Tanti auguri a The Goat: Mike D’Antoni, leggenda vivente di Olimpia Milano, compie 70 anni

Compie oggi 70 anni probabilmente il più grande giocatore della storia di Olimpia Milano: Mike D’Antoni

Compie oggi 70 anni probabilmente il più grande giocatore della storia di Olimpia Milano: Mike D’Antoni. Prodotto di Marshall, oggi assistente dei Brooklyn Nets dopo aver prodotto la Small-Ball in NBA, il signor Michael Andrew arrivò in città nel 1977 per andarsene solo nel 1994 dopo essere stato coach anche per quattro anni.

L’ultima intervista di questa settimana

Con i biancorossi ha conquistato da giocatore cinque scudetti, due Coppe Italia, la Korac del 1985 e le due Coppe dei Campioni del 1987 e del 1988. Da allenatore una Korac nel 1993 prima di conquistare due scudetti con Treviso.

D’Antoni The Book, da olimpiamilano.com (qui scaricabile)

In principio fu Andrea Di Antonio. La sua storia è simile a quella di tanti altri italiani che all’inizio del ‘900 decisero di lasciare la patria per cercare più che fortuna un lavoro e uno stipendio dall’altra parte dell’oceano Atlantico. Andrea Di Antonio vide quello che hanno visto tutti. La sua nave entrò nella baia con Manhattan sullo sfondo, rimase a bocca aperta quando scorse la Statua della Libertà e infine venne depositato a Ellis Island, il primo impatto con gli Stati Uniti per chiunque venisse dall’Europa. Gli emigranti venivano stipati in una palazzina fredda, che fa venire i brividi a vederla adesso che è trasformata in un museo. A uno a uno venivano interrogati. Andrea Di Antonio, come quasi tutti, non parlava una parola di inglese ma il cognome glielo storpiarono tutto sommato in modo indolore, come successe a tanti. Lui veniva da Nocera Umbra. Sulla giacca aveva scritto il nome del luogo in cui era destinato. Nel suo caso McComas, West Virginia, terra di minatori, famosa soprattutto per la canzone country di John Denver “Country Roads” e perché in quello stato nacque e diventò grande Jerry West, l’olimpionico di Roma ’60 che poi sarebbe stato immortalato per sempre, con la sua inconfondibile silhouette nel logo della NBA. Nel 1956 la East Banks High School guidata da Jerry West andò a vincere il titolo dello stato battendo in semifinale la Mullens High School. Il coach di Mullens era Luigi Giuseppe D’Antoni. Ma tutti lo chiamavano Lewis, il terzo figlio di Andrea.

I genitori di Lewis erano scarsamente interessati allo sport, impegnati comprensibilmente a sopravvivere più che a coltivare il proprio fisico o eventuali passioni. E poi in America andavano sport distanti dalla cultura italiana. Baseball, football, basket… Lewis però nacque a McComas nel 1914 e la sua americanizzazione fu rapida e totale. Quando era un bambino, la famiglia si trasferì a Mullens, altra cittadina nel cuore degli altipiani del West Virginia, costa orientale ma in sostanza il nulla se paragonato all’America che immaginiamo. Mullens è roba da 3.000 abitanti. Ma il West Virginia ti entra nel sangue se ci sei nato, con tutti i suoi limiti. Lewis D’Antoni ancora oggi risiede a Mullens. Ma allora era uno sportivo a 360 gradi. Eccelleva nel football, eccelleva nel tennis e fu per quattro anni il capocannoniere di Mullens High nel basket. Il suo allenatore si chiama Woody Woodell. Quando D’Antoni si diplomò, Woodell gli propose di seguirlo a Concord High School dove si sarebbe laureato nel 1937 e dove nel 2014 gli avrebbero consegnato una seconda laurea “ad honorem”, a 100 anni di età. Fu primo quintetto di conference nel 1936 e nel 1937 e un anno anche “prima squadra” di conference nel football. Finita l’università, passò direttamente in panchina alla Pineville High School: vi restò fino al 1942 quando tornò a casa, a Mullens, dove vi allenò 17 anni pur con l’interruzione dovuta alla disputa della seconda guerra mondiale. Lewis D’Antoni credeva nel contropiede, nel gioco veloce. “Il concetto – ha dichiarato anni fa al New York Daily News – era quello di arrivare nel quarto di campo avversario prima che lo facesse la difesa”. Nel 1955 vinse il titolo dello stato e fu nominato coach dell’anno. La stagione seguente la sua squadra si fermò in semifinale, perdendo appunto contro East Banks. Jerry West segnò 42 punti. “Per anni ho rimpianto di non essere riuscito a fermarlo. Poi è andato nella NBA e ho visto che neppure lì ce la facevano”, ha scherzato. Lewis D’Antoni lasciò Mullens per andare ad allenare la Chesapeake High School in Ohio. Erano gli anni in cui Mike andò a giocare a Marshall University e dal confine con l’Ohio, Lewis poteva muoversi in fretta e vedere le partite casalinghe del figlio.

Prima di Mike, ci fu anche Danny. Dan D’Antoni è il più grande dei quattro figli di Lewis D’Antoni: il più giovane si chiama Mark, l’unica figlia è Kathy, poi ci sono i “cestisti”, Dan appunto e Mike. Dan D’Antoni è stato per anni il metro di paragone per Mike: il modello da seguire, imitare, il rivale contro cui combattere. Una volta si racconta che mamma Kathy dovette intervenire in modo duro per evitare che un uno contro uno si trasformasse in un’esperienza drammatica. Mike aveva perso e aveva cominciato a dare i numeri, sbattere la testa contro il muro. “Mai battuto Dan in vita mia”, dice Mike. Dan era quattro anni più grande e diventò una stella alla Marshall University di cui oggi è il capo allenatore. Nel 1968/69 segnò 17.5 punti di media e fu il top scorer dei Thundering Herds. Nel 1970 diventò il vice allenatore di Marshall trovandosi in squadra il fratello Mike ma se ne andò dopo un anno a causa di una tragedia che colpì la scuola: un incidente aereo che coinvolse la squadra di football e uccise 75 persone. Fu un dolore troppo forte per lui, Dan conosceva molte di quelle persone e decise di andarsene. Ma solo nel 1975, dopo aver fallito un provino con i Baltimore Bullets, decise di rinunciare a giocare e dedicarsi full-time alla panchina. Per trent’anni Dan D’Antoni è stato il leggendario coach della Socastee High School di Myrtle Beach, South Carolina, vincendo oltre 500 partite in carriera. Smise di allenare a livello liceale solo perché Mike gli chiese di seguirlo come assistente ai Phoenix Suns. Oggi Dan allena da capo la Marshall University.

Dan D’Antoni non fu reclutato da West Virginia, l’università di riferimento della zona, resa famosa dal grande Jerry West. Fu così che scelse Marshall. E quando Mike diventò abbastanza bravo da suscitare le attenzioni dei college, West Virginia era in prima fila. La mamma di Mike voleva che il figlio diventasse un dottore. Mike voleva accontentarla. Ma per farlo non poteva andare a Marshall perché non aveva la facoltà di medicina. E tuttavia lo zio, Andy, era stato una stella della squadra di football, un grande quarterback che venne incluso nella Hall of Fame dell’università. E Danny stava ultimando a sua volta una grande carriera universitaria. Mike era tentato da Duke, da Davidson nel North Carolina e appunto da West Virginia. Ma WVU aveva ignorato il fratello e a casa D’Antoni il fatto non era passato inosservato. Per quanto non fosse attratto dall’idea di seguire ancora le orme di Dan, Mike andando a vederlo giocare si innamorò di Marshall, della sua gente, dell’ambiente. Alla fine scelse di diventare il nuovo numero 10 della squadra. D’Antoni avrebbe lasciato Marshall dopo quattro anni come leader di tutti i tempi negli assist, un primato che poi è stato battuto ma Mike lo ottenne in tre stagioni perché all’epoca i “freshmen” (primo anno) non potevano giocare in prima squadra. Da junior Marshall vinse il “Memorial Invitational Tournament” e arrivò ad occupare il numero 8 del ranking nazionale dopo aver battuto la numero 6 St.John’s con un memorabile 110-107 davanti a 6.500 spettatori, tutto esaurito, alla Memorial Field House. Marshall chiuse l’anno 23-4. Nell’ultima partita dell’anno D’Antoni non riuscì ad evitare la sconfitta di Marshall ma ebbe 26 punti, 10 assist e 9 rimbalzi, quasi una tripla doppia.

