Sistema Pianigiani #1 – Una pallacanestro di vantaggi e letture

Il dado è tratto. La scelta, per impopolare che risulti agli occhi della gran parte della tifoseria milanese, è stata fatta, in prima persona, dal presidente Livio Proli. Ed allora, a quasi un mese di distanza dall’aver chiaramente espresso un parere personale riguardo tale decisione, è ora di andare oltre e, come da missione e tradizione, provare ad entrare nel mondo del nuovo coach senese dell’Olimpia Milano, analizzandone le caratteristiche personali e tecniche che danno, e daranno, forma al suo sistema di gioco.

Nell’ormai lontano 2009, durante gli anni dei sei scudetti consecutivi, fu lo stesso Simone Pianigiani ad affermare come gli allenatori italiani fossero i migliori d’Europa e che, in giro per il continente, durante le gare di Eurolega, si respirasse un grande rispetto verso la categoria. Il contesto era quello di un corso «Allenatori Nazionali», l’unico neo ribadito, l’incapacità di fare categoria, la frequenza di inutili polemiche.

Si parlava di attacco, tema che ha sempre fondato su concetti chiari e semplici, che permetessero di porre il talento individuale al servizio dell’obiettivo comune, senza tuttavia snaturarsi. Tale «talento» è la partenza per poter creare un vantaggio che può essere finalizzato alla conclusione personale, così come a quella dei compagni, sempre necessariamente coinvolti. Talento definita “miccia”, non soluzione finale.

La convinzione, maturata negli anni, è che un tiro importante non vada preso per forza dal leader offensivo, ma che le caratteristiche superiori di quel giocatore saranno fondamentali per creare quel vantaggio che potrà essere sfruttato da un compagno, che si troverà, probabilmente, più libero. I nomi di Steve Kerr e John Paxon non possono non risuonare nelle orecchie di chi ragiona su questi concetti, così come il famoso “find the open man” che tramutò i Bulls di Phil Jackson in una dinastia, quando accettato dal #23.

Vantaggio è parola chiave nel sistema del coach: la creazione ed il progressivo sfruttamento dello stesso all’interno del possesso sono le basi della sua pallacanestro. Originale? No, per nulla, poiché ogni set offensivo ha quell’obiettivo. Pratico ed efficiente? Sì. E ci aggiungerei assai redditizio nella pallacanestro moderna, positiva o negativa che la si voglia considerare. Il tanto amato “pick and roll”, ad esempio, non deve limitarsi a vantaggi possibili solo per bloccato e bloccante, ma tramutarsi in continuità nei movimenti e nelle scelte degli altri compagni. E scegliere cosa fare, di squadra, di fronte alle contromisure della difesa, diventa un mantra.

Prima di addentrarci nelle singole soluzioni più gradite al suo sistema di gioco, è importante tornare su alcune dichiarazioni rese a “Sport Frame” (Bocconi TV) nel 2015. Il coach parlò allora dell’importanza di Charlie Recalcati, del quale fu assistente, e del passaggio in Nazionale. Quelle furono le prime reali esperienze da capo allenatore, durante il part-time dell’ultimo medagliato sulla panchina azzurra. Ricordò l’importanza di Stonerook come leader, capitano vero, la roccia che per spirito sapeva tenere alta l’asticella dell’applicazione dell’intero gruppo, unico, insieme a Carraretto, protagonista di tutti i sei scudetti nella città del Palio.

Considerò l’approdo in azzurro come un passo fondamentale nella carriera, grande privilegio dopo quello di aver potuto guidare la squadra della sua città. Valutò la presenza dei 4 giocatori NBA (allora) sottolineandone la purezza di spirito nell’amore verso il gioco, sebbene in forme personali diverse, come incarnazione di un sogno covato fin da bambini. Ricordò pure come, negli anni delle giovanili, avesse provato a reclutarli tutti, da Gallinari a Belinelli e Bargnani, mentre Datome lo allenò direttamente. Li ritenne uno spot per il gioco, grazie a quegli occhi che sapevano ancora brillare.

Tornando al discorso tecnico, credo sia fondamentale sottolineare come lo spunto principale per analizzare le singole situazioni del suo attacco derivi da un suo più recente clinic in occasione dei campionati europei alla guida della Nazionale, tema «Attacco alla difesa che cambia».

Le soluzioni applicate in questo caso ritengo possano essere considerate una sorta di “dichiarazione d’intento del pianigianesimo offensivo”, partendo proprio da quel pick and roll centrale che ha fatto la fortuna delle sue squadre, nonché di tantissime altre, negli anni recenti del gioco. Il tutto si basa sulle scelte da effettuare di fronte a quelle della difesa e qui si gioca gran parte dell’efficacia dell’attacco. Imporre o adattarsi? E’ la chiave del gioco, da sempre, e spesso ciò che pare un adattamento si può rivelare una forza. Ma è di fondamentale importanza, come sottolinea durante tutta quella lezione, che queste scelte vengano allenate con continuità, anche ad inizio allenamento.

Tali opzioni si rendono possibili se in presenza di individualità che siano in grado di farlo e qui la faccenda si complica e si apre ad un dibattito molto intrigante: quanti giocatori lo sanno fare, se non i top? Vi sono similitudini o differenze rispetto a sistemi (vedi il recente Repesa di Milano) che richiedono fondamentali offensivi di un certo spessore da parte dei singoli? E’ la base di ogni considerazione, nonché la discussione più frequente sul valore del gioco di oggi rispetto a quello di qualche lustro fa.

Il nostro viaggio all’interno del sistema tecnico del coach senese continuerà nei prossimi giorni, analizzando le singole chiamate ed i principi che le guidano.

#staytuned

Alberto Marzagalia

 

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