Entriamo in una fase politica cruciale per il basket italiano ed europeo, e dopo mesi di promesse, inviti, esternazioni di propositi, è tempo di passare all’azione. Olimpia Milano, forse per la prima volta, sarà al centro del dibattito continentale come nazionale, e questo è un altro importante traguardo, avviato anni fa da Livio Proli.
In Italia, dopo l’ultima dichiarazione di Gianni Petrucci, è tornata in discussione la regola protezionistica dei giocatori autoctoni: «Dal momento della mia ultima rielezione ho ravvisato la necessità di attuare alcuni cambiamenti a mio avviso imprescindibili per rilanciare il movimento del basket italiano. Si rende dunque inevitabile una profonda e ampia analisi che non può non riguardare anche l’impiego dei giocatori italiani nei nostri campionati, tema che ho sempre avuto a cuore anche in veste di Presidente del CONI e che reputo tutt’ora centrale per la tutela del nostro patrimonio di atlete ed atleti».
Sia in primo luogo chiaro: nonostante l’immediata corsa in barricata della GIBA, Petrucci ha ipotizzato, non promesso. Certamente questo resta un cambiamento epocale dopo anni di pura difesa ad oltranza da parte del numero uno federale, ma dopo due anni di rivoluzioni solo ipotizzate, meglio non eccitarsi troppo.
«Gli italiani buoni giocano comunque» dice qualcuno. E certamente qualche elemento da anni professionista solo grazie alla regola si è visto. Più di qualche. Ma il “liberi tutti” cancellerebbe i giocatori nostrani dal radar. Qui nessuno vuole mettere in discussione un principio, solo la forma. 5 o 6 italiani per 16 squadre sono eccessivi, non esistono, per di più in roster che possono poi essere composti solo da americani, di solito portati con contratti annuali a fare un gruppo nel gruppo, cancellando tutto il resto.
Olimpia Milano dal canto suo ha sempre investito nella classe, ma l’EuroLeague pretende da subito giocatori pronti, mentalmente e fisicamente. Ed è impossibile per qualsiasi allenatore costruire una doppia identità, una doppia squadra. L’errore sarebbe però considerare Milano il vero tema del contendere. O la Virtus. O Venezia.
Servono squadre in grado di sviluppare giocatori italiani nel massimo piano nazionale con la serenità di poterlo fare. Una struttura piramidale. Gettare i giovani nella mischia senza assilli economici legati a promozioni e retrocessioni. Servono misure per rendere sostenibile l’impegno di chi cerca stabilità. Premi di preparazione e fondi premio. Meno italiani magari, ma con maggiore qualità intorno a loro.
Il tutto non dimenticando quel che c’è sotto. L’A2 sarà anche il “campionato degli italiani”, ma con 28 squadre il prodotto è estremamente diluito e la competizione di livello più basso.
In Europa il nuovo piano nasce dal dialogo, invocato da Ettore Messina un anno fa, anche se molti distrassero attenzioni sulle ultime righe, facendo finta di non cogliere il senso primo del tutto. Non sappiamo se Bertomeu fosse il padre dello scontro, tendiamo ad escluderlo, ma rimettersi al tavolo con la FIBA è una necessità per inquadrare il calendario di EuroLeague in quelli Nazionali e Internazionali.
La competizione resta il cuore del nostro basket continentale? Sì. Ma deve iniziare a vivere con il resto del movimento. E il resto del movimento deve iniziare a convivere con essa, magari con una piccola speranza di poterne fare parte. Senza tuttavia cadere nelle solite invettive “noi contro tutti” promosse dal CEO della Virtus Bologna Luca Baraldi nei giorni scorsi. Se la Virtus vuole essere motore di riforme lo sia, ne ha facoltà, poteri e competenze. Sino ad oggi ha solo urlato.
La formula della promozione dall’EuroCup resta un’idiozia nella forma. Assurdo che chi vince la seconda competizione abbia solo i playoff come ipotesi di salvezza, al primo anno in un nuovo mondo. Al tempo stesso, ovviamente i calendari sono solo una parte del problema che ha dato vita alla rivoluzione.
Il problema sono incassi, dividendi e diritti tv. Su questo restiamo spettatori. Bisogna dare atto agli 11 club fondatori di aver parlato, e quindi agito. Che anche in Italia si prenda esempio.

Il tema è come fare emergere giocatori italiani validi. Secondo me ogni società di LBA dovrebbe avere una squadra satellite interamente composta di under 22 che partecipa ad un apposito campionato senza retrocessione al compimento del 23 esimo anno o anche prima se dimostra le qualità necessarie diventa elegibile per la prima squadra o può essere ceduto previo compenso fisso ad altra squadra di A2 o A1 che ne faccia richiesta magari con un’asta in cui però il diritto di prelazione resta alla squadra che lo ha “allevato”.