Mike venne scelto nei draft NBA dai Kansas City Kings. A quei tempi c’erano 18 squadre nella NBA, non le 30 di oggi. La ventesima chiamata era in realtà la seconda del secondo giro. D’Antoni firmò un contratto di tre anni ma non arrivò fino al suo esaurimento. Fu secondo quintetto di rookie, ma soffrendo tanti piccoli infortuni che ne limitarono il rendimento. O forse semplicemente non era abbastanza atletico per una NBA così esclusiva o non era abbastanza costante nel tiro da fuori. Fatto sta che nel 1976, tagliato dai Kings, andò a giocare nei St.Louis Spirits della ABA, la lega alternativa, non necessariamente inferiore che però stava esalando gli ultimi respiri: le sue squadre migliori, Spurs, Nuggets, Pacers e Nets, vennero inglobate nella NBA. Non St.Louis. L’anno seguente venne invitato al training camp dei San Antonio Spurs ma resistette poche partite, due, e così tornò a casa, a Myrtle Beach, nel South Carolina, immaginando di occuparsi del ristorante di famiglia. “Ma non ero portato per il lavoro…”, scherza. Fu Jim McGregor a segnalare D’Antoni a Milano in un’epoca in cui i giocatori americani erano sconosciuti da scoprire, specie se gente abituata a restare in fondo alla panchina o poco utilizzata. McGregor era un allenatore americano dell’Oregon con la vocazione del giramondo. Allenò un’infinità di nazionali nei paesi più improbabili, inclusa l’Italia, il paese in cui legò di più e dove allenò anche a livello di club promuovendo la filosofia del “run and gun”. McGregor faceva anche l’agente: a quei tempi succedeva. Portava squadre di americani in tournèe e metteva in mostra giocatori buoni per tutte le esigenze. E faceva l’osservatore. Fu lui a indicare D’Antoni a Milano. Ma a quei tempi di italiano Mike aveva solo il cognome. Respinse tutti i tentativi dell’Olimpia fino a quando dopo aver capito che giocare in Italia sarebbe stato comunque meglio che lavorare decise di accettare, di andare a Milano e firmare un contratto di due anni. Immaginava di restare due anni appunto, ma diventarono 21 creando un legame indissolubile con la società, la città, l’ambiente. (2-continua)

Pippo Faina fu il suo primo allenatore, Dan Peterson il secondo. Non era come adesso. A quei tempi un americano per ambientarsi doveva imparare la lingua oppure le opportunità di conversazione risultavano ridotte allo zero. Non era facile avere contatti frequenti con la famiglia. La nostalgia era in agguato. Mike la sconfiggeva leggendo. Un libro al giorno. Per due anni. Il Billy era la squadra della famosa Banda Bassotti, tutti piccoli, tutti giovani. D’Antoni era il leader. Al college giocava con il numero 10, a Milano scelse il 5 perché qualcun altro aveva preso il 10. Quando Dino Boselli arrivò in prima squadra gli chiese il 5 per onorare il suo idolo Giulio Iellini. A Mike non poteva importare di meno del numero: diede il 5 a Boselli e prese l’8 senza sapere che un giorno sarebbe stato ritirato, che l’8 sarebbe sempre stato Mike D’Antoni all’Olimpia, che l’8 avrebbe fatto parte del suo indirizzo e-mail, che Kobe Bryant avrebbe giocato con l’8 in suo onore (successivamente è passato al 24 per simboleggiare le ore di ogni giorno in cui è focalizzato sul lavoro).

D’Antoni fu allenato per un anno da Pippo Faina che aveva sofferto la retrocessione in A2 ma anche la vittoria in Coppa delle Coppe, poi aveva vinto la A2 e infine guidò la squadra in A1 nel primo anno di Mike al Cinzano, con i pantaloncini a righe, la maglia blu e rossa. Poi a Milano approdò Dan Peterson che sarebbe diventato il “suo” allenatore. Peterson aveva avuto una carriera atipica fino a quel momento: cresciuto attraverso licei, un college di terza divisione e come assistente anche a Michigan State, era stato eccellente coach dell’università del Delaware. Al termine di quella esperienza, era diventato il coach della Nazionale cilena consegnandola ai migliori anni della sua vita. Arrivò a Bologna quasi per caso: il prescelto era Rollie Massimino, ma questi venne chiamato da Villanova e rifiutò all’ultimo momento. La Virtus voleva un americano e gli proposero Peterson che era libero. Peterson accettò e per quattro anni svolse un altro grande lavoro a Bologna vincendo lo scudetto e consegnando a Terry Driscoll la squadra che avrebbe vinto altri due scudetti dopo la sua partenza. Il secondo fu contro il Billy Milano in finale. La Banda Bassotti. La squadra di Mike D’Antoni. Fu quello l’anno in cui D’Antoni esplose e diventò Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo. Successe a Roma, contro la Stella Azzurra di un tecnico emergente di nome Valerio Bianchini: D’Antoni rubando palla dopo palla riportò l’Olimpia in partita e la condusse alla vittoria. Era nata una leggenda anche se in finale l’allora Sinudyne si rivelò troppo forte per Milano.

Nel 1979, a 28 anni, Mike decise di dare un’ultima chance alla NBA quando Jerry Sloan lo chiamò per portarlo ai Chicago Bulls. Il suo ruolo doveva essere quello di spalla di Artis Gilmore: portare la palla nella metà campo avversaria e passarla ad un centro offensivamente dominante come Gilmore. Ma durante il training camp, D’Antoni si infortunò. Non riuscì a giocare la pre-season, si depresse. Dan Peterson cominciò a chiamarlo giorno e soprattutto notte. Ad un certo punto, magicamente, comprese che quello che voleva non era giocare nei Bulls ma a Milano. “Presi il primo aereo disponibile, neppure Jerry Sloan sapeva che me n’ero andato. Lo scoprì all’allenamento del giorno successivo”.  Dopo la breve parentesi a Chicago, D’Antoni tornò a Milano. Per i regolamenti dell’epoca se avesse giocato in stagione regolare con i Bulls gli sarebbe stato proibito tornare da noi. Erano i tempi in cui un professionista come D’Antoni era stato, poteva giocare in Europa solo attraverso la cosiddetta riqualificazione. Ma la pratica era consentita solo una volta. La rinuncia ai Bulls fu di fatto la migliore scelta che D’Antoni abbia mai fatto in vita sua.

Perché da quel momento, da quando decise di tornare a Milano, Mike D’Antoni smise di essere un americano di passaggio e si trasformò in una leggenda vivente, l’Arsenio Lupin, che avrebbe riscritto la storia del ruolo di playmaker probabilmente in tutta Europa. Nei suoi anni milanesi, D’Antoni è stato sfidato da giocatori diversi, tutti fortissimi, come Pierluigi Marzorati, Carlo Caglieris, Roberto Brunamonti e poi Larry Wright, Dragan Kicanovic o Darwin Cook. Qualcuno occasionalmente ha avuto la meglio ma nessuno lungo un arco di tempo ragionevolmente lungo. Dopo la Banda Bassotti, l’Olimpia alzò notevolmente il suo roster portando a Milano John Gianelli all’indomani di un flirt con Kevin McHale addirittura: in rotta con Boston per una questione di soldi, McHale, numero 3 del draft da Minnesota University, sbarcò a Milano, assistette al Trofeo Lombardia al Palalido e sembrava pronto a firmare sul serio quando il mitico Red Auerbach cedette, lo accontentò e sventò il buon esito della trattativa-boom. Pochi giorni dopo Milano firmò il vecchio John Gianelli che sarebbe rimasto tre anni. Quello fu l’anno maledetto della semifinale scudetto persa contro Cantù al Palazzone di San Siro con Antonello Riva che a 19 anni segnò 32 punti e pilotò la Squibb in finale e quindi allo scudetto contro la Virtus Bologna. L’estate successiva a Milano arrivò Dino Meneghin e con lui Roberto Premier. Il primo si infortunò subito, il secondo cominciò una lunga battaglia con Coach Dan Peterson con tema la difesa. E Peterson spremeva D’Antoni come un limone: mai un minuto di riposo. E mai un tiro in meno dei 12 che pretendeva per combattere l’indole altruista del suo playmaker. “Mike, se tiri 20 volte ok, se tiri 11 volte anche se fai 11 canestri abbiamo un problema”. Il Billy ebbe un avvio di stagione catastrofico, a Pesaro contro il maligno bomber Kicanovic, l’Olimpia venne travolta, derisa, sbeffeggiata. Ma come avrebbe sempre fatto in carriera, D’Antoni annotò e non dimenticò. Al ritorno di Meneghin, la squadra si mise a giocare con le sue due torri Gianelli (più efficace al secondo anno a Milano) e Meneghin. L’Olimpia arrivò in finale, sbancò Pesaro e poi resse l’urto in gara 2 a San Siro. D’Antoni devastò Kicanovic – che il coach croato Petar Skansi tenne in panchina per tutto il primo tempo di gara 2, una scelta che ancora oggi non è mai stata chiarita del tutto – con la sua difesa. Gianelli eseguì la stoppata decisiva su Mike Sylvester, un ex, e lo scudetto tornò a Milano. Per Mike sarebbe stato il primo di cinque. (3-continua)

