Ettore Messina protagonista sul Corriere dello Sport per parlare di regolamentazione italiani. Ecco alcune sue dichiarazioni.
«Gli italiani bravi giocherebbero lo stesso diminuendo la quota minima? Ovviamente sì».
«Il discorso degli italiani si ricollega anche in forma molto diretta alla riforma dei campionati. Il numero dei nostri ragazzi validi o competitivi in A sarebbe meno un problema se avessimo 14 squadre invece che 16. E così via… Se ci fosse un campionato dove effettivamente i 18-22enni potessero andare in campo lì, apposta, allora tutto questo discorso non avrebbe ragione di esistere. La questione non è solo sul numero di italiani che devono giocare in A, è un tema legato alla riorganizzazione dei campionati professionistici e non».
«I club chiedono un mercato “libero” perché, essendoci una regola protettiva, gli stipendi degli italiani diventano più alti. L’italiano valido è stato ritenuto una risorsa scarsa e di conseguenza ha aumentato il suo valore di mercato. A fronte di uno straniero di qualsiasi provenienza».
«I coach mandano in campo quelli che sono più utili o funzionali per vincere una gara. Posso garantire che i tecnici non guardano né il passaporto né il colore della pelle, ma solo chi è più bravo o meno bravo».
«Non so in questo caso, però di solito la concorrenza porta un miglioramento in ogni attività. Se devi giocartela con avversari più forti per venire fuori, questo ti spinge a fare di tutto per fare un salto di qualità».


ha perfettamente ragione Messina.
la regola degli italiani è inutile, molto società falliscono, quando prendendo un americano lo pagano molto meno di un italiano,soprattutto le società più piccole.
Inoltre tale regola non è tanto protettiva verso gli italiani, perché portarli in panchina e non farli giocare cambia poco.
Qualcuno potrebbe dire… e il movimento Nazionale? Gli italiani che fine farebbero?
Secondo me si avrebbe un mercato più libero, gli italiani bravi troverebbero comunque posto in qualche società internazionale, basta vedere ora dove giocano i migliori… Migrerebbero fuori dall’Italia anche per il loro bene, e nello stesso tempo ne giova i campionato nazionali dove le società che falliscono sarebbero di meno
Qui è un tema importante, del perché sono all’estero, alcuni, non tutti. A parte la apprezzabile scelta di conoscere il mondo, però forse il sistema basket in Italia non offre qualcosa. Tranne rarissime situazioni.
La crescita dei gicoatori italiani dipende dall’attuare una programamzione che parta dalle società di base per poi arrivare ai campionati professionistici. Programmazione che in Italia è inesistente da anni. Si ragiona sempre e soltanto con obiettivi a breve termine, senza mai impostare una lavoro che abbia obiettivi a lungo termine.
A Petrucci interessa la qualificazione alle Olimpiadi per vantarsene, non interessa attuare una programmazione che garantisca alla nazionale italiana di diventare tra tot anni competitiva per puntare costantemente alla qualificazione olimpica senza necessariamente spremere all’infinito i soliti ultratrentenni (i quali, se dopo un paio di decenni di maglia azzurra, si tirano fuori a causa di problemi fiisci, vengono pure ritenuti “traditori” e devono sorbirsi critiche e pure insulti…); e senza magari andare a cercarsi gli avi italiani di qualche ragazzo americano per riuscire ad avere qualche giocatore competitivo, o augurarsi che chi giochi in NBA dia sempre e comunque priorità alla nazionale “altrimenti sono guai”.
La regola, o meglio, l’imposizione dei 6 italiani a referto in LBA è una cavolata di proporzioni mastodontiche, che andava abolita da ieri e invece ancor oggi tocca sentire parlare che “forse sarebbe da togliere”.
Il problema non è il numero di italiani etc etc … il problema è gli “italiani forti” … e qui si parte dal minibasket a salire … sulla formazione di base …
Poi se uno non è in grado di reggere ad un livello più alto occorre farsene una ragione. Chiamasi selezione naturale.