
Coach Mike Dement, il suo allenatore a UNC-Greensboro (la città dove, tra l’altro, è nato Bob McAdoo), un giorno chiamò Kyle Hines per fargli sapere che cosa stesse facendo. Stava per diventare il sesto giocatore della storia ad aver accumulato almeno 2.000 punti, 1.000 rimbalzi e 300 stoppate in carriera. Gli altri cinque? Quattro numeri 1 del draft (Pervis Ellison, David Robinson, Tim Duncan e Derrick Coleman) e un numero 2 (Alonzo Mourning). Non male, per un ragazzo di Sicklerville (“Just a Kid From Sicklerville” è il titolo di una serie di documentari autoprodotti), New Jersey, ma nell’area metropolitana di Philadelphia, che nonostante una grande carriera liceale, aveva solo due offerte per giocare al college. Una era di Rider e l’altra di UNC-Greensboro che appunto scelse.

Quando il coach Fran McCaffery se ne andò dopo il suo primo anno agli Spartans, Hines, come prevedono i regolamenti, avrebbe potuto fare lo stesso, ma nonostante una grande stagione e qualche proposta, decise di restare. Da junior diventò giocatore dell’anno della Southern Conference, da senior finì secondo. Non tanto per i due punti in meno a partita segnati, quanto perché il premio andò ad un giocatore di nome Steph Curry del Davidson College. Ma non era nulla rispetto a quanto accaduto dopo, quattro vittorie in EuroLeague, nove Final Four consecutive, tre volte difensore dell’anno, l’icona dell’uomo squadra, una specie di Dino Meneghin dei tempi moderni.

Kyle e il fratello minore Tyler (che ha giocato a Maryland-Eastern Shore e poi in Europa) ricevettero un consiglio dalla madre Deidre quando erano ambedue molto giovani. Avrebbero dovuto andare al college, ma avrebbero dovuto farlo con una borsa di studio, senza ricorrere ai prestiti che sarebbero stati ripagati solo dopo anni di lavoro e sacrifici. I due ragazzi ascoltarono, procurandosi infatti la loro borsa di studio sportiva. A Timber Creek, il liceo che ambedue hanno frequentato, Kyle indossava il numero 42. È una storia anche questa: il suo allenatore era Gary Saunders, che alla Roosevelt High School di Long Island negli anni ’60 era stato compagno di squadra di Julius Erving, il leggendario Doctor J: a quei tempi, Erving giocava con il 42. Saunders decise che Hines aveva una personalità simile e volle che indossasse appunto il 42. Sarebbe diventato il “suo” numero.

Kyle Hines era un eccellente giocatore a Timber Creek, ma quando sei confinato in una piccola città della parte meridionale del New Jersey, lontano dagli occhi delle grandi università, non è facile catturare il loro sguardo, la cosiddetta “Exposure”. Hines poi era costruito come un linebacker, ma con il gioco riservato all’epoca a chi era alto 2.10 (in realtà non era proprio così: a molti è sempre sfuggito l’incredibile ball-handling di Hines, uno che è capace di palleggiare come un playmaker, tenendo basso il palleggio). Mitch Buonaguro, assistente allenatore a UNC-Greensboro, fu il primo a notarlo e lo segnalò al suo capo allenatore, Fran McCaffery che è di Philadelphia. Così Kyle venne reclutato.
I suoi Spartans diventarono subito una potenza nella Southern Conference. Il playmaker era Ricky Hickman, Kyle Hines era il centro. Cinque titoli europei in un quintetto. A UNC-Greensboro, Hines ha stabilito ogni tipo di record scolastico, è stato anche giocatore dell’anno di conference da junior, finendo secondo dietro Steph Curry – che giocava appunto a Davidson – da senior dopo la partenza di McCaffrey e anche di Buonaguro, i responsabili del suo reclutamento.