Prima di tornare a vincere, l’Olimpia e D’Antoni dovettero vivere due stagioni di delusioni tremende. Vinto lo scudetto, l’obiettivo era la Coppa dei Campioni, che Cantù deteneva con il suo squadrone capitanato da Pierluigi Marzorati, con Antonello Riva, l’ex Renzo Bariviera e due americani nuovi, il giovane Wally Bryant e il vecchio drago Jim Brewer, che non segnava quasi mai ma difendeva come un ossesso, prendeva i rimbalzi, veniva dai Lakers e in sostanza sapeva vincere. Il coach era Giancarlo Primo, romano, vocazione difensiva, rigidamente a uomo, ex tecnico della Nazionale. Era il 24 marzo 1983. Grenoble. Derby fratricida d’esportazione. Cantù contro Milano. Una battaglia nervosissima, punteggio basso, percentuali insignificanti. L’esperienza di Cantù scava il break. Bryant, ricco di talento e povero di esperienza, va ad esultare davanti ai suoi tifosi, perché a 45 secondi dalla fine Marzorati dalla media ha vanificato la 1-3-1 di Peterson per la seconda volta consecutiva portando Cantù avanti di sette. E a quel punto, non c’è più tempo per rimediare. Bryant commette un fallo a rimbalzo, il quinto, esce, ma prima di uscire come fa anche Riva esulta, platealmente. La gara è finita. Dovrebbe. 38 secondi alla fine, Bryant spedisce baci al pubblico di Cantù. In lunetta Gianelli accorcia a meno cinque. Arsenio Lupin in azione, ruba palla sulla rimessa addirittura soffiandola a Marzorati, assist e canestro di Franco Boselli da sotto. Meno tre. Fallo tattico di Mike. Time-out Cantù. Rimessa, D’Antoni anticipa tutte le linee di passaggio. Cinque secondi. Palla Milano, 69-66. D’Antoni per Boselli, canestro. Rimessa Cantù, in panico. Palla persa, palla Milano. Ultimo possesso. Costruito bene, Franco Boselli dall’angolo. Dalla media. Il suo tiro. “Di tutte le migliaia di tiri che ho fatto in carriera se potessi riaverne indietro uno vorrei quello”, dice Franco. Il tiro del titolo europeo è respinto dal ferro. Gallinari svetta a rimbalzo. Mezza Cantù gli frana addosso. Sono arbitri importanti, Yvan Mainini e Lubomir Kotleba, di personalità, destinati ambedue a carriere dirigenziali importanti, potrebbero anche fischiare ma non se la sentono. Applicano la regola non scritta di lasciare che siano i giocatori a decidere chi deve vincere una gara così importante. Cantù salva la pelle, può esultare. Per l’Olimpia comincia un anno solare di incubi.

 In campionato, il Billy arrivò in finale contro Roma nella più entusiasmante edizione dei playoff che si ricordi. Il Bancoroma, allenato dal grande rivoluzionario Valerio Bianchini, nemico numero 1, ma rispettatissimo, di Peterson, era tornato nella Capitale, lui milanese, per alimentare il sogno del tricolore che aveva solo accarezzato quando pilotava la Stella Azzurra (Bianchini a Cantù aveva vinto tutto, era il coach della squadra del tricolore di Riva e poi della prima Coppa dei Campioni). Roma era forte, con nazionali come Enrico Gilardi, Marco Solfrini e Fulvio Polesello. I primi due avevano vinto l’argento olimpico a Mosca nel 1980. Il centro americano si chiamava Kim Hughes: bianco, 2.11, grande gancio, un passato nella NBA e un altro proprio a Milano. Ma il colpo fu il playmaker Larry Wright, anche lui ex NBA, il fulmine della Louisiana, piccolo, forse fragile ma velocissimo. Bianchini fu bravo a coinvolgere Wright nel progetto: era l’anno tricolore anche della Roma calcio, e Wright fu paragonato al simbolo giallorosso Paulo Roberto Falcao. Wright era più veloce, forse anche più dotato di talento puro di D’Antoni. Il duello tra i due, un duello di stili, andò avanti per tutto l’anno. Roma vinse la regular season perché al Lido l’Olimpia perse contro la Libertas Livorno a causa di un canestro sulla sirena da tre quarti campo di Roberto Paleari. In finale, l’Olimpia dovette giocare con il fattore campo contro. Impianti enormi e tutti esauriti sempre, anche l’Eur di Roma. Grande copertura mediatica e anche bello spettacolo in campo. Alla vigilia dei playoff, Roma aveva perso per infortunio Hughes ma Bianchini aveva trovato il sostituto perfetto, un giocatore diverso, piccolo e grasso, meno tecnico ma molto più muscolare. Clarence Kea. Roma vinse gara 1 e si trasferì a Milano per il “match-point”. Nel secondo tempo prese il largo e sembrava avviata verso la vittoria clamorosa. Peterson guardò la panchina, vide Vittorio Gallinari, il suo specialista difensivo, la sua sentinella, forse il suo gregario preferito. Gli disse di andare in campo, lui che era 2.05, a marcare Larry Wright che era 1.80. “A fine partita per l’unica volta in carriera in conferenza stampa ho trovato solo consensi – racconta Peterson – Mi dissero che ero stato un genio. In realtà avevo provato tutti su Wright, D’Antoni, Boselli, Premier, tutti”. Fu la carta della disperazione ma funzionò. Gallinari cominciò ad agitare le braccia, Wright fu sorpreso, forse anche Bianchini lo fu, tant’è che cominciò una battaglia personale che mandò Roma fuori giri. Milano rimontò. Fece 15-0 di parziale. Wright che aveva segnato 27 punti nel primo tempo si fermò a 33. Gallinari sarebbe passato alla storia per una gara in cui segnò zero punti. D’Antoni non si fece irretire da Wright nel suo duello personale. Segnò 21 punti con 7/11 dal campo contro i 33 con 14/26 dell’avversario. D’Antoni ispirò i 29 punti dell’ariete Premier. L’Olimpia vinse di 13. Fu in gara 3 che Roma vinse il suo scudetto e Wright entrò nella storia del basket italiano al termine di una finale da 45.000 spettatori complessivi.

