Il ricordo di quelle Finals rosse di polemica. Perchè quest’Olimpia è sempre un dramma (bellissimo) in molteplici atti

Lo scudetto è alle spalle da oltre due mesi, ma le immagini sono ancora nelle nostre menti e nei nostri cuori. Qui un passaggio del mio articolo su BasketMagazine dove, dopo la stagione, ripercorriamo le finals LBA. Nel  mese di agosto, a ritmo lento, siamo comunque all’opera. Vi abbiamo parlato delle prospettive europee, e delle differenze tra Simone Pianigiani e i suoi recenti predecessori. Buona lettura…

La secondaria del Forum si affaccia su un enorme parcheggio antistante il Teatro della Luna. E’ uno scenario di desolazione invernale che diventa asfalto bruciato dal sole estivo, inferno d’ingresso solo apparente ad una struttura che sa di EuroLeague e, perchè no, di Nba. Lì, ad aggirarsi in una palestra luccicante, laccata di biancorosso, puoi incontrare un arzillo signore anziano, memoria dei tempi che furono e testimone di quel che oggi è. «La pressione a Milano? Esiste». Per chi vive la città, e pensa a quel che sono Milan e Inter, può sembrare una forzatura. Di certo, quel signore anziano, legge immediatamente il dubbio che affiora dagli occhi: «In altre piazze, è vero, hai i tifosi che ti vengono a prendere sotto casa. Ma esiste, te lo assicuro, è subdola e si fa largo mese dopo mese, un giorno dopo l’altro». E parte la memoria: «Me lo ricordo Luca Banchi sai? Del suo biennio non si è mai capacitato di una sola cosa. Quella straordinaria EuroLeague del 2014, ispirante ed entusiasmante, qui è stata vissuta solo come un’occasione persa».

Quella pressione subdola esiste, a Milano. E sta tutta in una serata al PalaTrento, venerdì 15 giugno. Uno scudetto per gli avversari scontato, una rincorsa dovuta, che lascia nelle spalle di chi ha vissuto la curvatura della fatica, la sensazione del piacevole sollievo. Perchè niente è mai scontato, per chi deve vincere a tutti i costi.

Sono quindi molteplici le istantanee al suono della sirena. Le lacrime di Andrew Goudelock, che al «The Shot» ha fatto seguire il «The Block», e che come il suo predecessore dovrà lasciare il biancorosso una volta firmata una pagina di storia.  La gioia del presidente Livio Proli, che solo due anni prima amava ricordare del rimprovero del patron Giorgio Armani, per quell’esplosione di gioia un po’ eccessiva. La ribalta del GM Flavio Portaluppi, sul palco con Andrea Cinciarini per alzare la Coppa, eccesso di notorietà (per chi non l’ha mai amata) prima dell’addio. La serenità di Simone Pianigiani, che incorona la miglior stagione di sempre del suo capitano, e con un ghigno di sollievo accoglie uno scudetto che placa gli echi del #nopianigiani estivo…

Sono volti e immagini che pongono il loro epilogo su una finale non scontata. A tratti emozionante. A tratti sorprendente. A tratti rossa di polemica. Perché l’Olimpia Milano dell’era Armani è questo, un dramma in molteplici atti.

Le Finals

 

Affiorava una certa tensione al Forum d’Assago il 4 giugno, alla vigilia delle Finals LBA. Trento aveva messo fine alla gestione di Jasmin Repesa, relegando l’annata 2016-2017 al punto forse più basso della presidenza Armani. Da allora mai un momento di reale pace nel rapporto con i tifosi, un Purgatorio cestistico vissuto nella continua ricerca di vittime e carnefici, con Simone Pianigiani ritrovatosi sul banco degli imputati a sua insaputa, e suo malgrado. L’Aquila richiamava gli eroici tempi della «Banda Bassotti» di Dan Peterson, sorpresa sino ad un certo punto per una maggiore fisicità sugli esterni difficile da contenere. Una fisicità forse usata in maniera eccessiva contro Venezia, si lasciava sfuggire qualcuno… E d’altronde, sarà lo stesso play della Reyer, MarQuez Haynes, a rivelare il suo sfacciato tifo milanese per questo ultimo atto.

Al Forum, però, non c’è storia. L’Olimpia Milano domina le prime due gare senza dilagare, grazie alla sapiente guida palla in mano di Vladimir Micov, al ritrovato ardore sotto canestro di Kaleb Tarczewski, e ad un Drew Goudelock da 25.5 punti di media nelle due serate. Trento è nervosa, perché abbandonata da Flaccadori come da Sutton un anno prima, e perchè incapace di reggere in difesa, con un 94 di media al passivo ben più alto dei 77.4 concessi in tutta la stagione regolare.

Eppure, Maurizio Buscaglia ha due buoni spunti: il pessimo ingresso nella serie di Dominique Sutton e Dustin Hogue, e il sostanziale equilibrio realizzativo negli 80′. Trento non è mai crollata, e Trento in casa sua torna a dominare come un anno prima. Balbettando nel finale in gara-3 dopo un lungo controllo, esplodendo in tutta la sua fisicità nei successivi 40′.

