Peppe Poeta: Ho preso decisioni difficili. Far giocare qualcuno, tagliarne un altro

Alessandro Maggi
Peppe Poeta

Peppe Poeta, ospite di The Benas Podcast, ha raccontato anche la sua filosofia da allenatore. Il coach di Olimpia Milano ha individuato tre pilastri alla base del suo modo di guidare una squadra: entusiasmo, impegno e tolleranza.

Il punto di partenza è proprio la tolleranza, intesa come capacità di accettare limiti, errori e caratteristiche diverse all’interno di un gruppo. «La tolleranza in un matrimonio, in un’amicizia, in una squadra è troppo importante. Tutti noi abbiamo qualità e tutti noi abbiamo difetti. Bisogna accettare i difetti per ottenere il meglio dalle qualità».

Poeta ha spiegato il concetto con un esempio tecnico: «Se abbiamo il miglior giocatore offensivo del mondo, non sarà un grande difensore. Devi tollerare la sua cattiva difesa e aiutarlo, se lui prova e si impegna». La linea, però, resta sottile: «Tollerare gli errori, sì, ma fino a che punto? Se un giocatore segna due canestri di fila e al terzo possesso forza un tiro perché ha appena segnato, posso tollerarlo, perché capisco il suo modo di pensare. Probabilmente lo farei anche io. Ma non so se sia giusto tollerare quel tipo di tiro».

Poi il tema del passaggio alla panchina da capo allenatore. Poeta ha ammesso di aver immaginato, all’inizio, un modo quasi ideale di allenare: «Sognavo di essere un coach con tutti felici, una famiglia felice, tutti contenti, tutti che si vogliono bene e sono felici di stare insieme». La realtà dell’alto livello, però, è diversa: «Più sali, più diventa impossibile. Se hai 17 o 18 giocatori e alla fine ne fai giocare 9, gli altri 9 saranno arrabbiati con te. Devi gestirlo, accettarlo e conviverci».

È uno degli aspetti che più gli pesa: «A fine stagione, cinque giocatori probabilmente ti saranno grati, cinque saranno così così, cinque non ti vorranno bene. Questa è la cosa che mi ferisce di più, perché per carattere mi piace stare in pace con tutti, essere onesto con tutti e provare a rendere tutti felici». In questa transizione, Poeta ha citato anche il ruolo di Alberto Baiesi: «Bayo mi sta aiutando molto. Mi dice sempre che gli allenatori devono essere anche un po’ “bad boys”. Non sarai simpatico a tutti, qualunque cosa tu faccia. Fa parte del lavoro».

A Brescia, secondo Poeta, quel modello familiare era ancora possibile: «Lì sentivo che era possibile. Avevo un roster da dieci giocatori, con il nono e il decimo a cui ero stato molto chiaro: giocherete meno, dovete aiutare lo spogliatoio. Abbiamo vinto tanto, i ruoli erano chiari. Sembrava davvero una famiglia, molto unita». A Milano, invece, il livello di complessità è stato superiore. «È stata una stagione incredibile. Non potrei essere più felice: abbiamo vinto il triplete, il primo nella storia di Milano, tre titoli. Siamo tornati a vincere la Coppa dopo quattro anni e abbiamo vinto il campionato nel mio primo anno».

Ma dentro quel percorso ci sono stati anche momenti duri: «Ho dovuto prendere decisioni difficili: far giocare meno qualcuno, non far giocare qualcuno, tagliare qualcuno. Sono cose che non avevo mai vissuto prima e non è stato facile. Ho perso qualche ora di sonno, cosa a cui non sono abituato». Poi Poeta ha definito i suoi tre pilastri. Il primo è l’entusiasmo: «Penso che l’entusiasmo sia la benzina di tutto. Non ti fa sentire la stanchezza, è contagioso. Se entri in una stanza e ci sono cinque persone che ridono, riderai anche tu, o almeno sorriderai. È troppo importante e ti fa superare le difficoltà».

Il secondo è l’impegno: «Senza impegno non vai da nessuna parte. Essere esigenti con sé stessi, allenarsi forte, giocare fisico, tutte queste cose». Il terzo è la tolleranza: «Una volta che sei impegnato, serve tolleranza. Tollerare gli errori dei compagni con il giusto linguaggio del corpo, tollerare i limiti di un giocatore che avrà però altre grandi qualità. Se è lì, significa che ha grandi qualità. È il mio lavoro da allenatore nascondere i suoi limiti ed esaltare le sue qualità e i suoi punti di forza».

Poeta ha anche insistito sull’impatto dell’energia della panchina: «Quando segni un tiro difficile e vedi tutta la panchina in piedi, che esulta e si diverte, di sicuro giochi la miglior difesa possibile nel possesso successivo». È una sensazione che conosce bene da ex giocatore: «Quando metti un tiro difficile, fai un bel canestro o prendi uno sfondamento, e vedi tutti dalla panchina caricarti, ricevi così tante vibrazioni positive che non puoi sbagliare il possesso dopo. Giochi più duro in difesa e meglio in attacco».

Secondo Poeta, questo è anche il motore delle grandi rimonte: «C’è sempre un denominatore comune: da una parte una panchina in piedi, piena di entusiasmo; dall’altra una panchina morta, con la testa bassa. È matematico». Entusiasmo, impegno e tolleranza. È da questi tre concetti che Poeta vuole costruire la sua Olimpia Milano: una squadra chiamata a competere al massimo livello, ma anche a riconoscersi in un linguaggio comune.

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