Secondo Dan Peterson era l’Olimpia più forte che avesse mai allenato. Inizio stagione 1983/84, ultimo anno senza il tiro da tre punti. John Gianelli aveva scelto di ritirarsi dopo una lunga carriera in due mondi. Alla ricerca di un crack da affiancare a Meneghin, l’Olimpia punta su Earl Cureton che ha vinto un titolo NBA a Philadelphia ma da terzo lungo. Un giocatore di talento tecnico limitato ma grande forza fisica, difensore eccezionale, rimbalzista, giocatore di squadra. A chiamarlo per prima è Pesaro, ma il matrimonio non funziona e in prestagione i pesaresi decidono di lasciarlo andare. Caratterialmente, Cureton è quel che si dice un giocatore problematico. Il Simac decide di intervenire e lo porta a casa. Con Cureton, Milano sembra imbattibile, la chimica è spontanea. Milano vince tutte le partite che Cureton gioca, in campionato e in Coppa delle Coppe. Ma una mattina, Cureton prende il taxi e scappa all’aeroporto. Coach Peterson sale sul taxi successivo: vuole raggiungerlo e convincerlo a restare. Ma non arriva in tempo e non sarebbe servito. Cureton aveva firmato per i Detroit Pistons. Il danno è doppio: a quei tempi, potevi cambiare l’americano in campionato ma non in coppa. L’Olimpia risponde come meglio non potrebbe: firmando la prima scelta di Detroit, Antoine Carr che nella NBA avrebbe avuto una carriera superiore a quella di Cureton. Carr però era un rookie, un saltatore a quei tempi, talento debordante ma inesperto. Giocò bene, ma non ebbe l’impatto di Cureton. E soprattutto, l’Olimpia dovette giocare la Coppa delle Coppe senza il suo lungo. Nonostante questo arrivò in finale, la terza consecutiva nel giro di 12 mesi, contro il fortissimo Real Madrid. Fu una battaglia. Finì 82-81 per il Real con due tiri liberi discutibili elargiti al bomber, Brian Jackson, detto “La Mitragliatrice”. La quarta finale persa fu la più contraddittoria, in campionato. Avversaria la Virtus Bologna di Alberto Bucci e Roberto Brunamonti. L’Olimpia aveva il vantaggio del campo ma lo perse in gara 1. Sembrava destinata ad affondare in gara 2 quando tra l’altro venne espulso Dino Meneghin. L’Olimpia ebbe una reazione di orgoglio, rimontò dall’orlo del baratro come un anno prima a Roma e forzò la bella a San Siro. Ma Meneghin fu squalificato e inutilizzabile. Senza il suo totem, la gara fu in salita fin dall’inizio. La rimonta, stile Grenoble, si materializzò salvo svanire sul più bello. Roberto Premier con un rimbalzo d’attacco e canestro di rapina portò l’Olimpia a meno uno. D’Antoni comandò il pressing e a metà campo Bologna perse palla e Renzo Bariviera, tornato a Milano in estate, prese fallo. In lunetta aveva i tiri liberi dello scudetto o quasi. Ma li sbagliò tutti e due e la Virtus poté gestire l’ultimo pallone regalando a Brunamonti la schiacciata finale dello scudetto. Quattro finale consecutive perse in modo rocambolesco. Dan Peterson venne soprannominato il John Wooden dei secondi posti. (4-continua)

La dinastia milanese stava per cominciare e le disavventure dei due anni precedenti l’avevano solo rinviata. Cruciale fu anche la possibilità di schierare D’Antoni da italiano. Ottenuta la documentazione in un lungo viaggio negli Stati Uniti da parte dell’allora general manager Toni Cappellari, ci fu tuttavia un inghippo: avendo meno di 28 anni infatti D’Antoni avrebbe dovuto svolgere il servizio militare almeno formalmente. Ma Mike oppose un netto rifiuto e per evitare l’incidente diplomatico l’Olimpia rallentò la produzione dei documenti perché il playmaker compisse 28 anni e fosse escluso dagli obblighi di leva. D’Antoni pilotò l’Olimpia allo scudetto nella stagione 1985/86 con la prima squadra della storia a concludere un playoff da imbattuta anche se all’epoca le serie erano tutte al meglio delle tre partite. L’Olimpia aveva cominciato la stagione con Russ Schoene e Wally Walker da americani, ma poi si presentò la possibilità di prendere Joe Barry Carroll e per la prima e unica volta nella sua carriera, Dan Peterson tagliò un giocatore. Schoene sembrava per nome, carriera e difficoltà il candidato ideale, invece in extremis, si decise di tagliare il veterano Walker. Carroll giocò a Milano forse la più soddisfacente stagione della sua carriera che nella NBA ebbe punte di rendimento altissime ma senza acuti di squadra tant’è vero che la sua reputazione era quella di un giocatore senza grinta e senza cuore. Come McAdoo in futuro, Carroll a Milano fu tutt’altro. Fu una stagione contrassegnata da tanti episodi: il crollo del Palazzone di San Siro lasciò la squadra prima al Palalido e poi nella tenda di Divier Togni che sarebbe diventata il Pala Trussardi; la vittoria in Coppa Korac contro Varese con Carroll stranamente silente e Schoene decisivo e, per quanto riguarda Mike, la nascita della bellissima storia d’amore con Laurel.

Giovane modella a Milano per lavoro, Laurel incontrò per caso un’amica assieme proprio a Walker. In breve organizzarono un’uscita tra americani all’estero che includeva Schoene. Ma Schoene portò anche D’Antoni che era di qualche anno più anziano e gli faceva da guida. “Ma alla fine della cena, Mike in auto portò a casa Russ che abitava dalla parte opposta della città e dopo Laurel in hotel che viceversa distava cinque minuti. Fu una grande mossa”, avrebbe raccontato in seguito Wally Walker in America a chi gli chiedeva storie poco note del suo ex compagno di squadra che stava facendo fortuna come allenatore. La scintilla scoccò subito anche se solo dopo un paio di anni i due si sarebbero sposati e avrebbero messo su famiglia. Nel 1994 nacque dalla loro unione Michael Alexander D’Antoni.

La finale scudetto contro Pesaro fu facile, un 2-0 secco con larga vittoria del titolo sull’Adriatico. Carroll regalò un orologio di lusso a tutti i compagni per ricordare la stagione meravigliosa di Milano lasciando però alla squadra capitanata da Mike un nuovo impegno: tornare sul trono europeo. A quei tempi la Coppa dei Campioni era riservata solo alla squadra vincitrice dello scudetto il che rendeva la competizione meno lunga e affollata di pretendenti ma di qualità altissima nella fase conclusiva. E poi c’era la grande pressione dell’esiguo numero di opportunità. Vincere la Coppa dei Campioni non poteva mai essere un fatto estemporaneo perché prima bisognava comunque vincere il titolo nazionale. Nell’estate del 1985 l’Olimpia confermò Russ Schoene ma operò una scelta sorprendente sul mercato americano perché evitò la caccia alla stella degli anni precedenti come dicono i nomi di Kevin McHale (poi non arrivato), John Gianelli, Earl Cureton, Antoine Carr, Wally Walker e naturalmente Joe Barry Carroll. Il secondo straniero fu Cedric Henderson, che aveva appena 19 anni all’arrivo a Milano, fu tagliato per indisciplina in precampionato e ripreso alla vigilia del torneo con una decurtazione di 50.000 dollari, praticamente il 40% del pattuito. Henderson veniva dalla Georgia, aveva avuto una carriera universitaria turbolenta, ma era un atleta e difensore incredibile. Fu il miglior giocatore della squadra nella finale di Coppa Italia vinta contro Pesaro (l’impresa l’Olimpia la fece al primo turno, in settembre, quando fuori forma rimontò 21 punti all’Irge Desio) e secondo Peterson la sua squadra, grazie alla sua presenza come pendolo lungo la linea di fondo, fu quella che fece meglio la celebre zona 1-3-1. L’Olimpia vinse lo scudetto del 1986, il secondo consecutivo, battendo 2-1 Caserta in finale, la Caserta di Boscia Tanjevic, Oscar Schmidt e Nando Gentile. Fu una serie molto nervosa, con accenni di rissa: Caserta era una squadra di carattere, la forza emergente del basket italiano. Ma Milano vinse ancora. E tuttavia la critica non le perdonò il mancato successo europeo: nel girone a sei fu eliminata per differenza canestri nella classifica avulsa lasciando che la finale fosse un fatto orientale tra il Cibona di Drazen Petrovic e lo Zalgiris Kaunas di Arvydas Sabonis. L’Olimpia aveva battuto con oltre venti punti di scarto ambedue le squadre a Milano.

