Buon compleanno Dino Meneghin | La storia del passaggio a Milano
Dai numeri alle storie, come un romanzo di scelte ed opportunità. Siamo nel 1981. La dinastia della Pallacanestro Varese pare giunta al termine. La famiglia Borghi valuta il disimpegno, Marino Zanatta ha già lasciato il biancorosso come Ivan Bisson, ritiratosi nel 1978.
Dino Meneghin, da molto tempo, firma solo contratti annuali proprio per lasciarsi ampio spazio di manovra. Le regolamentazioni erano differenti, la “Sentenza Bosman” era là da venire, in ballo c’era sempre una buonuscita per il club di appartenenza, ma poca cosa.
Con un contratto in essere, liberarsi era impossibile. Non era solo una questione di ambizione, ma anche e soprattutto di inevitabilità rispetto allo scorrere del tempo e alle necessità di ricapitalizzazione della Varese stessa.
Il grande Dino meditava il ritiro nel giro di due stagioni, la Reyer Venezia poteva essere la scelta giusta. La società, sotto la presidenza di Giancarlo Ligabue, aveva capitali importanti, una cena al ristorante “All’Angelo”, di proprietà della famiglia Carrain dalle parti di San Marco, poteva fare il resto.
Non male per il grande Dino, che amava da sempre la città lagunare, ma i tempi non erano maturi. Il campionato doveva ancora concludersi, e dopo l’ultima gara, il telefono squillò, ma la voce era quella di Toni Cappellari, Gm dell’allora Billy Milano: «Vorremmo parlarti…».
Giancarlo Gualco, direttore generale di Varese, era già pronto all’idea e non pose freni, in un ristorante milanese Cappellari e Dan Peterson giocarono tutte le loro carte:
La Banda Bassotti ha fatto il suo tempo, vogliamo aumentare il peso sotto canestro per puntare allo scudetto e ad una dimensione europea stabile. Il progetto è quadriennale
il primo attacco. Dan Peterson aveva le idee molto chiare, come ribadì lo stesso Dino Meneghin nella sua autobiografia “Passi da gigante”:
Tu devi ragionare e allenarti avendo come obiettivo i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984
Mancavano tre anni, Meneghin non aveva mai pensato di giocare ancora così a lungo. Ma nacque il tarlo. Il tarlo biancorosso. Che non si sarebbe mai più dissipato.
Altri due incontri, ed ecco la firma su un contratto annuale. I tifosi di Varese già da settimane minacciavano con striscioni “Guai a chi vende Dino!”, “Se Dino se ne va, bruciamo la città”, tuttavia nessuno poteva porre freni al destino.
Meneghin lascia una dimensione famigliare come quella di Varese e arriva a Milano, scegliendo un due locali con bagno e cucina in via Edolo, al quarto piano. Risvegli agitati con quel bambino di nazionalità cinese che, tutte le mattine, pattinava sul pavimento al piano di sopra.
Ma anche sfortune e timori, con l’immediata rottura del menisco e la cantilena nefasta che comparve sui giornali «Varese l’ha venduto rotto». Una leggenda portata in tutta fretta al pensionato senza rispetto alcuno esteriormente, in realtà costretta a lavorare per un mese in solitudine, agli ordini del preparatore atletico Claudio Trachelio.
Inutile ribadirlo, i libri della pallacanestro italiana hanno poi raccontato un’altra storia. Dopo un mese e mezzo di attesa Dino Meneghin torna in campo nel successo di Forlì, negli spogliatoi Toni Cappellari entra in tutta fretta per abbracciare commosso il suo giocatore, mentre con John Giannelli e Mike D’Antoni sarebbe nata un’intesa tricolore.


Da anni il monumento del basket Italiano, Dino Meneghin, rappresenta piu’ che un’ icona per lo sport, e’ la persona a cui tanti di noi dovrebbero ispirarsi per esempio nella vita.
Il momento in cui Dino abbraccia suo figlio Andrea alla fine della famosa finale, e’ uno dei piu’ bei ricordi della mia vita, ho un figlio anch’io, ed un abbraccio cos’ vale una vita!