Il suo draft avrebbe dovuto essere quello del 2008. Aveva giocato in una scuola piccola, in una conference considerata debole, ma con grandi numeri e in un periodo dominato dalla Davidson di Steph Curry. Hines si presentò a Portsmouth, al camp predraft, accendendo tante lampadine con la sua energia e le condizioni atletiche strepitose. Quando lo misurarono, denunciò un 3.8% di grasso corporeo inusitato. Ma la statura fu subito un problema. Con le scarpe era sei piedi, cinque pollici e 25. Tradotto fa 1.96. L’apertura di braccia era 2.15. C’erano anche Othello Hunter e James Gist per citare due giocatori che poi hanno fatto la storia dell’EuroLeague. Ma Hines venne etichettato, sul sito ufficiale della NBA, come un’ala piccola/ala grande. Nessuno aveva il coraggio di identificare come centro un giocatore di 1.96. Eppure, a Portsmouth, Hines fu devastante. In tre giorni di partite ebbe 22 su 28 dal campo, il 78.6%, record di tutti i tempi del torneo. Segnò 17.3 punti per gara, quarto assoluto. Eseguì 10 stoppate, catturò 7.3 rimbalzi a partita e perfezionò 2.3 palle rubate per gara. Ma non venne scelto. Dopo il draft, provò per Oklahoma City e Charlotte nella NBA, frequentò il minicamp di Cleveland, ma alla fine optò per cominciare la sua carriera professionale in Europa, giocando due anni a Veroli. In due anni vinse due volte la Coppa Italia di Legadue e perse la finale per la promozione al secondo anno con Sassari. Il suo general manager ai tempi era Antonello Riva, gli allenatori furono Andrea Trinchieri e Massimo Cancellieri. “Lo vedemmo una prima volta, impiegato da ala piccola, e fu un disastro, ma quando lo spostarono nel suo ruolo naturale di centro fu una rivelazione. In quel momento, dissi a Trinchieri firmiamolo prima che sia troppo tardi”, ricorda Riva. “Devo tanto a Veroli: era la prima volta che andavo all’estero. Era una città piccola ma conoscevo tutti e tutti mi adottarono. Non sarei diventato quello che sono diventati se non fossi passato da Veroli”, ammette. “Nei due anni a Veroli era sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. La sua carriera è merito suo perché ha sempre avuto serietà, concentrazione e caparbietà”, ricorda Riva.

Lo scout di Bamberg si chiamava Brandon Rooney. Fu lui a suggerirlo al general manager, Wolfgang Heyder. “Avevano vinto il titolo tedesco e decisero di puntare su un ragazzo che veniva dalla seconda divisione italiana. Nessun altro l’avrebbe fatto”, ricorda con gratitudine. L’allenatore era il canadese Chris Fleming, che in futuro è stato assistente allenatore a Chicago nella NBA, che gli costruì attorno la squadra. In Germania è rimasto un anno, vinse il titolo tedesco da MVP e conobbe l’EuroLeague. Segnò 20 punti al debutto a Roma, proprio dove aveva sognato ad occhi aperti di giocare a quel livello, un giorno, nella prima partita di EuroLeague vista da spettatore quando era a Veroli. La seconda partita fu una clamorosa vittoria casalinga contro l’Olympiacos. Magari fu allora che decisero di prenderlo loro. I greci lottavano per vincere il titolo, l’allenatore era il grande Dusan Ivkovic.
C’era grande scetticismo. La risposta furono due titoli di EuroLeague in due anni. Nel primo anno, non giocò delle grandi Final Four, ma fu decisivo nei quarti di finale vinti con il fattore campo a sfavore contro Siena. Nelle tre vittorie dell’Olympiacos, segnò 49 punti con 20 rimbalzi. La stagione successiva, alle Final Four di Londra, ebbe 13 punti e 10 rimbalzi nella vittoria in semifinale contro il CSKA e 12 punti (4/4 dal campo, 4/5 dalla lunetta), cinque rimbalzi, tre palle rubate e tre stoppate nella finale contro il Real Madrid. A quel punto era già una leggenda. Ma quello che ha fatto va oltre le vittorie. Nei due anni al Pireo, Hines ha aperto una strada, ha dimostrato che i centri “undersized” possono fare tanta strada in Europa e possono farla anche senza essere grandi tiratori da fuori. “Credo che Michael Batiste al Panathinaikos sia stato il primo, il basket si è evoluto in modo tale da permettermi la carriera che ho avuto, nonostante la taglia fisica, ad esempio in difesa dove adesso si cambia su tutti i blocchi. Questo mi ha aiutato”, spiega.