Ma lo status di D’Antoni come più grande playmaker nella storia del basket italiano ormai era assodato. Anzi la sua presenza avrebbe per molti anni descritto con il suo nome la figura classica del playmaker. Ancora oggi si dice “playmaker alla D’Antoni” e tutti sanno cosa si intenda. Un giocatore totalmente dedito alla squadra, che gioca sui due lati del campo, che scandisce i ritmi, mette in ritmo i compagni, controlla la partita tatticamente e quando serve segna. Storica la partita di Livorno contro l’Allibert in cui dopo aver sbagliato sette tiri da tre, sull’ultimo possesso, fermò la palla, palleggiò sul posto in attesa dello scadere del tempo e infine lasciò partire la tripla della vittoria. Impressionante non fu tanto il canestro quanto la straordinaria fiducia con la quale si prese quel tiro in una serata negativa senza nemmeno eseguire un passaggio, lui che era il maestro del coinvolgimento dei compagni. Nell’estate del 1986, a 35 anni di età, D’Antoni aveva vinto dunque tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Korac. Ma il meglio doveva ancora venire. (5-continua)

Russ Schoene lasciò Milano per tornare nella NBA e la coppia di americani nell’estate del 1986 andava ricostruita. Confermato l’asse D’Antoni-Meneghin più Premier, cominciava a diventare interessante la presenza di Riccardo Pittis, prodotto delle giovanili, classe 1968, un bambino praticamente. Ma la squadra non era certo una squadra giovane: Mike D’Antoni aveva 35 anni, Meneghin 36 e anche se gli altri pilastri erano tutti sotto i 30 l’obiettivo numero 1 di Coach Peterson era preservare i vecchi draghi per quando le partite sarebbero contate davvero. L’Olimpia in quegli anni era sempre l’ultima a cominciare la preparazione precampionato, partiva lenta e cresceva nel corso della stagione. La scelta degli americani fu maturata all’ultimo momento ma fece scalpore. Dall’università di Notre Dame arrivò la prima scelta Kenny Barlow, un atleta fenomenale, poliedrico che i Lakers avevano selezionato ma senza crederci troppo. Ma a fare rumore fu l’arrivo di Bob McAdoo: ex Mvp NBA, ex capocannoniere, All-Star, seconda scelta assoluta quando uscì da North Carolina. Aveva avuto una carriera atipica alle spalle: grandi riconoscimenti individuali a Buffalo, a New York e in parte anche a Boston ma pochissime vittorie di squadra, la sensazione che fosse un campione egoista, un perdente. Fino a quando non arrivò ai Lakers, nello Showtime di Pat Riley: non era più una figura centrale, anzi partiva dalla panchina ma vinse due titoli, fu un giocatore importante dietro il muscolare Kurt Rambis e la superstella Kareem Abdul-Jabbar. I Lakers decisero di ringiovanire il roster e lo lasciarono partire per Philadelphia a chiudere la carriera NBA. Ma McAdoo aveva voglia di giocare ancora e l’avrebbe fatto a lungo in Italia. Per quattro anni a Milano costruendo quella che sarebbe passata alla storia come la squadra di D’Antoni, Meneghin e McAdoo.

Ma la strada verso il Grande Slam del 1987 cominciò con una salita ripidissima, attraverso un’impresa che sarebbe entrata nella storia. Per vincere la Coppa dei Campioni, la Tracer doveva accedere al durissimo gironcino finale a sei squadre dopo un turno preliminare che a quei tempi era considerato quasi una formalità. Ma quell’anno non lo fu. L’Olimpia venne abbinata all’Aris Salonicco. “A quei tempi non c’era lo scouting di adesso, le informazioni erano frammentarie”, ha ammesso nel suo libro Franco Casalini, assistente di Dan Peterson ai tempi. In altre parole, l’Aris venne in parte sottovalutato. Poi era fine ottobre e Milano non era in forma. Fatto sta che nella bolgia di Salonicco, l’Olimpia venne spazzata via, perse con uno scarto di 31 punti che suonava come una condanna. 98-67. Nick Galis, il primo grande giocatore greco, di scuola americana, fece 44 punti. Per lui fu una sorta di introduzione nell’olimpo del basket europeo: nel corso della sua carriera Galis, con il compagno di avventure Panagiotis Giannakis, avrebbe portato la Grecia al titolo europeo e un anno dopo quella gara allucinante di Salonicco, l’Aris avrebbe giocato la semifinale ancora contro l’Olimpia. Quindi la squadra greca era a pieno titolo in grado di competere ai massimi livelli. Nessuno però avrebbe potuto immaginare una disfatta simile per una formazione come la Tracer che puntava dichiaratamente al titolo. Ma sette giorni dopo il Pala Trussardi fu testimone di una delle più grandi imprese/sorprese della storia. L’Olimpia non giocò affatto con lo spirito di chi è rassegnato ad una clamorosa uscita di scena. Giorno dopo giorno, la sensazione che si potesse fare, senza alcuna spiegazione razionale, cominciò a serpeggiare. Dan Peterson indicò la strada: un punto al minuto e si può fare, non serve rimontare tutto in una volta. L’Olimpia giocò una buona partita offensiva ma soprattutto una grande partita difensiva, tenne l’Aris a 49 punti, vinse di 34, segnandone 83 e festeggiò in mezzo al campo come se la Coppa dei Campioni fosse stata vinta quel giorno. E forse fu davvero così. Mike D’Antoni come aveva fatto in passato con Kicanovic o Petrovic, decise di sperimentare fino in fondo quanto forte fosse Galis. La sua difesa cancellò dal campo il Dio greco, come era soprannominato. L’Olimpia andò subito avanti di nove, poi l’Aris rientrò a meno quattro, all’intervallo era a più 14, abbastanza da poter sperare, non abbastanza da sentirsi vicini all’impresa. Ma gradualmente arrivò l’allungo, l’Aris si bloccò, la difesa sporcava ogni possesso greco e dove non arrivava la lucidità arrivava il cuore. Sul meno 34, palla Aris, Mike D’Antoni forzò la palla persa di Galis. Peterson chiamò time-out ma con 23 secondi da giocare e D’Antoni in campo non c’era più modo di perdere. La gente a bordo campo, sugli spalti, esultava in una di quelle scene di giubilo che di tanto in tanto hanno costellato la grande storia dell’Olimpia. Scrisse Repubblica: “Ha vinto la Tracer con una grinta eccezionale, nonostante la cattiva serata al tiro di Bob McAdoo (4 su 14, il 29 per cento). Ma l’eroe della serata è stato Mike D’Antoni, splendido gladiatore, implacabile “cacciatore” di Nick Galis che, è uscito un po’ ridimensionato, anche se il suo talento resta grandissimo. Ma D’ Antoni, autore anche di una accorta partita in regia e di tre bombe che sono andate a segno in momenti determinanti, ha dato una mano a tutta la squadra…” Nell’immediato dopo gara, Peterson afferrò McAdoo e gli disse “Hai visto che miracolo abbiamo fatto?”. “Coach, quale miracolo? Eravamo tutti sicuri di farcela”. “Sicuri?”. “Certo, abbiamo visto il nostro allenatore così calmo che non avevamo dubbi”. In realtà, Peterson era stato zitto una settimana perché la depressione per l’imminente eliminazione l’aveva imprigionato. Dentro, era tutto ma non era sereno.

Il 2 aprile 1987 a Losanna, l’Olimpia doveva completare l’opera. Aveva i tifosi alle spalle, il popolo biancorosso contro la valanga gialla del Maccabi capitanata da Kevin Magee, il maciste dell’area, giocatore fisico, passato da Varese che poi avrebbe trovato la morte in Louisiana, ancora giovane, costretto a fare la guardia giurata di un magazzino, perché evidentemente i guadagni di una vita spesa sul parquet non erano stati abbastanza. Ma nel 1987, Magee era nel fiore della carriera, era al top. Era due metri di altezza ma era anche largo, forte, fortissimo e giocava dentro l’area. Il giocatore perfetto per Dino Meneghin. Nei primi minuti – ai tempi si giocavano due tempi di 20 minuti – un corpo a corpo con Dino venne sanzionato con un doppio fallo. I due si agganciarono, nessuno voleva mollare l’altro e Meneghin ribaltò l’avversario con una specie di mossa da arti marziali. Lo schiantò a terra. L’altro americano era Lee Johnson: da rookie aveva vinto la Coppa Korac con Rieti. Era alto, leggero, elegante, buon tiratore. Un fenicottero con il jump shot. Ma Bob McAdoo era un’altra cosa. Esperto, alto 2.08, con un tiro rapido, bruciante, non bellissimo ma efficace.  Ad aprile, McAdoo era ormai entrato in sintonia con la squadra, la competizione, l’ambiente. McAdoo contro Lee Johnson era l’altro duello tra lunghi.

