L’Eurolega di Milano è finita. Dentro un fallimento su cui lavorare.

I numeri, come sempre chiari ed inequivocabili nell’esprimere i verdetti. Poi vanno letti e da quella lettura si può partire per analizzare una stagione. Pessima, deludente, forse anche di più, ma assai indicativa per il futuro. Perché un futuro c’è, di fronte a dieci anni di licenza nella massima manifestazione europea.

8-22 ed ultimo posto. Inimmaginabile a luglio, dopo gli squilli di tromba del mercato, inimmaginabile anche a metà novembre, quando si veleggiava nel vento di un 4-3 molto promettente, che pareva, non dimentichiamolo, addirittura poco per i valori che si credeva di rappresentare.

195 è il differenziale negativo tra punti segnati e punti subiti. Ma attenzione, nelle ventidue sconfitte questo numero sale vertiginosamente, con una media di scarto oltre gli 11 punti. In sole 5 occasioni Milano ha perso entro 5 punti, due volte lo ha fatto entro i 7: le altre sconfitte sono state quasi sempre nettissime, spesso con le fattezze dell’asfaltata. Escluse le citate occasioni in cui la squadra è stata in grado di competere realmente, rimangono 15 gare perse con oltre 14 punti di scarto. I  picchi negativi sono stati certamente il meno 37 di Mosca ed il meno 21 di Kazan, replicato ieri sera addirittura peggio (-23).

Nelle nove voci più importanti individualmente, secondo le rilevazioni di  #euroleaguebasketball, la squadra dimostra pienamente la sua dimensione attuale. Nessun giocatore milanese entro in primi 15 in alcuna voce statistica. Sanders primo marcatore Olimpia, con 12,94 a serata, è 17mo. A rimbalzo nessuno nei primi 30 ed il primo biancorosso (Macvan) a 4,4 carambole: gravissimo è poco in questo caso. Simon 20mo negli assist (3,86). Ancora Rakim Sanders migliore dei suoi nei recuperi (1,13) ma solo 17mo. Le stoppate dicono Dada Pascolo, a 0,4, quando il 22mo di Eurolega è a 0,5. McLean col 59,09% da due è 24mo. Abass 29mo da tre col 42,11% (ma sulla miseria di 1,65 tentativo a partita). Simon 19mo ai liberi con l’87,5% : anche qui, però solo 2,29 viaggi in lunetta a serata (oltre il 50mo posto per numero di tentativi). E’ sempre il croato il leader milanese nel PIR (la risultanza statistica del bene e del male cestistico) : 30mo (su sole 21 gare) con 12,67. Non credo serva altro per chiarire che quell’ultimo, sgradevolissimo posto in classifica, sia lo specchio reale e fedele della stagione europea milanese, che fa il paio con quella dello scorso anno, già estremamente negativa.

Vi è poi un legame molto stretto tra un’altra considerazione, legata ai risultati, e le caratteristiche del gruppo di Repesa. Come per tante squadre intorno agli ultimi posti di qualunque classifica, spesso in situazioni riguardanti la cosiddetta “zona retrocessione”, accade che si giochi molto meglio e con parziale profitto contro le più forti, mentre si fallisce miseramente contro le avversarie “da battere”. Mi ammoniva un vecchio allenatore esperto di situazioni complicate nelle “minors”: «Non mi interessa nulla perdere bene con quelle forti, perché tanto lì non ho pressione ed anche se mi asfaltano me ne frego, perché ci sta il divario, mentre devo vincere le partite contro le rivali per non retrocedere, quando la guerra è totale». Traslando il concetto dalla lotta salvezza a quella per gli ultimi posti Playoff di Eurolega, ecco l’Olimpia. Contro chi va alla postseason, Milano è 2-0 col Darussafaka, 1-1 e saldo positivo con l’Efes, 1-1 ancora positivo con l’Olympiakos, 1-1 con Baskonia ed un solo punto di differenza negativa, nonché protagonista di ottime gare in trasferta con Real e Fenerbahce, aggiungendovi tre quarti in piena corsa con quest’ultima nella gara casalinga. 5 vittorie sulle 8 totali sono arrivate con squadre da Playoff, con le quali il record è 5-11: ma dove vai se con le altre 7 fai 3-11? La stagione, gli uomini di Repesa, dovevano giocarsela con le pari livello ed è qui che sono miseramente mancati. La soglia della decenza, intendendola come 10-12 vittorie, sarebbe potuta arrivare anche con soli tre successi in più: pensiamo alle ultime tre sconfitte casalinghe con Barcellona, Brose ed Unics. 11-19 o 12-18 non avrebbe cambiato nulla in termini assoluti, se non la percezione di un’inadeguatezza totale che questo ultimo posto sottolinea crudelmente. Tutto ciò, a mio parere, non fa che confermare ciò che ritenni di poter dire durante le sciagurate prove di novembre e dicembre: manca qualcosa, che poi è tantissimo, dal punto di vista psicologico. La fragilità, testimoniata dal crollo alla prima difficoltà, è altissima. E la causa è la mancanza del famoso “giocatore capo” tanto caro a quel Boscia Tanjevic che qualche fonte mi direbbe non così lontano da un ritorno nella penisola per incarichi importanti.

E’ ovvio e giustificato il malcontento dell’ambiente, dai tifosi, vero patrimonio milanese, all’ultimo degli addetti ai lavori: anche chi pensava che sarebbe stata durissima, non avrebbe mai potuto immaginare una disfatta simile. Ma che fare ora? C’è una ricetta unica che non ti prescrive nessun medico ma che vale sempre: LA-VO-RA-RE. Ora c’è tempo per farlo, un tempo che si potrebbe vivere anche meglio in caso di vittoria con Venezia, gara importantissima dopo questa fine europea e due sconfitte nettissime in campionato. La terza, ad oggi non ipotesi così remota, sarebbe ennesimo macigno per un gruppo della cui fragilità si è detto ampiamente.

E’ altresì normale che la maggior parte delle responsabilità vengano addossate a Jasmin Repesa: mille volte si è detto come il coach, nella pallacanestro, abbia un peso ben superiore ad altri sport, soprattutto per il diretto contatto con il campo, le scelte e le decisioni dirette. Se fai 8-22 le responsabilità ci sono e l’allenatore croato lo sa bene, meglio di tutti, senza entrare nel merito di quel che emerge da una sala stampa che è spesso spettacolo che dice poco o niente, per tante ragioni. Queste ed altre sono valutazioni, assai urbane, che si preferisce lasciare ad un’ulteriore analisi, più  dettagliatamente tecnica, che si sta completando e che potrebbe arricchirsi di elementi importanti nel breve periodo. Perché la stanchezza è reale ma non deve essere alibi, gli infortuni ci sono ma sono arrivati a buoi europei ampiamente scappati e tutte le scelte e decisioni su giocatori e roster sono lì davanti a tutti. E dicono 8-22.

I numeri…, un numero. Pesante.

 

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2 pensieri su “L’Eurolega di Milano è finita. Dentro un fallimento su cui lavorare.

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