1986, Gara 2: Berloni Torino- Simac Milano 79-86
L’Olimpia irresistibile della stagione precedente, quella di Joe Barry Carroll, non esisteva più. Carroll era naturalmente tornato ai Golden State Warriors riprendendo a segnare i suoi 20-21 punti di media. La novità per l’Olimpia si chiamava Cedric Henderson. Aveva lasciato il college dopo un solo anno, ma si era dichiarato per i draft NBA in modo irregolare. Non poteva giocare e venne in Europa. Aveva 19 anni. Dopo poche settimane, venne tagliato. Alla vigilia della stagione l’Olimpia lo riprese con nuove condizioni. Ed Henderson gradualmente diventò un fattore decisivo. Nei playoff fu sensazionale. Ma il Simac che un anno prima aveva passeggiato sulle avversarie si trovò con le spalle al muro nella semifinale con Torino, squadra che a quei tempi arrivava sempre ad un passo dalla finale senza mai conquistarla. L’Auxilium, diretta da Dido Guerrieri, scuola Simmenthal anche lui, era una squadra fortissima. Non aveva più Pino Brumatti e Meo Sacchetti, ma aveva Carlo Della Valle, Giampiero Savio, Renzo Vecchiato, Ricky Morandotti e due americani straordinari, Scott May e Mike Bantom. Di più, Torino vinse al Palalido e per restare viva l’Olimpia doveva vincere al Parco Ruffini. “Il giorno prima ci trovammo in riunione – racconta Peterson – Loro avevano questo centro di riserva, Davide Croce. Parlammo di quando Meneghin sarebbe stato accoppiato a Croce. In spogliatoio, ogni tanto chiamavano Dino “Testa” perché aveva appunto una testa grande. Premier interruppe la riunione e disse “Coach, sta dicendo che in campo potremmo avere Testa contro Croce?”. Tutti a ridere. Riunione finita. Vincemmo la partita e poi lo scudetto”. E Cedric Henderson fu decisivo, con sette punti e 11 rimbalzi; Premier fu il miglior realizzatore con 27 punti, Russ Schoene ne aggiunse 23.
