
È difficile commentare con equilibrio l’esonero di un allenatore che in meno di un anno ha conquistato tre trofei. Forse un caso unico nella storia della pallacanestro italiana. È la conferma che le stagioni, da ottobre alla primavera, si costruiscono in EuroLeague. E in EuroLeague c’era un’emorragia da fermare. Si poteva intervenire sul mercato o cambiare allenatore. Le scelte estive, comunque avallate anche dalla guida tecnica, hanno però limitato le possibilità di correggere il roster in corsa. Ritrovarsi a novembre a discutere di Nico Laprovittola e Mike Tobey è l’immagine più eloquente della situazione.
Tocca così a Peppe Poeta pagare, senza aver avuto una vera possibilità di riparare ai propri errori. Un allenatore di 41 anni, destinato inizialmente a un’altra stagione da assistente, che a novembre aveva risposto presente quando Ettore Messina aveva deciso di fare un passo indietro. Ha accettato la sfida, ha combattuto, ha attraversato momenti positivi e negativi. Ha vinto tutto quello che poteva vincere, dominando gli ultimi playoff. Nessun miracolo, sia chiaro. Semplicemente, un lavoro fatto bene. La proprietà aveva fatto una scommessa, ma non l’ha difesa.
Questo non significa assolvere Poeta dalle proprie responsabilità. A marzo la sua lista di mercato comprendeva Pajola, Melli, la conferma di Brooks e uno tra Carlik Jones e TJ Shorts. Probabilmente il tecnico di Battipaglia si è fermato lì. Ha avallato le alternative, ha perso presto fiducia in parte del gruppo e si è scontrato con la mancata comunicazione di alcuni presunti leader. Poeta è un uomo di dialogo. Ha ricostruito Leandro Bolmaro, ha consacrato Armoni Brooks. Ma non è riuscito a rompere il silenzio di giocatori che, per carattere, faticano a esternare. E’ stato sé stesso in una professione dove è obbligatorio modellarsi.
Resta il punto centrale: Peppe Poeta non è stato difeso. Nessuno aveva imposto alla proprietà di sceglierlo come successore di Messina. Quella decisione comportava una responsabilità, che non poteva esaurirsi alla prima crisi. L’esonero dimostra però anche che, dopo la scomparsa di Giorgio Armani, non esiste alcuno scollamento tra proprietà e club. Leo Dell’Orco è vicino all’Olimpia, così come Michele Tacchella. Una presenza che dovrà accompagnare anche il lavoro di Luca Banchi e, soprattutto, di Christos Stavropoulos e Daniele Baiesi.
Le scelte del management sono inevitabilmente sotto esame. In particolare quelle di Baiesi. Considerare questa stagione una sorta di passaggio verso un progetto futuro ha avuto un prezzo altissimo. Il roster è risultato un ibrido: senza esterni capaci di creare autonomamente vantaggi, senza lunghi in grado di proteggere il ferro. Eppure esiste un disegno più ampio. Baiesi vuole costruire un’Olimpia egemone in Italia, non soltanto nei risultati. Vuole ricucire i rapporti con i giovani usciti dal settore giovanile, sviluppare prospetti attraverso altre società, trasformare i talenti di oggi nelle certezze di domani. Un lavoro che finalmente guarda oltre l’immediato.
Di fronte a una vittoria e nove sconfitte in EuroLeague, tutto questo interessa poco ai tifosi. Comprensibilmente. Ma una società deve saper lavorare a 360 gradi, e Baiesi è il primo a provarci davvero. A Peppe Poeta non è stato concesso il diritto all’errore. E nemmeno quello alla redenzione. Che almeno questa regola, da oggi, valga per chi è rimasto.
PS. Le critiche sono lecite, ovviamente, e non siamo qui a contestare chi chiedeva l’esonero. Anzi. Ma nel mondo dello sport gli animi gentili, disponibili al confronto, allo spiegare nei particolari ogni scelta, sono una rarità. Leggere sui social insulti a Peppe Poeta, non critiche, insulti, è la cosa che più mi ha addolorato nei dieci anni di vita di ROM. Di fronte alla gentilezza, chi non ha neanche la decenza per usare nome e cognome urla e strepita. La bontà non paga.
Tutto giusto.