Quando Kenny Barlow segnò due volte, pescato su due tagli puntuali, portò la Tracer avanti 17-13, Zvi Sherf, il coach del Maccabi, chiese time-out. Il Maccabi aveva già perso le prime sicurezze.  E Premier aveva già fatto saltare i nervi a Miky Berkovitz: una palla rubata, fallo subito, poi chiede l’intenzionale senza successo ma Berkovitz non è contento, gli dice qualcosa, Premier risponde. Il gioco riprende, i due si agganciano, Premier va giù. Sherf chiede il fallo in attacco. Gli arbitri mandano in lunetta Premier che lascia Berkovitz a terra. Più leggero, dolorante di Pupi. Premier giocò un primo tempo devastante. Dan Peterson non aveva né giacca né cravatta. Erano altri tempi: ben vestito ma con un maglione girocollo attorno alla camicia bianca. Altra grande differenza: le modeste rotazioni. I cambi dell’Olimpia vennero usati davvero solo per far riposare i titolari. Fausto Bargna al posto dei lunghi, Vittorio Gallinari anche, Franco Boselli come cambio dei piccoli, playmaker per Mike D’Antoni, guardia per Premier, più Riccardo Pittis, giovanissimo. E i cambi non erano automatici nemmeno per problemi di falli. Motti Aroesti, playmaker ordinato ma spuntato del Maccabi, fece quattro falli già nel primo tempo. Premier il quarto fallo lo commise ad inizio ripresa. In quel momento l’Olimpia aveva tentato di riprendersi l’inerzia della partita con due contropiedi chiusi da Kenny Barlow, il più atletico tra i giocatori in campo, giovane, 23 anni, veloce, bellissimo, elegante.

Barlow veniva dall’università di Notre Dame. Era stato scelto dai Lakers alla fine del primo giro ma solo perché un catastrofico incidente stradale aveva agitato dubbi sulla sua integrità fisica. Era un rookie, che sognava di andare nella NBA e invece avrebbe speso tutta la sua carriera praticamente in Europa. Quella notte svizzera, con 18 punti, Barlow diventò l’X Factor della finale. Curiosamente a fine stagione lasciò Milano per inseguire il sogno NBA. Non riuscì a coronarlo e riapparve nel Maccabi con il quale un anno dopo avrebbe giocato la sua seconda finale di Coppa dei Campioni consecutiva.

Con cinque punti consecutivi e quattro falli a carico, una brevissima sosta in panchina (il grande rischio corso da Peterson), Premier valicò quota 20 e riportò l’Olimpia in vantaggio dopo che Magee aveva provato a sua volta a lanciare in fuga i gialli d’Israele. Dopo i due liberi di Premier, su fallo di Berkovitz, un duello lungo una partita intera, la torcida biancorossa esplose di gioia. Una tripla valse il 66-61 che sembrava qualcosa di irrimediabile se dieci secondi dopo Lee Johnson con un jump dalla lunetta di rara bellezza non avesse risposto. Gli ultimi due minuti furono una corrida, tra proteste eccessive da ambo le parti, una tripla di D’Antoni, due liberi di McAdoo, le risposte terrificanti di un grande Lee Johnson, poi l’uscita per falli di D’Antoni dopo una palla rubata, la sua esplosione di ira, l’uscita per falli di Aroesti, Boselli da playmaker per 95, lunghissimi, secondi. E soprattutto l’indomito Dino Meneghin massacrato dai crampi, due volte in terra, addirittura commovente. E’ proprio lui a rubare il rimbalzo d’attacco sul 71-69. Nell’esecuzione, l’Olimpia è perfetta e manda Meneghin al tiro per una conclusione elementare che vorrebbe dire titolo europeo. Ma i crampi hanno spento le gambe del campione, Meneghin stremato e dolorante arriva corto, sbaglia il lay-up e sul capovolgimento di fronte rientra tenendo le gambe rigide, a scacciare i problemi. Ma intanto il Maccabi ha la palla del pareggio o della vittoria. Dovrebbe cercare Lee Johnson o Magee, autore dell’ultimo canestro, ma Jamchy con almeno due secondi di anticipo si prende un tiro da tre, frontale, quasi spalle a canestro. Un tiro assurdo, improbabile che infatti si perde nel nulla. McAdoo raccoglie il pallone, lo alza al cielo. Milano è Campione d’Europa: per Mike D’Antoni si tratta dell’unico trofeo che davvero mancava al suo palmarès. L’Olimpia non si ferma: vince il terzo scudetto di fila, il “three-peat”, battendo Caserta in finale 2-1, vince anche la Coppa Italia con 29 punti di McAdoo nella finale vinta contro Pesaro. A fine stagione, Dan Peterson si ritira. Ha solo 51 anni ma si ritira. Ha tanti interessi fuori del campo, ha qualche piccolissimo problema di salute, forse è anche un po’ stanco mentalmente. Franco Casalini, fedele scudiero, prende il suo posto. Ma l’Olimpia non è ancora stanca di vincere. “Il primo impegno era la Coppa Intercontinentale che si giocava proprio a Milano”, ricorda Casalini. Era già un obbligo, quello di vincere. Destino crudele e forse anche magnifico della squadra.

Per D’Antoni all’orizzonte si profilava un nuovo avversario. Valerio Bianchini a Roma gli aveva messo davanti Larry Wright per un biennio. Quando si trasferì a Pesaro dopo l’intermezzo con la Nazionale italiana, gli oppose Darwin Cook: grande fisico, grande personalità. Pesaro aveva cominciato la stagione con Aza Petrovic, fratello maggiore di Drazen, e Greg Ballard ma a metà anno aveva tagliato tutti e due per Cook e Daye. Quella mossa avrebbe stoppato la serie di scudetti dell’Olimpia, perché Casalini aveva invece sostituito Barlow con Rickey Brown, un centro offensivo che giocava a Brescia con il quale costruì una squadra fortissima sul piano fisico ma non proprio equilibrata. Il rinnovamento era proseguito con gli innesti di Massimiliano Aldi e Piero Montecchi al posto di Vittorio Gallinari e Franco Boselli.

La Coppa Intercontinentale venne vinta al Pala Trussardi di Lampugnano: l’Olimpia perse contro il Barcellona nella prima fase qualificandosi al secondo posto. Ma in semifinale sconfisse il Cibona Zagabria e poi in finale si prese la rivincita sui catalani che pure ebbero in Juan Antonio San Epifanio l’Mvp della competizione. La reputazione dell’Olimpia era al top: la NBA si fece carico di organizzare il primo open della storia, a Milwaukee, e invitò la nazionale sovietica che nel 1988 avrebbe vinto il titolo olimpico e proprio l’Olimpia. Per Mike tornare negli Stati Uniti, in un’arena NBA, aveva un fascino particolare anche se ormai aveva 37 anni. Perse 123-111 contro i Bucks ma fece una bella figura lo stesso.

La Coppa dei Campioni del 1988 presentava una novità: non sarebbe più stata assegnata in gara unica ma attraverso le Final Four. L’Aris Salonicco confermò che la “quasi impresa” di un anno prima non era stata episodica e se vogliamo la sua presenza tra le migliori quattro formazioni del continente a posteriori avrebbe conferito un valore ancora più alto alla grande rimonta dell’Olimpia di un anno prima. L’Aris era l’avversaria di Milano in semifinale. Nell’altra semifinale il Partizan Belgrado, squadra giovane ma di talento enorme, con un Vlade Divac sulla rampa di lancio verso la NBA, si fece superare dal Maccabi Tel Aviv. In pratica a Gand andò in onda la rivincita della finale dell’anno precedente. “Noi avevamo il problema di marcare Jamchy – ricorda Casalini – Alla vigilia chiesi a Meneghin se si sarebbe sottoposto al sacrificio. Meneghin aveva 38 anni ma come un ragazzino andò a marcare Jamchy sul perimetro. Così l’Olimpia riuscì a non toccare il proprio assetto e aiutata anche dal giovane Aldi superò il Maccabi per la seconda volta in 12 mesi invalidando un’altra grande prova, ma sulla sponda opposta, di Kenny Barlow.

Fu in campionato che viceversa l’Olimpia dovette abdicare dopo tre anni, in finale, contro la Scavolini Pesaro di Valerio Bianchini. Anche Pesaro aveva un’ala piccola atletica e dinamica, immarcabile per i tre centri dell’Olimpia, Meneghin, McAdoo e Brown. Darren Daye era al top della carriera. Pesaro vinse 3-1 il suo primo scudetto. Con il titolo di Campione d’Europa sul petto, però l’Olimpia andò avanti ancora un anno con lo stesso gruppo.

