Olimpia Milano, brividi per i 90 anni: il video che accende la memoria e fa battere il cuore biancorosso

Un video emozionante, costruito tra AI, storia e leggenda, per celebrare i 90 anni di Olimpia Milano

C’è un pallone che vola verso il canestro, lanciato da un ragazzino. Poi un timeout chiamato da Dan Peterson, la voce e il peso di Cesare Rubini, il carisma del Chacho, le giocate di Keith Langford, il fascino di Mike D’Antoni. E ancora Roberto Premier, Bob McAdoo, Kyle Hines, Gigi Datome e Dino Meneghin. Tutti sullo stesso campo, tutti dentro la stessa storia, ricostruiti con l’intelligenza artificiale in un video che è molto più di una celebrazione.

Per i suoi 90 anni, l’Olimpia Milano ha scelto di parlare alla pancia e al cuore del suo popolo. Non soltanto immagini, ma memoria condivisa, volti che hanno attraversato generazioni, emozioni che tornano vive in pochi secondi. È un racconto che mette insieme epoche diverse e le trasforma in un’unica grande scia biancorossa, capace di legare chi c’era ieri a chi sogna oggi.

Il passaggio che accompagna il video è di quelli destinati a restare: “C’è un momento in cui i sogni smettono di essere sogni e diventano storia”. Dentro questa frase c’è tutto il senso dell’anniversario di Olimpia Milano, che domenica alle 16 contro la Dinamo Sassari vivrà all’Unipol Forum una giornata speciale. E dopo un video così, l’attesa non può che salire: perché stavolta non sarà solo una partita, ma un abbraccio lungo novant’anni.

10 thoughts on “Olimpia Milano, brividi per i 90 anni: il video che accende la memoria e fa battere il cuore biancorosso

  1. Una volta tanto W la AI 😉
    Uno spettacolo questo video che mi ha fatto tornare indietro nel tempo .. un viaggio unico soprattutto per chi ama l’Olimpia. Vedere Adolfo Bogoncelli e Cesare Rubini in questo video prendere “vita” .. sebbene Rubini di solito stava seduto a gambe accavallate (da Principe) e quando si alzava erano cavoli amari .. e’ stata un’emozione fortissima.
    Complimenti all’Olimpia e a coloro che hanno creato questo video. Personalmente aggiungo anche un Grazie ❤️🤍

    1. Quella sedia che una volta, dopo essere scattato in piedi, afferrò sbattendola per terra, e che finì in campo.

      1. O quando Vitolo prima scappo’ dalle ire di Cesare .. e’ proprio il caso di dirlo così… e poi dovette confrontarsi con pubblico che non lo facccs rientrare negli spogliatoi 🤣🤣 mitico Vitolo averne di arbitri così oggi

  2. Video pessimo
    Concordo: manca Ale Gentile
    E per me né Datome né Rodríguez sono parte della Storia dell’Olimpia

    1. Perché il Chacho no? Non è stato solo un anno da noi ed è stato l’artefice principale in EL della F4 del 2021 e dei play-off del 2022.

      1. Il Chacho per me ci starebbe, per professionalità e talento. Assieme ad Hines ha contraddistinto in positivo la prima parte dell’era Messina e dunque resta memorabile.

  3. Che discorsi, mancano un sacco di persone in quel video, comunque terribili quei volti creati da AI, tanto verosimili, e quindi, tanto falsi…..no, avrei fatto un collage tra foto d’epoca e video, capisco fatto con AI è più veloce, ma molto meno sentito, no buono

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1993: la Coppa Korac dello “Smallball” di D’Antoni