Gara-5 diventa quindi cruciale, e l’atmosfera si infiamma. L’Olimpia Milano si sente maltrattata ben oltre i regolamenti e pubblica su Twitter il video del sangue di Kaleb Tarczewski, colpito duro sotto il canestro trentino. L’Aquila risponde a tono nella mattinata che apre ad una sfida da leggenda al Forum. I due coach giocano l’All-In. Buscaglia concentra tutte le forze dei suoi atleti in quella notte, perchè si sa, la pressione a Milano è subdola, e un terzo ko in fila sarebbe lapide definitiva. Pianigiani tocca invece l’orgoglio dei suoi, perché nello sport non si porge l’altra guancia, e il pianto genera alibi. Qualcuno parla di «Santa Percentuale», perché alla fine l’Olimpia in attacco è individualità, e con Jerrells, Goudelock, Micov e Kuzminskas su tutti, il bombordamento dall’arco pare la più probabile soluzione.

L’Olimpia parte bene, pare controllare, pare addirittura poter fuggire. Quel video di Tarczewski rende finalmente la sua casa un inferno, come in quella gara-7 del 2014 con Siena. Trento però c’è, risponde colpo su colpo, e nel quarto quarto presenta l’antieroe del dramma milanese, Shavon Shields. Poco più di 5′ in campo, 17 punti con 2/2 da 2 e 4/4 da 3. Anche quando Andrew Goudelock riporta i suoi avanti Simone Pianigiani decide di non spendere fallo sull’esterno, che dall’arco piazza l’89-90 con pochi secondi da giocare. Il resto è leggenda, come quella tripla di Curtis Jerrells a Siena, che per tutti è «The Shot» (con bacio dedica all’ex GM Simone Casali). Il numero 55 si prende un fallo e riporta l’Olimpia avanti con meno di 10” da giocare, nella folle transizione trentina Jorge Gutierrez trova la punta delle dita di Dominique Sutton. L’ala USA, in equilibrio precario e con il cronometro che corre, sceglie l’appoggio al tabellone più che la schiacciata. E alle sue spalle arriva Andrew Goudelock, Goudeblock, «The Block» appunto.

Non c’è altro da dire, non c’è niente più da scrivere, gara-6 al Forum è una Coppa che compare a bordo campo, e che non potrà che essere sollevata dai protagonisti di quell’ultima giocata al Forum.

L’eredità di The Block

Lo scudetto lascia dietro di sè un’Olimpia Milano che vuole la continuità nel cambiamento. Flavio Portaluppi, il GM, colui che è stato anche presidente, lascia. Vuole qualcosa di nuovo, un’agenzia di Sport Consulting, o forse semplicemente uscire di scena dopo tanta gloria, ma anche tanta contestazione. E’ un ruolo non semplice, quello del GM a Milano. Non lo è stato per Simone Casali, che oggi è scout dei Nets, non lo sarà per Alberto Rossini, anche lui per tutti «Lupo», ma che ha il vantaggio di partire a profilo basso, come direttore sportivo.

D’altronde, la prossima Olimpia Milano, sarà ancora Livio Proli, ma nella gestione sportiva anche e soprattutto Simone Pianigiani. Il senese, mal accolto a Milano dalla tifoseria più «Social», sarà ancora agli inizi del suo progetto tecnico, ma ha dimostrato di saper navigare contro vento. Difensore sino alla ripetitività del suo credo, spalle larghe davanti alla contestazione della stampa, occhi sempre rivolti al futuro anche nelle difficoltà di EuroLeague. Rigido? No, dinamico, sino al giorno della «scelta». Perchè la sua Olimpia Milano era nata «made in USA», con i folletti Jordan Theodore e Andrew Goudelock a dominare la scena sin dalla Supercoppa. Poi le intemperanze Social del numero 0 hanno rivelato, sul mercato, ipotesi alternative, e nel momento in cui l’Olimpia ha saputo vincere senza Theodore, Pianigiani non ha mostrato alcun dubbio nel riporre nel cassetto la centralità del nazionale macedone affidandosi ad Andrea Cinciarini, l’ex capitano non giocatore, esperto di scalate stagionali.

Un uomo sicuro di sè al fianco di un altro uomo sicuro di sè, Livio Proli appunto. Il presidente venuto da Mondovì e dalla moda, che alzava gli occhi al cielo con orgoglio nella notte della contestazione contro l’Anadolu Efes. Lui ha saputo, e continuerà a farlo, correre in salita. «Un soldato» la definizione di Jasmin Repesa. Un soldato che non nasconde i suoi errori, ma che al tempo stesso non si fa distrarre dalle minacce della battaglia. Mai. L’Olimpia Milano sarà loro, più di ogni altro. In uno scenario che permette anche la crescita del Responsabile della Comunicazione Claudio Limardi. Giornalista di lungo corso, da oggi volto dell’Olimpia Milano nei confronti con LBA ed EuroLeague.

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2 pensieri su “Il ricordo di quelle Finals rosse di polemica. Perchè quest’Olimpia è sempre un dramma (bellissimo) in molteplici atti

  1. Una stagione difficile ma coronata da un successo non scontato. Io sono stato uno dei contestatori, specie all’inizio. Ora riconosco (ma l’ho gia’ datto anche durante le finali) i meriti del coach e dello staff, specie per la decisione i “tagliare” Theodore. Ma guardiamo al futuro ed alla prossima stagione!

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