Cosa si muove in casa Olimpia Milano? Ma è soprattutto un’opinione

Ripartire. Perché non c’è alternativa. Perché giovedì c’è un Fenerbahce che attende. Perché il primo esame è stato inesorabile nel suo giudizio negativo, ma senza avere per questo il potere di precludere l’accesso al secondo, quello definitivo, quello tricolore. La strada è in salita, oggi senza un vero orizzonte, ma il tempo tiranno concede sempre seconde opportunità. Ad oggi, nulla si è ottenuto, tanto si deve conquistare. Cosa dire?

Silenzio totale dalle parti del Forum

Le porte sono chiuse, si può solo cercare di origliare. E allora si avverte il bisbiglio degli agenti, che temono di ritrovare un loro assistito per strada, o peggio ancora precluso nel minutaggio dal sedicesimo tesseramento. La precarietà è parola d’ordine, soprattutto dopo le parole raccolte da La Gazzetta dello Sport di Livio Proli: «L’allenatore non si tocca. Non è stato fatto nulla di quello che ha detto. Ho visto una squadra senz’anima, che ha tradito società, città e tifosi. Ci dobbiamo vergognare». Ed è poi lo stesso Simone Pianigiani ad aprire il processo: «Devo fare un’analisi su questi primi mesi»;

La difficoltà

L’Olimpia Milano di oggi è una squadra senza un reale sistema difensivo, che ha retto in Italia solo per la costante capacità di controllare il ritmo di gioco. Cosa che non è mai accaduta in Europa, da qui la differenza statistica tra i due eventi. Una volta in balìa degli eventi, il difensore sul portatore di palla è un animale del deserto abbandonato nel mare, dubbioso sul suo stesso approccio perché certo di non avere aiuti in caso di difficoltà. La coppia Theodore-Goudelock non pare poi un’addizione sostenibile, perché tassa in difesa e incompiuta garanzia in attacco, viste le 6 sconfitte in Italia nelle 20 gare post Supercoppa, con assenza di primato in classifica e repentina eliminazione in Coppa Italia. E questo va anche inserito nel concetto di “taglia” della batteria esterni. Jasmin Repesa (che chi scrive non rimpiange, anzi, è giusto precisarlo) ha vinto uno scudetto con un sistema di transizione che diveniva letale quando Mantas Kalnietis innescava Rakim Sanders e Alessandro Gentile. Oggi nè Theodore nè Goudelock hanno questa caratteristica, tanto meno il crepuscolare Micov. Chiudiamo con una confidenza di un ex coach biancorosso: «Meno talento, e più atletismo. In Europa, ad esempio, nei minuti finali conta la capacità di “ottenere falli”. L’Olimpia non ha gli uomini per farlo: ecco spiegate le tante sconfitte nei minuti conclusivi». Inutile girarci intorno, una squadra come Torino può dominare fisicamente Milano sugli esterni. E questo non è un bene;

Il roster

 

L’Olimpia è una squadra che non regge la pressione. Come tale, deve subito tagliare i rami secchi, cancellare ogni negatività. 15 giocatori, 14 senza Patric Young, sono un lusso ormai inutile visto l’andazzo in EuroLeague, e allora ci si chiede se gente come Amath M’Baye e Mantas Kalnietis, fuori dalle rotazioni in Italia, non meriti la stessa fine di Cory Jefferson, pur con contratti pluriennali ancora in essere. Abbattere la «comfort zone» sino all’esasperazione del concetto, eliminare le negatività e assottigliare il gruppo, per circoscrivere le responsabilità: su questo si possono gettare le basi di un «domani» dopo l’inferno di «oggi».

Alessandro Luigi Maggi

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5 pensieri su “Cosa si muove in casa Olimpia Milano? Ma è soprattutto un’opinione

  1. La strategia dei “tagli” e’ corretta ma il bilancio e’ pur sempre importante. Certo e’ che guardie USA cosi’ “piccole” e poco propense alla difesa non permettono di dominare le partite. E nemmenp di vincerle tutte, a quanto pare. Io personalmente resto pessimista anche sul resto della stagione. Le facce abuliche dei giocatori durante il match con Cantu’ sono troppo eloquenti per pensare ad una rinascita. Ciao

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  2. Mia opinione personale ma… Trincheri non mi sembra l’uomo giusto per costruire un ciclo. Cambiare in corsa puo’ portare buoni risultati (vedi Torino) ma a noi serve costruire un gruppo, un ciclo che possa durare qualche anno.

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  3. Non so se sono d’accordo. Torino è ancora la squadra di Banchi, fatta da lui – nonostante i disaccordi e le ingerenze della proprietà sul roster – e impostata da lui. Che se ne sia andato è il frutto di una porcata della dirigenza, non certo di una necessità agonistica. Galbiati del resto era il suo assistente, quindi l’uomo più vicino al suo modello di squadra. Non mi pare quindi che si possa dire che il cambiamento abbia giovato. Fino a quando la squadra non diventerà quella di Galbiati, forse la vedremo ai play off, non si può parlare veramente di cambiamento. Rispetto per Banchi.

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  4. Vero che il cambio vero non c’e’ stato. Ho citato Torino quale esempio per riallacciarmi al commento precedente. Resta il fatto che pet me Milano per il prossimo anno deve cambiare coach e mentalita’ per costruire qualcosa che duri. Quest’anno, ormai, vada come vada.

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