Nel 1989, a 38 anni di età, D’Antoni diventò anche il più anziano debuttante nella storia della Nazionale Italiana quando venne convocato per giocare gli Europei di Zagabria anche se ovviamente non poteva più essere il giocatore dominante che stato fino a poco tempo prima. L’Italia ebbe un buon approccio perdendo di soli tre punti con la fortissima Unione Sovietica, poi travolgendo la Spagna e l’Olanda. Ma finì con due sconfitte e restò distante dal giro delle medaglie. A livello di Nazionale, D’Antoni si sarebbe preso ancora la sua rivincita come allenatore: da assistente di Mike Krzyzewski nella Nazionale USA avrebbe vinto le Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012. (6-continua)

Sotto certi aspetti, l’ultimo scudetto di Mike D’Antoni fu anche il più drammatico e rocambolesco. Intanto la stagione non andò come auspicato. Il tentativo di three-peat europeo fu un sogno destinato ad andare presto in frantumi. Trovare l’Anti-Daye comportò l’arrivo di Billy Martin, un buon giocatore che però scopriva la squadra sotto canestro. In altre parole, Milano aveva una coperta corta. La scelta finale fu Albert King, fratello minore, meno bravo ma anche con meno problemi esistenziali del grande Bernard King, lui stesso con una eccellente carriera NBA alle spalle, soprattutto con i New Jersey Nets. Il King che arrivò a Milano era un giocatore in declino, atletico e forse di motivazioni, ma ebbe il merito di giocare una grande gara 5 nella battaglia di Livorno che in sostanza sarebbe stata l’ultimo atto di una grande epopea. L’Olimpia eliminò Pesaro dai playoff in circostanze polemiche: la Scavolini vinse gara 1 sul campo ma la perse a tavolino perché una monetina colpì Dino Meneghin e questi non se la sentì di restare in campo come invece aveva fatto anni prima a Roma in finale scudetto. La vittoria a tavolino consentì all’Olimpia di chiudere i conti in casa, 2-0, qualificandosi per la finale contro Livorno. L’Enichem era allenata da Alberto Bucci, aveva una squadra bellissima anche se corta. Fantozzi, Forti, Alexis, Tonut e Binion era il quintetto. Ma quest’ultimo chiuse la stagione prendendo a pugno una porta a vetri a Reggio Emilia. Livorno andò avanti con Flavio Carera come centro e tenendo dalla panchina il duro americano David Wood. Quella era la squadra che contese lo scudetto all’Olimpia vincendo gara 1 a Livorno e poi a sorpresa gara 4 a Lampugnano impedendo la festa annunciata dello scudetto numero 24.

Quindi il tricolore venne assegnato a Livorno in un sabato pomeriggio estivo, temperatura altissima, in un impianto inadeguato, pieno come un uovo, la gente accalcata lungo le linee di fondo per avere uno sbocco. In quel clima infernale, le due squadre diedero vita ad una battaglia senza esclusione di colpi. La tripla di Mike sembrò consegnare vittoria e scudetto a Milano, ma Alexis rispose, Premier nell’ultimo possesso dell’Olimpia sbagliò il tiro del match-point e l’Olimpia si trovò clamorosamente esposta al contropiede avversario, sul più uno. Fantozzi lanciò un pallone lungo ad Andrea Forti. Il tentativo di stoppata di Meneghin e McAdoo fu tardivo. Forti da sotto segnò il canestro più facile e importante della sua carriera. Piccolo, grande, problema: dopo il suono della sirena. Quello che successe dopo è letteratura. Invasione di campo, arbitri rifugiati negli spogliatoi, i giocatori di Milano che rientrano convinti di aver vinto, quelli di Livorno che non capiscono. Si accende una rissa e Premier resta leoninamente solo contro tutti ma di certo non risulta intimidito. Lo porta via Kevin Restani, ex giocatore e a quei tempi assistente di Bucci a Livorno. Nel frattempo, sul tabellone elettronico il punteggio viene corretto a favore di Livorno non si capisce bene da chi e per ordine di chi visto che gli arbitri non sono presenti. La notizia arriva negli spogliatoi, i giocatori dell’Olimpia la apprendono con incredulità, come una mazzata. La Rai mette in sovrimpressione la scritta Livorno Campione d’Italia. Il pubblico festeggia, Wendell Alexis sale sulla struttura del canestro per celebrare. Alessandro Fantozzi in diretta parla di giorno più bello della sua vita. Ma negli spogliatoi si combatte un’altra partita: il canestro di Forti non è mai stato convalidato. Milano abbandona Livorno con enormi difficoltà e minacce. Ma lo fa da Campione d’Italia. Della partita e del finale, delle teorie del complotto, si parla ancora oggi.

Quello che nessuno immagina quel giorno è che una dinastia è giunta al termine. L’anno seguente, l’Olimpia non avrebbe combinato nulla, nonostante l’acquisto di Antonello Riva per il quale venne solo temporaneamente sacrificato Davide Pessina e definitivamente Roberto Premier. Quest’ultimo, con Meneghin, è stato l’unico ad aver vinto tutti i trofei conquistati da giocatore da Mike D’Antoni: cinque scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Italia, una Coppa Korac, una Coppa Intercontinentale. Nessuno invece ha condiviso con Mike tutto il suo percorso di giocatore milanese. (7-continua)

La post-season del 1990 fu un momento di grandi incertezze per l’Olimpia. Il ciclo era finito e l’eliminazione dai playoff al primo turno l’aveva sancito. Dino Meneghin aveva 40 anni. Mike D’Antoni 39. Bob McAdoo 38. Era chiaramente arrivato il momento dei giovani leoni: Antonello Riva, non più giovanissimo per la verità, Piero Montecchi, Riccardo Pittis, Davide Pessina. Ma rompere i ponti con il passato non sarebbe stato facile. Meneghin se ne andò a Trieste, McAdoo a Forlì dove avrebbe conosciuto e sposato Patrizia. Franco Casalini se ne andò anche lui per una carriera che l’avrebbe portato a Forlì, Roma, in Svizzera e anche a tornare a Milano. Enzo Lefebre, ex Firenze e Pavia, fu nominato general manager, ma fu Gianmario Gabetti a decidere che il nuovo allenatore sarebbe stato proprio Mike D’Antoni, anello di congiunzione tra la squadra dinastica degli anni ’80 e il futuro. D’Antoni aveva pensato di smettere comunque, di tornare a casa, ma come Meneghin e McAdoo anche lui aveva la possibilità di giocare ancora. Arese, che aveva conquistato la Serie A, voleva farne una specie di icona attorno alla quale costruire il progetto del ritorno di una seconda squadra milanese. Ma il giovane Gabetti, che si era innamorato della squadra rilevata dal padre un decennio prima e di fatto facendo anche saltare la cessione del club a Silvio Berlusconi già concordata, aveva grandi idee. E la prima era quella di affidare la squadra a D’Antoni. Di fatto nella storia dell’Olimpia, fino a quel momento, l’unico allenatore forestiero era stato Dan Peterson e aveva conquistato l’ambiente al punto che nessuno l’ha mai considerato tale. Cesare Rubini, poi Pippo Faina, prodotto Olimpia, quindi Dan Peterson, Franco Casalini e appunto D’Antoni. Tutti questi allenatori, chi più chi meno, hanno vinto almeno un trofeo importante, anche Faina (la Coppa delle Coppe).

Passare dal campo alla panchina per D’Antoni fu un fatto naturale: in fondo era scritto nella sua storia. Padre allenatore, fratello allenatore, lui allenatore in campo dell’Olimpia per un arco di tempo lunghissimo. L’unico rimpianto forse è questo: il passaggio diretto, improvviso, violento dalla maglia numero 8 alla giacca e cravatta ha impedito che si celebrasse adeguatamente il suo ritiro. D’Antoni fu subito ingoiato dalla necessità di confrontarsi immediatamente con i risultati.

Ma i risultati arrivarono e anche abbastanza rapidamente. La nuova Olimpia di Mike D’Antoni vinse tutte le partite interne della stagione regolare, vinse anche otto gare di fila, terminò la stagione al primo posto e conquistò la finale di Coppa Italia. Il rammarico più grande: perse la Coppa Italia a Bologna contro Verona e perse la finale scudetto in casa contro Caserta, una rocambolesca gara 5, funestata dalle percentuali di tiro mediocri degli esterni e dalla reazione di orgoglio di Caserta alla perdita per infortunio di Enzo Esposito. D’Antoni non vinse all’esordio, ci andò solo vicino. E se questo a Milano non è mai stato sufficiente per essere apprezzati davvero, è innegabile che fin dall’inizio la scommessa D’Antoni risultò vincente: il più grande playmaker nella storia del basket italiano era anche legittimamente un allenatore da Olimpia.

