Milano, Trinchieri e quella voglia matta che sia finita

Chiamatela pessima stagione o fallimento, disfatta o totale disillusione: l’Europa di Milano è questa e dice 7-21. Diverse partite perse che si poteva e doveva vincere, troppe sconfitte nettissime in cui si sarebbe dovuto lottare in modo ben differente, pochissime occasioni in cui è parso di vedere una squadra adeguata a questo livello. Restano due gare da onorare, sarebbe bello lo si facesse sui 40 minuti, perché questa non è l’Italia, dove si può sonnecchiare (o vegetare) per un quarto e poi rimettere a posto le cose con qualche parziale. “Questa è una Lega di parziali”, “Every team makes a run” sostengono molti addetti ai lavori NBA. Questa invece no, qui l’intensità non può mancare, mai. 

I perché del prolungato crollo milanese in Europa aprirebbero temi che perfino la Treccani faticherebbe a contenere, ma uno mi salta in mente più di altri e la foto qui sopra ci aiuta in questo senso. CAMPIONI. Parola spesso abusata, parola chiave in questa competizione. Va avanti chi ha dei campioni, veri, come quel Nikos Zisis che in 19’42” domina silente una partita dai pochi significati, smazzando 7 assist a fronte di una sola persa. Perché i campioni dominano le gare anche segnato 4 punti senza metterla mai dall’arco. Quanto strida il paragone coi 20 punti e 5/10 da tre  di Ricky Hickman (maestro nel collezionare statistiche di rilievo nel contesto di una prova inadeguata al livello) è sotto gli occhi di tutti.

Non posso non annotare una situazione chiara, lontana da ogni polemica e solo basata sui fatti. Dall’effettiva esclusione di Alessandro Gentile, dopo il successo di metà novembre con il Baskonia (4-3 il record allora), Milano è 3-18. La si interpreti come si vuole: quello che doveva essere il giocatore capo non c’è stato più: nemmeno la Milano europea c’è stata più.

Si possono cercare positivi significati nella prova di Miro Raduljica da 19+9, che è un dato di fatto, tuttavia la primavera milanese europea deve ancora nascere, e non è certo questa la rondine che la certifica. Il centro serbo gioca con un’intensità finora sconosciuta, ma lo fa contro il poco o nulla che Trinchieri ha sotto canestro, dove Veremeenko, Theis e Radosevic combinano per la bellezza di 4 rimbalzi in un totale di più di 40 minuti. Servito meglio, l’11 milanese attacca come sa fare: ma quei migliori palloni arrivano anche perché lui si fa vedere, senza rifiutare il contatto come sempre fatto sinora. Lo dissi pochi giorni fa, sta a lui dimostrare che ci può essere luce in fondo al tunnel di questa sua terribile stagione, cambio o non cambio sul pick and roll.

La fotocopia della gara con la Stella Rossa porta in dote l’ennesimo approccio del tutto sbagliato. Apprezzabili le parole di coach Repesa quando parla di non cercare scuse nelle rotazioni ridottissime e nella situazione infortuni, tuttavia se tanti, troppi approcci sono stati di queste fattezze, diverse domande riguardano certamente anche la trasmissione dei messaggi che arrivano dalla panchina, nel trasferimento dalla palestra alla partita.

Continua a non convincermi la prestazione, una delle tante, di Awudu Abass in termini di comprensione tecnica dello sviluppo della gara di squadra. Troppe esitazioni a fronte di capacità fisiche e tecniche che dovrebbero permettere ben altro. E’ ottima l’intensità con cui si portano a casa 7 carambole, l’esatto contrario di ciò che accade sul perimetro, dove le  esitazioni e le scelte errate sono parecchie. Il percorso è ancora lungo ed il rischio è che, giocando di squadra in questo modo, Messina non sarà dell’idea di dargli una maglia per il fine estate.

A Milano è tornato Nicolò Melli ed è stato, molto signorilmente, accolto da un video tributo che non ricordo dedicato a nessuno: francamente sarebbe stato assai gradito qualcosa in più da parte del giocatore di un misero e scarno saluto. In fondo non si parla né di D’Antoni, né di Gallinari in tempi più recenti, e nella memoria di molti non sono ancora cancellati i falli con il Maccabi e Sassari. Partita senza sussulti per il lungo reggiano, che non inficia una stagione straordinaria nel suo contesto, oggi, ideale.

Ed i tanti applausi sono arrivati dall’unica cosa eccezionale della serata milanese: il pubblico. 8098 è un numero strepitoso vista la gara, la stagione e l’intensità proposta troppe volte. E la gente di Milano è il vero MVP della stagione, un caso unico a queste latitudini. Dai soliti abituali “sempre presenti” ed attivi (social etc) nel seguire la propria squadra, a chi si sta avvicinando a questo straordinario gioco per le prime volte. E’ da fine dicembre che l’Eurolega di Milano è finita: mai è mancato l’appoggio del pubblico, che nonostante le ripetute sconfitte ha seguito con grande educazione e civiltà tutte le gare. Più di 4000 contatti in un’ora sul profilo Facebook della società,  per il live della conferenza stampa di una gara senza significati è un dato che testimonia passione ed attaccamento senza precedenti. Come sono lontani i tempi di inizio millennio. “Non ho sentito un solo fischio” ha dichiarato Jasmin Repesa. Verissimo, ma ora questo patrimonio, faticosamente costruito, va tutelato con quel che accade in campo, dove la differenza con le squadre migliori è tantissima.

E di notevole interesse sono state anche le parole di Andrea Trinchieri, tanto sincero quanto capace di stare in questo mondo nel momento in cui dichiara che sulla sua carta d’identità c’è scritto “nato a Milano”. Molto interessante anche il passaggio su come giudica la propria squadra “non certo da un pallone che entra o esce dal canestro”: sarebbe bellissimo se il lavoro di un coach potesse essere giudicato così. Ma siamo tutti schiavi del risultato, allenatori così come chiunque nella vita di tutti i giorni, e la sua Grecia del 2013 né è chiara testimonianza. Il coach milanese (di nascita, non suoni come un refuso od un’anticipazione) è certamente un personaggio di un certo spessore. Nicolò Melli un giorno dichiarò che la sua pallacanestro è molto complicata e richiede un’attenzione e un’applicazione totale. Sottoscrivo pienamente e non ho difficoltà ad ammettere che diversi passaggi del linguaggio tecnico delle sue squadre non arrivo a comprenderli (chiaramente per limiti miei personali). Se questo modo di allenare e di gestire gli uomini sarà vincente ad alto livello lo vedremo nei prossimi anni, perché sinora ha lavorato solo (fallimento ellenico a parte) in ambienti dove “si poteva vincere” ma “non si doveva vincere”. L’occasione, meritatissima, arriverà a breve, su una panchina dove la solfa, per dirla nei modi della milanesità che gli è cara, cambierà e non di poco. Sarà bellissimo da vedere e da scoprire, come tutta questa Eurolega, nonostante i risultati di Milano.

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