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Olimpia Milano-Aquila Trento dice 2-0, ma questo oro non luccica

di Alessandro Luigi Maggi

L’insostenibile arroganza dell’essere superiore. Anticamera di ogni rotonda, piena e inattesa sconfitta. Per quanto non odierna ma solo spettro del futuro. Da qui parte il concetto di Olimpia Milano-Trento gara-2. 79-71 il finale figlio del minimo sforzo, riflesso numerico di un’espressione fattiva. Olimpia padrona del ritmo, ma consapevole, troppo.Si parte dalle scelte di Jasmin Repesa. Dal McLean-problema, al McLean-soluzione. Il lungo soffre la copresenza con Batista, ma non si può permettere a Trento di danzare a rimbalzo. La rivelazione è nella dichiarazione del dopogara di Repesa: «Finalmente non abbiamo ceduto a rimbalzo», ed infatti sotto il tabellone di casa finisce 23-11. Meglio rinunciare a Jenkins, perchè Trento non ha pericolosità perimetrale, 8/24 da 3 che è 1/4 nel dominante primo quarto. Ed è il primo quarto il metro del tutto. 2-15 dopo 5’. Pascolo che danza con 11 punti, una tripla dall’angolo e tanti tagli solitari sotto canestro. L’Olimpia allora alza l’attenzione difensiva, pressa sull’arco e chiude le linee di passaggio: 13-21 a fine primo quarto, sorpasso che arriva alla chiusura del primo tempo con un 25-16 che, di fatto, cancella dal campo Pascolo (15 punti all’intervallo, 15 a 6’ dalla sirena definitiva) e sfrutta al meglio il terzo fallo di Wright giunto con 9’ da giocare nel secondo quarto. E’ tutto semplice, perchè basta correre, anche se Buscaglia deve ricorrere con largo anticipo a Poeta, e Gentile chiude a 11 punti il primo tempo.

Dove sta il problema allora? Nella testa, nell’idea di essere ai playoff, nell’accettazione che tutto sia possibile. Dati? Sanders, 1/6 ai liberi. 19 palle perse, quando erano 11 a fine terzo quarto. E poi il finale. 72-62 ad un minuto dalla sirena. I giornalisti staccano la spina del computer, Lockett piazza due triple in assoluta solitudine e Pascolo vola per il 2+1. Quindi? 74-71 a 28’’. A bordo campo le facce di Jenkins e Cinciarini vengono inghiottite dalle mani. Ma è troppo tardi per cadere. Ma mai troppo tardi per morire, al prossimo errore. C’è tanto di Olimpia Milano-Laboral Vitoria, ottobre, Forum d’Assago. L’Olimpia salutò in regolar season, Vitoria non ha salutato nessuno, è ancora lì, a Berlino.

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