Fu in quel momento che la filosofia di gioco di Mike cominciò a fare breccia. All’epoca il gioco era fisico e si giocava con due lunghi, l’ala forte era praticamente un centro un po’ più basso e magari un po’ più pericoloso al tiro. A Milano, D’Antoni aveva guidato squadre con Meneghin e Gianelli; Meneghin e Carroll; Meneghin e McAdoo; Meneghin, McAdoo e Brown insieme addirittura. Alcune di esse avevano come ali piccole giocatori tipo Gallinari o Ferracini. Ma la Milano del D’Antoni allenatore aveva Jay Vincent come ala forte: per quei tempi era una rivoluzione perché Vincent era un giocatore perimetrale. E poi usava sempre squadre con tre esterni veri fino a trasformare lo stesso Pittis, nato con la pretesa di diventare un playmaker, in un’ala forte. La nascita dello “Smallball” che poi avrebbe caratterizzato anche i suoi anni nella NBA risale a quegli anni. “Ho sempre pensato che quando una squadra è in difficoltà, abbassare il quintetto, renderlo più tecnico, aiuti a superare il momento critico”, spiegò Mike. In quattro anni, D’Antoni portò l’Olimpia ad una finale scudetto, una finale di Coppa Italia, alla vittoria in Coppa Korac contro Roma (con la famosa passeggiata di Sasha Djordjevic sui tavoli lungolinea) e ad una Final Four, nel 1992. A Istanbul, l’Olimpia arrivò a giocarsi la semifinale contro la squadra che poi avrebbe vinto il titolo, il Partizan Belgrado: i serbi non erano i favoriti ma con il senno di poi forse avrebbero dovuto esserlo: erano guidati da Zeljko Obradovic, il coach più vincente d’Europa, supportato come “senior assistant” da Aza Nikolic, nientedimeno. In campo avevano Zeljko Rebraca, Sasha Djordjevic (che a fine anno sarebbe venuto a Milano) e Predrag Danilovic. L’Olimpia aveva probabilmente compiuto un errore puntando su Darryl Dawkins e Johnny Rogers così appesantendo la squadra, spostando gli equilibri vicino a canestro e di fatto rinnegando i principi chiave del gioco di D’Antoni. Mike lasciò nel 1994 quando la gestione Gabetti volgeva al termine (e infatti sarebbe arrivato Bepi Stefanel al vertice del club con Bogdan Tanjevic come allenatore): andò a Treviso, vinse ancora, incluso lo scudetto del 1997 quando coronò il sogno di tornare nella NBA, a Denver. Ai Nuggets restò poco: prima da assistente, poi capo allenatore nella stagione del lock-out, il 1999, con 50 partite di regular season e fu esonerato alla vigilia della stagione precedente. Tornò a Treviso, vinse ancora lo scudetto, ma venne chiamato da Phoenix. Come allenatore aveva avuto un’eccellente carriera europea (anche a Treviso raggiunse le Final Four), ma quella NBA avrebbe superato ogni immaginazione.

Galeotta fu una notte a Venezia quando Jerry Colangelo e Bryan Colangelo, a quei tempi deus ex machina dei Suns, portarono D’Antoni a cena e gli proposero di tornare nella NBA come assistente di Frank Johnson, che ironicamente era stato avversario di D’Antoni nel campionato italiano quando giocò a Varese. Per Mike fu una scelta definitiva. Quando Frank Johnson venne esonerato, D’Antoni fu promosso allenatore e impiantò il suo sistema. Successe dopo 21 partite della stagione 2003/04. Mike chiuse l’anno 21-40 quando i Suns cedettero Stephon Marbury a New York a febbraio. Ma l’estate seguente avevano Steve Nash in regia (con Mike allenatore, ha vinto due titoli di Mvp), Joe Johnson come guardia, Quentin Richardson da ala piccola, Shawn Marion e Amare Stoudemire. Fu allora che venne coniato lo slogan “Seven Seconds or Less” che diventò il titolo di un libro di successo scritto da Jack McCallum, famoso giornalista americano di Sports Illustrated. Quello era il tempo in cui i Suns dovevano prendersi un tiro. In realtà non è mai stato così, in realtà non c’era alcuna regola che imponeva di tirare in sette secondi, ma solo il desiderio di correre in contropiede e prendersi il primo buon tiro. Per farlo servivano tiratori, serviva un genio come Nash e un giocatore interno che correva ai tempi come una guardia: Stoudemire. D’Antoni trovò la NBA impreparata a questo tipo di gioco e costrinse tutti ad adeguarsi perché non era possibile fermare il contropiede dei Suns, il loro ritmo forsennato eppure strutturato in cui persino i falli venivano schivati per non abbassare il ritmo, non spezzare la partita. I Suns vinsero 62 partite e arrivarono fino alla finale di conference perdendola con San Antonio. D’Antoni fu nominato allenatore dell’anno. La stagione successiva, pur giocando senza Stoudemire infortunato dopo tre gare, vinsero 54 partite e vennero eliminati da Dallas nella semifinale di conference. Nel 2006/07 sembravano pronti per divorare la Lega quando recuperarono Stoudemire, vinsero 61 partite e arrivarono alla finale di conference contro San Antonio (in Finale NBA, gli Spurs avrebbero battuto facilmente 4-0 i Cleveland Cavaliers di LeBron James). I Suns avevano il vantaggio del fattore campo ma persero gara 1. Sul 2-1 per San Antonio, andarono all’Alamo per salvare la stagione. Giocarono una partita strepitosa e si indirizzarono verso la vittoria quando a gara ormai chiusa Robert Horry di San Antonio con un’ancata spedì Nash sul tavolo dei segnapunti e dopo colpì anche Raja Bell. Amare Stoudemire e Boris Diaw abbandonarono la panchina per soccorrere i compagni ma le regole NBA non lo permettono. Horry, espulso, fu sospeso per due partite, ma i Suns vennero costretti a giocare senza Stoudemire e Diaw gara 5 sul loro campo. “Nessuno può trovare un senso logico a questa decisione”, commentò D’Antoni. Senza due giocatori determinanti, Phoenix perse gara 5, 88-85. E poi non riuscì a riprendersi gara 6 in trasferta. E’ legittimo ipotizzare che senza alcuna sospensione, inclusa quella comminata a Horry, i Suns avrebbero quantomeno giocato gara 7 sul proprio campo. D’Antoni andò così vicino a vincere il primo titolo NBA nella storia dei Suns.

L’anno seguente, Phoenix commise lo stesso errore che venne commesso a Milano prendendo Dawkins: scambiò per avere Shaquille O’Neal, tra l’altro in declino, distruggendo di fatto gli equilibri del gioco di D’Antoni per seguire la teoria che quel tipo di sistema nei playoffs non avrebbe mai funzionato. D’Antoni rimase un altro anno a Phoenix dove tra l’altro i Colangelo avevano ceduto il club al miliardario californiano Robert Sarver che chiamò Steve Kerr come general manager spezzando qualche equilibrio, poi andò a New York dove lavorò bene fino a quando la squadra non venne smantellata per avere a metà stagione Carmelo Anthony. L’ultima tappa NBA sono stati i Los Angeles Lakers di un declinante e infine infortunato Kobe Bryant. Ma se analizziamo la carriera: quanto è grande per qualunque allenatore poter dire di aver allenato 12 stagioni nella NBA con 881 partite allenate in regular season, una percentuale di vittorie del 51.6% e 59 gare di playoffs? D’Antoni l’ha fatto. (8-fine)

5 thoughts on “Tanti auguri a The Goat: Mike D’Antoni, leggenda vivente di Olimpia Milano, compie 70 anni

  1. Persona di intelligenza superiore, un onore averlo avuto come giocatore, allenatore e simbolo Olimpia. AUGURI!!

  2. Ciao Mike, ciao Laurell in ambiti diversi due miti fondamentali che hanno scritto le più belle(fino ad ora) pagine della storia Olimpia. Felice di esserci stato e fiducioso di poter replicare oggi. Un abbraccio

  3. Tanti auguri al mitico Arsenio. Ci sono ancora ex-giocatori dai 50 agli 80 anni che tutte le notti si chiedono ancora come ha fatto a sparire il pallone da basket che era nelle loro mani.

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