Mi avete fatto scendere una lacrimuccia: grazie, Redazione
Buon compleanno Dino. Noi ti amiamo per quello che sei, per quello che hai saputo dare al basket Italiano, per aver rinunciato all’America per amore di Varese che ti aveva accolto come uno dei suoi figli. Per aver mantenuto e mantenere una dimensione umana del tuo mito. Grazie di tutto dal profondo del cuore.
I tifosi, i tifosi non cambiano mai… “arriva dell’odiata Varese, arriva rotto, è vecchio e bollito, è basso. ” quel bollito di Peterson vuole rovinarci e già lui arriva da Bologna” Storie lette e sentite allora come adesso.
Ho avuto la fortuna di stringere la mano del grandissimo Dino Meneghin di persona un paio di anni fa, dove l’ho trovato a un evento di sponsor.
La prima impressione è stata che è enorme! Alto per uno come me, ma soprattutto larghissimo, e ancora oggi di postura possente.
Molto molto simpatico. Abituato al contatto col pubblico, vista la sua carica di presidente.
Poi è successo qualcosa che non dimenticherò mai.
Non mi ricordo come, ma nei pochi minuti del nostro contatto, siamo finiti a parlare dei nostri figli, avendo il mio giocato contro Varese allenata dal suo.
Siamo lì con un bicchiere di prosecco in mano, con una cinquantina di persone intorno, molte arrivate per lui, e lui sul discorso figli e dintorni si mette a parlare con me per circa una mezz’ora.
Non ci potevo credere, ed ero quasi imbarazzato, a un certo punto gli ho detto che se doveva andare l’avrei capito, ma lui era davvero preso nel nostro discorso sui giovani, a partire da suo figlio e mio figlio.
Amo Andrea Meneghin anche per questo, oltre naturalmente per essere stato un grandissimo giocatore, per essere il migliore commentatore che ci sia in tv, e… per averci “lasciato” vincere quella sera a Varese.
Al grandissimo Dino ho potuto dire qualcosa che mi stava dentro, verso la fine del nostro incontro, qualcosa che molti di noi di una certa età hanno marchiato dentro – io sono del ‘59 -: gli ho detto che lo apprezzo per la gloria che ha portato a Milano, ma nel fondo del mio cuore lui è di quel colore pallido, il grigio pallido che appariva nella tv bianco e nero dell’epoca, di quel colore pallido che appariva il giallo dell’Ignis Varese.
Abbiamo riso insieme da padri e tifosi dell’Olimpia Milano, poi la mia mano è sparita nella sua, dove resta tutt’ora ☺️
Bel ricordo. Grazie.
Anch’io ho avuto un contatto diretto. Persona squisita.
Sì, grazie.
C’ero, si diceva anche quello, erano comuni già allora i pivot da 2.08/2.09, Lucarelli, Jura, Massimo Masini etc ma nessuno dal cuore grande come il suo, tranne il mitico Arturo il rosso.
Forse Roberto non ha capito che quella di Orlando era una citazione tra virgolette della vulgata che circolava allora quando il grande Dino arrivò a Milano. Meneghin è un campione, ma prima ancora una grande persona, uno di quelli che mi hanno “costretto” ad eleggere il basket, anzi come si diceva allora la pallacanestro, a sport della mia vita. Un giocatore dotato di una cattiveria agonistica sublime in campo unitamente ad una lealtà etica e sportiva sia in campo che fuori. Il ricordo di quei momenti e di quei tempi ancora mi commuove. Buon compleanno Dino e grazie
Mitiko Dino, eroe di mille battaglie, espressione della volontà, della tenacia, della cattiveria sportiva. E’ stato un piacere averti visto giocare, aver notato il tuo talento ma soprattutto la tua umiltà e la voglia di vincere, coinvolgendo tutti i compagni.
Faccio fatica a trovare un altro sportivo italiano che meglio di lui rappresenti uno sport di squadra, una disciplina sportiva intera. Dino, per me, è il basket. Auguri!
Io bustocco tifoso del Simmenthal nemico dell Ignis Varese eri un pericolo ti abbiamo accolto con qualche perplessità infortuni età poi spariti se diventato un scarpetta rossa vera ed abbiamo fatto anni di vittorie Tanti Auguri Dino Forza Olimpia
Il più grande di sempre!
Non c’è altro da dire …