitissima dei trentini – si è vinto più per la netta superiorità di talento nei confronti degli avversari che non per altro. Al tempo stesso, è chiaro che per dare un giudizio più completo sull’operato di un qualsiasi allenatore, sia doveroso aspettare quanto meno una seconda stagione, anche considerando che in quella passata (al di là del discorso del gruppo nuovo, che è certamente un grosso handicap, per quanto altre squadre che lo erano come il Baskonia di Martinez sono state molto più competitive) c’era un roster a mio avviso piuttosto sopravvalutato, che valeva grosso modo una posizione tra il 10-13esimo posto in Eurolega. Troppi giocatori (Theodore, Tarczewski, Gudaitis, Jefferson, Mbaye) che l’Eurolega l’avevano vista solo dal divano di casa, e gli unici giocatori con consolidata esperienza a quei livelli a inizio stagione erano Goudelock e Micov, con i limiti difensivi e di atletismo risaputi. Ora invece il materiale da playoff c’è indubbiamente, e soprattutto è arrivata la point guard di primo livello europeo la cui mancanza è stata tra i principali fattori di non competitività milanese in Europa in questi anni. Questo non significa che l’operato dell’allenatore dovrà essere giudicato come eccelso in caso di qualificazione tra le prime otto e fallimentare in caso contrario, approccio del tutto erroneo e semplicistico, ma che bisognerà competere fino in fondo per dare un senso alla stagione europea. Quanto a Pianigiani, che abbia fatto in passato cose notevoli in Eurolega non ci sono dubbi, anche se tra molti c’è sempre stata la sensazione che la competitività europea della Mens Sana andasse oltre i suoi meriti per includere quelli del resto dello staff tecnico, in particolare Banchi che ha i suoi limiti nella lettura delle partite ma che per lavoro in palestra e impostazione della difesa è al livello dei primissimi in Europa. Sicuramente come allenatore si gioca una discreta fetta di reputazione con questo nuovo corso, considerando che sono stati assecondati quasi tutti i suoi desideri sul roster, con investimenti notevoli che hanno superato i massimi storici raggiunti in precedenza sotto Scariolo. Personalmente sono poco ottimista sul fatto di poter vedere una bella pallacanestro, e temo che anche a livello comunicativo torneremo a sentire conferenze stampa a tratti discutibili, sono invece più fiducioso sui risultati che sono senz’altro ciò che più conta. Sicuramente anche Pianigiani, dal canto suo, avrà motivazione per fare il meglio, considerando che il ciclo senese gli aveva fatto conquistare le attenzioni di diversi top club europei, mentre nei tempi successivi all’esperienza turca era uscito dal giro dei nomi di vertice provando poi a rilanciarsi in un club di Eurocup come l’Hapoel, ora a 48 anni (età ancora relativamente giovane) si gioca una fetta notevole del suo prosieguo con questa esperienza.

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  3. È un bel roster, ma soprattutto è il roster di Pianigiani, per Pianigiani.
    Che è una ragione in più per essere ottimisti a inizio stagione, con la speranza di non essere delusi, ma pronti ad aspettare prima di esserlo.

    C’è anche un’altra ragione di ottimismo, visto che qui Pianigiani è il cuore del discorso.
    E cioè che lui di solito riesce ad ottenere parecchio dai suoi giocatori, un indice secondo me molto importante per un allenatore.
    E la Siena che si riteneva fosse migliore del suo allenatore, ne è prova ulteriore.
    Ne sono prova anche Cinciarini, probabilmente alla sua migliore stagione di sempre l’anno scorso; Gudaitis, molto migliorato nel corso dell’anno, fino a raggiungere un livello quasi d’eccellenza, speriamo che continui; lo stesso Goudelock che quando ha finalmente capito, ha dato, e tanto, nel momento più importante; e per me anche Tarczewski, soprattutto in difesa.

    Se i giocatori rispondono così bene a Pianigiani – e Jerrels?! – e sono i giocatori che voleva lui, e sono giocatori obiettivamente di livello, non è più facile abbandonarsi all’ottimismo d’inizio stagione? Penso di sì.
    Pronti anche a essere delusi, ma disposti ad aspettare prima di esserlo davvero.

    (palmasco)

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  4. Grazie per questo post preciso e completo. E grazie per il contributo di tutti: e’ davvero un piacere leggere e “chiacchierare” di basket!
    Io credo che un altro punto di forza potra’ essere il fatto che il gruppo non e’ completamente nuovo. Leggendo le dichiarazioni dei giocatori in questi giorni mi sembra di capire che l’ambiente collaborativo sia evidenziato da tutti. Visto che ci sara’ molto da lavorare, questa e’ certamente una buona base di partenza.
    Per il coach, secondo me, ci sara’ anche un’altra sfida importante: far coesistere con equilibrio due teste come quelle di James e Nedovic. Risolto questo “inghippo”, si potra’ certamente guardare oltre con assoluta positivita’. E i risultati arriveranno. Buona stagione a tutti.

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