Il CEO di EuroLeague: Dubai? 50 e 50. Ma non vogliamo padreterni dal super-budget

Alessandro Maggi 1

Il CEO dell’EuroLeague Paulius Motiejunas ha rilasciato una lunga intervista a BasketNews Talks. Ecco le sue dichiarazioni

Il CEO dell’EuroLeague Paulius Motiejunas ha rilasciato una lunga intervista a BasketNews Talks. Ecco le sue dichiarazioni.

SU UNA LICENZA PLURIENNALE A PARTIZAN E STELLA ROSSA

“Questa è la parte più difficile dell’essere il CEO dell’EuroLeague. È impossibile rendere tutti felici. È impossibile coinvolgere tutte le migliori piazze del nostro basket. E Belgrado è uno dei posti migliori, ovviamente. Ma dobbiamo avere dei numeri alle spalle e guardare a tutti gli altri club e mercati in crescita (…) Deve essere sostenibile, a lungo termine, qualcosa che faccia crescere il mercato e l’intera lega, non solo una regione”.

SULLA VIRTUS BOLOGNA

“Guardate la Virtus, che ha tifosi e risultati. Guardate il Monaco. Hanno grandi risultati sportivi. Ci sono molte squadre che, a mio avviso, meritano di far parte del campionato. Non possiamo chiudere la porta a nessuno. Questa è la parte difficile. Non si può avere tutti. Non si possono accontentare tutti. Ma dobbiamo vedere quali sono i criteri che creiamo per lasciare la porta aperta a chiunque”.

SUL FORMAT DI AMMISSIONE

“Attualmente l’accordo prevede che il campione della ABA-Liga giochi [in EuroLeague]. Nulla è stato cambiato. A seconda delle altre opzioni che abbiamo in tutta Europa e in EuroLeague, con il campione di Eurocup e il secondo classificato, ci siederemo e discuteremo”.

SUL BESIKTAS

“I miei criteri sono semplici: bisogna mostrare risultati sostenibili. Non mi piacciono questi progetti da padreterno dove qualcuno arriva e dice: ‘Ora investiremo milioni, vogliamo giocare in EuroLeague e vogliamo vincerla’. Non ci si può basare solo sui risultati sportivi e sulle spese eccessive. Abbiamo l’EuroCup, una competizione di secondo livello. Quindi, se vuoi dimostrare quanto vali, gioca l’EuroCup.”.

SULL’ALLARGAMENTO

“Come si fa a far crescere il campionato? Continuiamo a dire che Francia, Germania e Regno Unito sono i mercati chiave che vogliamo far crescere. Dobbiamo concentrarci sui mercati e sul potenziale che la nuova squadra potrebbe portare al campionato”.

SU DUBAI

“È difficile stabilire il calendario e le tempistiche. È un mercato completamente nuovo. Dico sempre che le discussioni sono in corso. Stiamo facendo piccoli passi avanti. Ma quando potremo dire che l’accordo è concluso e che siamo pronti a partire? Non lo sappiamo. Può essere veloce, può essere lento. Il processo è in corso e promettente perché quando ho parlato di due parti, una parte è che possiamo aprire un mercato completamente nuovo, una nuova sfera che è molto incoraggiante e motivante da guardare. Non so se saremo in grado di farlo, ma è bene analizzarlo”.

“La percentuale? 50/50? Non voglio impegnarmi e non voglio che la gente dia tutto per scontato, dicendo che è 50/50 e pensando che ci sia una grande possibilità di giocare l’anno prossimo”.

SUL RISCHIO DUBAI

“Siamo assolutamente consapevoli dei rischi. Il rischio non è Dubai. Il rischio è che ci siano squadre che spendono troppo. Continuo a dire che dobbiamo essere sostenibili. Dobbiamo spendere quanto guadagniamo. Non possiamo sprecare denaro e gettarlo dalla finestra solo per ottenere risultati sportivi. Questo è ciò di cui abbiamo parlato con i club. Dobbiamo essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Dubai, se verranno, non cambieranno le cose. Perché il problema esiste ancora e dobbiamo risolverlo con o senza di loro. È su questo che stiamo lavorando”.

SULLA GESTIONE FINANZIARIA

“Il regolamento del Fair Play è stato implementato e continuiamo a diminuire i contributi che i proprietari possono dare. Non stiamo parlando del salary cap, ma di qualcosa di simile al controllo di quanto i club spendono per i giocatori. I passi sono già stati fatti e non c’è alcun legame con Dubai. Deve essere fatto in un modo o nell’altro, che siano dentro o fuori”.

SUL CONTROLLO

“Non si chiamerà salary cap, ma regolamento su quanto spendono i club (regulations on how much the clubs spend). È in corso da 2-3 anni, quindi abbiamo un progetto e il progetto viene discusso. Dobbiamo mettere tutti d’accordo. I club voteranno, ma sono abbastanza sicuro che dovremmo approvarlo. Sono ottimista”.

One thought on “Il CEO di EuroLeague: Dubai? 50 e 50. Ma non vogliamo padreterni dal super-budget

  1. Io dico la mia, naturalmente senza alcuna pretesa, solo pour-parler. Esiste un modello consolidato, l’NBA, perché non si prende esempio (in piccolo, ovviamente) da loro?

    i criteri di ammissione dovrebbero essere meramente economici: per aderire ad EL occorrono impianti idonei e capitali che garantiscano la possibilità di competere. Va da sé poi che, come accade oltreoceano, le franchigie possono cambiare sede eventualmente (e giocoforza chi investe investirà in piazze che hanno tradizione e seguito per il basket. L’alternativa è promuovere massicciamente il prodotto anche in piazze tradizionalmente poco inclini al basket…);

    deve per forza esistere un salary-cap che garantisca alle squadre di competere, per così dire, ad armi pari. Si potrebbe anche pensare ad un meccanismo tipo quello delle scelte NBA dai vari campionati nazionali ai quali le franchigie EL non parteciperebbero più (o lo farebbero eventualmente con le seconde squadre);

    per evitare il fastidioso fenomeno del tanking, in accordo con le federazioni, si potrebbe prevedere un meccanismo di promozioni/retrocessioni dalle varie coppe europee (Eurocup), mantenendo però sempre il criterio che chi accede ad EL deve possedere strutture e capitali che gli consentano di poterlo fare;

    lo stesso per la formula del torneo che dovrebbe prevedere un numero di partite ininfluenti che sia il minimo possibile. Meccanismi tipo il play-in, che aumenta il numero delle squadre interessate alla post-season vanno nella direzione giusta.

    Il torneo dovrebbe essere di alto livello e quindi (molto) appetibile per sponsor e TV, destinati quindi a fornire un cospicuo contributo economico. Anche dal punto di vista pubblicitario quindi, andrebbe “pompato” adeguatamente. Questa sarebbe un’ulteriore garanzia che chi investe decida di investire in piazze con grande tradizione (l’alternativa, come dicevo prima, sarebbe quella di promuovere fortemente in altre piazze meno…portate).

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