Vince l’Olimpia: vince e convince Gudaitis

Come si dice in questi casi? Era una gara da vincere, quindi ci si tiene solo la vittoria. E’ in sostanza anche il pensiero dell’allenatore di Milano, che ammette il ritardo tecnico, giustificandolo principalmente con l’assenza di Goudelock, fondamentale nella costruzione delle soluzioni biancorosse.

Reggio-Milano negli ultimi anni è stata sinonimo di sfide per tante cose che contavano, dallo Scudetto alla Coppa Italia, passando per la Supercoppa: sinistramente, le gare di stagione regolare hanno spesso offerto spettacoli tecnici non esattamente esaltanti ed in questo senso la gara di ieri non fa eccezione.

L’analisi, nei consueti cinque punti, ci permette una breve escursione nel mondo #LBA, con tutto ciò che ne può, tristemente, derivare.

  • L’Olimpia è oggi la squadra di Arturas Gudaitis, con buona pace di chi critica a priori i “buyout” milanesi (perché comprare un giocatore di calcio a 20mln possa essere un affare, mentre comprarne uno di basket a cifre proporzionate e ben diverse debba essere un delitto, qualcuno un giorno me lo spiegherà…). 13,3 punti e 9,5 rimbalzi a serata, in poco più di 23 minuti di impiego medio sono già tanta roba per un centro, segnatamente nel basket di oggi ed ancor di più in un sistema come quello di Pianigiani. Ma c’è di più, molto di più. In una stagione iniziata col piede giusto, il centro lituano sta progressivamente inserendo alcuni movimenti che non parevano appartenergli, segno evidente di lavoro positivo, per il quale non si può non riconoscere meriti allo staff tecnico. La squadra che doveva essere degli esterni è oggi sulle sue spalle e le sue giocate sono la ragione principale del 7-2 italiano, così come dei alcune buone prove europee.
  • L’impatto della difesa milanese, ancora una volta, è importante in Italia, esattamente come non basta, se non a sprazzi, in Europa. Tutto molto semplice, gli avversari sono ben diversi e questo scoglio, a livello di Eurolega, si può superare solo ed unicamente lavorando di squadra, al fine di metter in secondo piano le mancanze individuali, che sono notevoli. La zona vista in settimana può essere un’arma per certi versi, poiché in fondo, come dice Obradovic, dopo la seconda rotazione, almeno sul lato debole, la difesa è proprio una zona.
  • 9 punti, 56 minuti, 7 tiri da due tentati, 8 falli subiti, 13 rimbalzi, 4 assist e 4 perse. A parte la voce delle carambole, decisamente positiva solo grazie a Cinciarini (6), questo è il fatturato dei quattro italiani ad oggi coinvolti nelle rotazioni di Pianigiani. E’ la realtà di oggi e coinvolge in primis Dada Pascolo. Al netto di un infortunio a fine stagione scorsa che forse ha portato più problemi di quel che si pensava, con la conseguenza di tempi di recupero e reale rientro in forma maggiori, l’ala friulana è spesso tema di discussione importante nell’ambiente milanese: perché è così poco utilizzato e coinvolto nel sistema di gioco? Curiosamente, dodici mesi fa, la domanda era spesso la stessa, con identiche imputazioni al coach. Nell’abituale crocifissione di chi siede sul pino biancorosso, ormai abitudine decennale, siamo certi che le colpe stiano proprio tutte da quella parte? Non si punta il dito contro nessuno, ci si chiede solo il perché e se ne può discutere.
  • Il tiro da tre. Ha spesso avuto ragione Simone Pianigiani quando lamentava le “disgraziate” percentuali da tre della sua squadra, anche di fronte a conclusioni aperte. Se Milano, come il 70% delle squadre (quelle che utilizzano questo sistema), segna con una certa regolarità dall’arco, il gioco è più fluido e la qualità stessa pare crescere. In fondo si chiama pallacanestro ed il frusciare della retina aiuta non poco. Certo, puoi anche metterla da tre, ma non puoi permetterti poi parziali di 0-8 in un amen che rischiano di gettare alle ortiche il discreto lavoro precedente, perché l’arco stesso esiste anche per gli altri e va protetto. Meglio.
  • La passione per il gioco, che ormai si traduce senza mezzi termini in malattia, ci ha permesso di vedere ben 10 squadre di #LBA all’opera, tra sabato e domenica. La tristezza che è derivata da quanto tecnicamente osservato è terribile. A parte alcuni sprazzi di Avellino e Venezia, con sistemi di gioco consolidati (piaccia o no, Venezia gioca “quel” basket e lo fa bene e con grande consapevolezza) ed alcuni protagonisti di buon livello (Rich, Filloy ed il Fesenko dominante di fine gara), sul gioco, quello vero, è scesa una notte dalla quale è difficile pensare di poter uscire nel breve. Non sarà certo la regola dei due italiani in campo fissi (una tragedia che potrebbe definitivamente chiudere il discorso!) a far rinascere un movimento che ha due problemi lampanti: giocatori di scarso livello, causa mancanza di fondamentali, ed impianti che invogliano ad andare altrove. Il PalaDozza è un tempio verso il quale proviamo emozione eterna, ma se è il posto migliore per giocare e vedere basket (e lo è senza dubbio), qualcosa che non funziona c’è. Il 1956 vi ricorda qualcosa? E’ la data di inaugurazione… Senza settori giovanili professionali e senza impianti nuovi, questo sport, in Italia, è morto.
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Un pensiero su “Vince l’Olimpia: vince e convince Gudaitis

  1. Confermo la disamina relativa all’attuale livello di gioco in lba. E concordo con il “problema impianti”, che sono lo specchio attuale di tutto il movimento, legato ad un passato nostalgico. Pero’ segnalo, come spunto, che negli ultimi anni abbiamo comunque visto transitare qualche buon giocatore, che ora gioca qualche minuto di qualita’ in squadre importanti di eurolega (Nunnaly, Wannamaker…). Per la serie: il fiuto c’e’ ancora. Mancano gli argomenti per trattenere questi giocatori. E torniamo a impianti, organizzazione, soldi….

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