Kyle Hines ha vinto l’EuroLeague altre due volte a Mosca, nel 2016 e ancora nel 2019 quando giocava accanto a Sergio Rodriguez. Al CSKA, allenato il primo anno da Ettore Messina, è diventato due volte difensore dell’anno di EuroLeague e infine è stato incluso nella squadra ideale del decennio. Il terzo premio di difensore dell’anno l’ha vinto a Milano. “Quando ho cominciato a giocare in EuroLeague, a Bamberg, non mi sarei mai immaginato nulla di simile, una carriera così lunga, tutte le vittorie e tutte le Final Four”, ha confessato. “Nella mia carriera sono stato fortunato: ho giocato vicino a Roma e visto il Colosseo, sono stato ad Atene e ho camminato sulla pista della prima Olimpiade moderna, sono stato a Mosca passando regolarmente dalla Piazza Rossa. E il basket mi ha portato in posti che altrimenti non avrei mai visto”, ha confessato.
Nel marzo del 2018, attraverso l’EuroLeague, ha recitato una sorta di lettera al Kyle Hines giovane, quello che era appena uscito da UNC-Greensboro, ma non aveva sentito il suo nome al draft NBA. “So che sei dispiaciuto – ha detto a sé stesso – ma non dovresti esserlo, anzi dovresti sorridere perché stai per intraprendere un’avventura che cambierà la tua vita per sempre. Il primo consiglio: prepara il passaporto, perché nel corso dei prossimi 10 anni servirà e sarà pieno di timbri. Cominceremo da una piccola città, dove i tifosi sono pazzi per il basket, imparerai a essere un professionista e a vincere. Da lì, andrai all’Olympiacos dove troverai un leggendario allenatore come Dusan Ivkovic. Sarà un professore e ti insegnerà ogni cosa che ti servirà un futuro. E poi conoscerai Vassilis Spanoulis: ti basterà osservarlo per capire come essere un campione. E poi Georgios Printezis con cui combatterai ogni giorno in allenamento. Vedrai il suo tiro strano, ma non ridere, perché è uno dei tiri più efficaci che esistano nel basket e ti regalerà un titolo europeo. Con loro vincerai anzi due titoli europei, ti vizieranno perché non succede spesso. E quindi il CSKA Mosca, dove potrai sentirti a tuo agio perché ci resterai un po’ di tempo. Dimitris Itoudis ti insegnerà ad essere un vero professionista, ti aiuterà a capire come essere un leader, un giocatore e una persona migliore. E lì giocherai con grandi campioni, Andrei Kirilenko, Sasha Kaun, Viktor Khryapa, Milos Teodosic, Nenad Krstic, Nando De Colo e Sergio Rodriguez. Loro ti spingeranno ad un altro livello, quello in cui si lotta ogni giorno. Dovrai elevare il tuo livello, solo per stare al passo. Il mio consiglio migliore è di divertirti: goditi ogni momento. Come atleta ogni anno il tuo obiettivo è essere migliore del precedente. Ma fai in modo di goderti ogni momento, continua a lavorare e a combattere. E infine ringrazia, ringrazia i giocatori, i tifosi, tutte le persone che incontrerai nei prossimi anni. Senza il loro sostegno non avrai nulla. Sorridi e sii felice”.

“Se mi guardo alle spalle – conclude – non ho rimpianti, ho conosciuto l’Europa, ho giocato in EuroLeague, ho fatto tante esperienze, ho vinto tantissimo, ho giocato con grandi giocatori e per grandi allenatori, per alcuni dei club con più storia al mondo. Ho sempre avuto il sogno di giocare nella NBA, ma oggi sono felice che non si sia avverato. Ho capito ad un certo punto che il mio vero sogno era un altro, ed era qui in Europa. Durante i miei primi quattro anni in Europa ho pensato che fosse un percorso e che sarei arrivato a giocare lì. Ma dopo quattro stagioni, ero ad Atene, ho smesso di pensarci”, dice.
Kyle Hines è arrivato a Milano nell’estate del 2020 e a Milano ha prolungato la sua striscia di partecipazioni alle Final Four. Nel suo ultimo capitolo in campo, ha vinto tre scudetti in Italia. Nessun americano ha giocato tante Final Four o vinto tanti titoli quanti ne ha vinti lui. L’ha fatto sempre con classe, stile, educazione, apprezzamento per quello che ha trovato in Europa. Ha finito la carriera da professionista dove l’aveva cominciata, in Italia. Nel pantheon dei grandi americani della nostra storia, lui figura lì, assieme ai migliori.