La storia della Coppa Korac del 1993 dal sito di Olimpia Milano
Mike D’Antoni è considerato, come allenatore, un pioniere dello “Smallball” ovvero un sistema di gioco che enfatizza il ritmo, le spaziature, il tiro da tre punti come alternativa a segnare al ferro, ai tiri ad alta percentuale di realizzazione. Secondo la letteratura del basket americano, la rivoluzione di Mike D’Antoni avvenne quando allenava i Phoenix Suns. Nel 2003/04, prese il posto di Frank Johnson e la squadra vinse 29 partite in totale. Ma nel 2004/05, la sua prima stagione intera da capo allenatore, i Suns vinsero 62 gare. Il quintetto era formato da un playmaker, Steve Nash, tre esterni tiratori (per la cronaca: Joe Johnson, Quentin Richardson e Shawn Marion), un’ala forte mascherata da centro come Amare Stoudemire. Negli anni successivi vinsero 54 partite (2005/06 quando Joe Johnson venne ceduto ad Atlanta e Quentin Richardson a New York, gli esterni del quintetto erano Raja Bell e Jimmy Jackson, ma soprattutto i Suns non ebbero Stoudemire per 79 partite), di nuovo 61 (2006/07, con il ritorno di Stoudemire), e 55 nel 2007/08 quando cambiarono assetto aggiungendo uno Shaquille O’Neal a fine carriera. L’acquisto di O’Neal venne realizzato a dispetto dell’opinione di D’Antoni, memore di quanto accaduto nel 1991 a Milano. Dopo la sua prima stagione da capo allenatore in cui aveva utilizzato una versione embrionale dello “Smallball” (Jay Vincent era l’ala forte, in un basket in cui normalmente si usavano tre lunghi), l’Olimpia firmò il grande Darryl Dawkins giocando con quintetti grossi, lenti e pesanti (le ali forti erano Johnny Rogers e Davide Pessina). La stagione fu insoddisfacente e D’Antoni ritornò sui suoi passi scegliendo per la stagione 1992/93 Antonio Davis come centro, un “rim runner”, circondandolo con quattro esterni: Sasha Djordjevic, Antonello Riva, Flavio Portaluppi, Riccardo Pittis, di fatto impiegato da ala forte per la prima volta in carriera. Poi aveva anche Pessina, per cambiare assetto, e Paolo Alberti come cambio di Davis. Quella è la squadra che D’Antoni considera la più forte mai avuta a Milano. Antonio Davis da Oakland, allevato a Texas El Paso, non avrebbe immaginato quand’era a Milano di avere davanti un futuro radioso nella NBA, con tante stagioni ad alto livello soprattutto a Indiana (ma anche a Toronto). Davis era un’ala-centro che assicurava difesa, intimidazione, protezione del ferro e rimbalzi. In attacco era un giocatore di energia, di squadra (ebbe una stagione da 323 punti in 29 partite, 286 rimbalzi e 46 stoppate). Nella NBA riuscì a costruirsi anche un buonissimo tiro dalla media e con quello avrebbe avuto una lunga carriera giocando generalmente come terzo lungo utilizzabile indifferentemente in due posizioni. Prima di arrivare a Milano era al Panathinaikos Atene. Sasha Djordjevic venne a Milano, dove sostituì Piero Montecchi come regista titolare, dopo aver conquistato l’Eurolega a Istanbul con il Partizan. In breve, diventò l’estensione di Mike D’Antoni in campo e uno dei migliori playmaker nella storia dell’Olimpia, pur senza vincere nulla oltre a quella Coppa Korac. Pagò l’essersi trovato a Milano in un momento molto particolare nel percorso del club, al tramonto della gestione Gabetti e prima che arrivasse Bepi Stefanel portandosi dietro il suo piccolo esercito di giocatori triestini. Figlio di un allenatore, prese il posto di Obradovic come playmaker titolare del Partizan e nella stagione 1991/92 era al top del rendimento. Fu lui a guidare il Partizan alla vittoria sorprendente nei quarti di finale di Eurolega a Bologna contro la Virtus, poi contro Milano in semifinale e fu lui, infine, a segnare il canestro della vittoria in finale contro Badalona. Lì la sua carriera esplose in modo definitivo portandolo a Milano sia all’inizio della carriera che alla fine (finale scudetto del 2005) con 1.773 punti in 91 gare, 180 canestri da tre punti e 289 assist in Serie A. In mezzo infinite vittorie con la Nazionale (un Mondiale e tre Europei) ma anche con le squadre di club in cui ha militato (Barcellona e Real Madrid, oltre a Fortitudo e Pesaro). Quando venne acquistato dall’Olimpia nell’estate del 1989, Antonello Riva dichiarò che avrebbe voluto soprattutto tornare a vincere qualcosa. D’Antoni gli rispose che no, avrebbero dovuto vincere tutto. In realtà, non sarebbe successo. Di fatto, Nembo Kid, il soprannome che gli venne affibbiato da Aldo Giordani e l’avrebbe accompagnato per tutta la vita, arrivò a Milano in un momento transitorio che avrebbe penalizzato ogni valutazione sui cinque anni trascorsi all’Olimpia, non proprio pochi. Assieme a D’Antoni, Meneghin e McAdoo, giocò solo una stagione, quella del tramonto del ciclo. Poi diventò il veterano, teorico leader, della squadra allenata da D’Antoni. E con quella non ha avuto fortuna: ha perso la finale di Coppa Italia e di campionato nel 1991; ha perso la semifinale di Eurolega nel 1992; finendo per vincere solo la Coppa Korac del 1993. La percezione è stata così di una carriera milanese incompiuta. Ma lo è stato davvero? Riva ha giocato nell’Olimpia 172 partite di campionato con una media di 21.1 punti per gara. Tra coloro che vantano almeno 100 presenze, solo Bob McAdoo ha avuto una media superiore (26.0 punti per gara). Riva precede Vittori, Stefanini, Vianello. È stato quinto di sempre per punti segnati, terzo per triple messe a segno. In Eurolega – che ha giocato solo due volte con Milano – ha segnato 22.4 punti per partita, con un record di 37 punti (vittoria a Salonicco 111-108) e nove prestazioni da almeno 30 punti. Non vinse lo scudetto l’Olimpia del 1993, perché Davis si infortunò nell’ultima gara della stagione regolare e non fu in grado di giocare i playoff. “Non so se avremmo vinto, non posso saperlo, ma non credo che saremmo stati eliminati nei quarti come poi successe”, dice Pittis. Ma l’Olimpia conquistò la Coppa Korac. Vinse cinque partite su sei nel girone eliminatorio, eliminò il Panionios Atene nei quarti, Cantù in semifinale e infine superò una grande Roma in finale. Una finale disputata con formula di andata e ritorno, contro una squadra fortissima. Per Mike D’Antoni la squadra del 1993 era la più forte che avesse allenato a Milano. Non vinse lo scudetto, perché Davis si infortunò nell’ultima gara della stagione regolare e non fu in grado di giocare i playoff Roma aveva devastato il Barcellona in semifinale e si presentava alla finale con una squadra che comprendeva Alessandro Fantozzi (finale scudetto del 1989 Livorno-Milano), Sandro Dell’Agnello (finale scudetto del 1991 Milano-Caserta), Elvis Rolle (finale scudetto 1984 Milano-Bologna), Andrea Niccolai, era allenata da Franco Casalini addirittura e aveva in campo – standing ovation del Forum il giorno della vittoria – Roberto Premier, ad anni 35 (Premier era finito a Roma dopo essere stato ceduto a Cantù nell’affare Riva ma ritenuto in sostanza non presentabile come erede di Riva al Pianella). Roma aveva anche Dino Radja, in attesa di andare nella NBA. Era quindi un’avversaria fortissima, forse più forte dell’Olimpia, in termini di talento puro. Ma quella Olimpia fu la prima squadra che a livello mondiale avrebbe esibito lo “Smallball” ai massimi livelli. Prima dei Phoenix Suns e prima degli Houston Rockets che D’Antoni avrebbe diretto con questi concetti nella NBA fino ai limiti della finale per il titolo. Riccardo Pittis, ad esempio, a inizio carriera era considerato un potenziale playmaker di oltre due metri, un giocatore arrivato direttamente dal futuro. Ma lo spazio che si era guadagnato prima con Peterson da giovanissimo e poi con Casalini da emergente era sempre stato da esterno. D’Antoni progressivamente aveva spostato non tanto lui, ma l’assetto della squadra, verso lo “smallball”. Pittis ha vinto tanto con l’Olimpia, ma quella Korac è stata la “sua” vittoria, conquistata da protagonista indiscusso. A 25 anni, era uno dei giocatori di riferimento della squadra. “Per me è stata una vittoria terapeutica – ricorda – perché da giovanissimo avevo vinto tanto ma per merito dei miei compagni. Quella è stata una vittoria conquistata con una squadra in un certo senso mia, che ha corretto la delusione del 1991 quando perdemmo Gara 5 in casa con Caserta e le Final Four di Eurolega del 1992. Non immaginavo che sarebbe stata la mia ultima vittoria a Milano”. “Per me è stata una vittoria terapeutica – ricorda Riccardo Pittis – perché da giovanissimo avevo vinto tanto ma per merito dei miei compagni. Non credevo che sarebbe stata anche l’ultima” La Philips vinse di cinque punti nella Capitale (Pittis segnò 31 punti, Djordjevic 29) e in un Forum gremito dominò il ritorno praticamente spaccando la partita all’inizio dopo qualche minuto di sofferenza difensiva in cui le penetrazioni di Fantozzi e il gioco interno di Radja avevano creato apprensione. Una volta abbassate le percentuali avversarie, l’Olimpia si mise nelle condizioni di correre e creare tiri aperti prendendo il largo. Nel secondo tempo ci fu un tentativo disperato di Roma, ma la risposta fu un 14-0 che chiuse i conti con grande anticipo. Djordjevic segnò addirittura 38 punti in quella gara, Pittis ne segnò 21, Riva 16 e Davis 15. Fu uno spettacolo, anche di pubblico, inclusa la camminata di Djordjevic sul tavolo dei giudici rientrando in difesa a partita vinta, e la prima vittoria conquistata al Forum dall’Olimpia. L’unica di D’Antoni da allenatore, l’ultima di Pittis da giocatore, l’unica a Milano di Djordjevic e Riva. Nel secondo tempo di Gara 2 ci fu un tentativo disperato di Roma, ma la risposta fu un 14-0 che chiuse i conti con grande anticipo. Djordjevic segnò addirittura 38 punti Al termine di quella stagione, Pittis venne ceduto a Treviso per ragioni di bilancio. Un anno dopo andarono via tutti inclusi Riva, Djordjevic e D’Antoni (le eccezioni furono Portaluppi e Alberti) perché il club passò dalle mani di Gianmario Gabetti a quelle di Bepi Stefanel che portò i giocatori che aveva a Trieste (Nando Gentile, Dejan Bodiroga, Sandro De Pol, Gregor Fucka, Davide Cantarello) oltre all’allenatore Bogdan Tanjevic che forzò la partenza di Mike D’Antoni verso Treviso dove ritrovò proprio Pittis, esportò il suo sistema e poi spiccò il volo verso la NBA.

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