Avellino vince la battaglia del Forum: la settimana di Milano è “quasi” perfetta

Il grande spettacolo del basket, sport unico per emozioni e coinvolgimento: Olimpia e Scandone offrono tutto ciò, sebbene con qualche problema  e diversi errori che avrebbero potuto e dovuto indirizzare la gara in altro modo. Gli ingredienti ci sono tutti: equilibrio, parziali, fisicità, atletismo, tecnica individuale, alcuni momenti di ottima pallacanestro (alcuni meno…) ed anche decisioni arbitrali assai controverse.

Gli abituali cinque punti di analisi per provare a capire ciò che emerge dalla vittoria dei “lupi” al Forum.

  • Equilibrio e punti di forza reciproci. Le due squadre si danno battaglia a viso aperto sin dalla palla a due, ognuna con le sue caratteristiche. Avellino pare in controllo sino al 32-47 del 22′ forte della fisicità e dell’atletismo di Jason Rich, Dezmine Wells e Hamady Ndiaye, in un territorio dove Milano fatica molto, con poche contromisure. Da quel momento inizia un’altra gara, in cui la pressione difensiva milanese sugli esterni irpini cambia le cose diametralmente: ora è Sacripanti ad avere poco da opporre. Il naturale epilogo è la situazione di equilibrio finale in cui i migliori interpreti di entrambe le squadre, Jerrells e Filloy su tutti, producono uno spettacolo affascinante, che raggiunge il top coi due supplementari. La sensazione che si tratti della prima battaglia di una potenziale lunga guerra non è così fuori luogo.
  • Assenti, energia e calendari impietosi. Situazione assai equilibrata, in questo senso. Se Pianigiani arriva da una settimana “santa”, tra gare ed infortuni,  è altrettanto vero che il suo collega Sacripanti deve fare i conti con le assenze pesantissime di Fitipaldo e Fesenko, nonché una condizione assai approssimativa (pensa se fossero stati bene…) di Filloy e Ndiaye. C’è poco da parlare e molto da giocare: le due squadre lo fanno bene per lunghi tratti, alternati ad alcuni errori su cui i rispettivi staff tecnici lavoreranno sin da oggi. Segnatamente la circolazione di palla ed il movimento di uomini poco fluidi  per Milano, l’incapacità di gestire la pressione sul pallone da metà terzo quarto in poi per Avellino.
  • Leader e campione. Vale per Curtis Jerrells così come per Ariel Filloy. Metteteli nell’ordine che preferite, ma c’è una costante che accompagna le prove dei due in relazione alle rispettive carriere: il costante, splendido miglioramento. Erano questi giocatori 4-5 anni fa? No, assolutamente. Fecero vedere tante cose interessanti, ma non certo a questo livello. CJ55 lo scorso anno fu già grande in Eurocup, così come il suo rivale lo fu in campionato e nel recente Eurobasket: paiono entrambi ora possedere una consapevolezza di alto profilo che ha pochi eguali nel nostro panorama. Il lavoro che hanno svolto in carriera è straordinario e sta pagando assai: le parole di Meo Sacchetti su quanto migliorano attraverso il lavoro gli stranieri suonano perfette a riguardo (ah ok, Filloy è italiano…).  Partire da quest’etica di sacrificio per la rinascita del basket italiano è cosa primaria.
  • Milano ancora una volta in stagione dimostra di saper riemergere da situazioni complicatissime. Questa è caratteristica che fa amare una squadra nonché  grande merito dello staff tecnico, tuttavia è proprio lo stesso allenatore ad aver sottolineato come si sarebbe dovuti rimanere più a contatto, per sparare le cartucce buone nel finale. La qualità del basket offensivo è decisamente bassa, se non nei momenti di grande pressione difensiva e conseguente transizione che porta a tiri più facili.
  • E’ accaduto con Repesa, si conferma con Pianigiani: i migliori momenti di Milano vedono la presenza in campo di Andrea Cinciarini, che sopperisce ad una qualità tecnica non di primo piano con un’applicazione ed una costanza che garantiscono ritmo, pressione totale e capacità di entrare sotto pelle a diversi avversari. L’accoppiata con Jerrells cambia totalmente la cifra difensiva degli uomini di Pianigiani. Sono momenti, parziali, spezzoni (anche lunghi…) di gara che fanno svoltare e coinvolgono tutto il pubblico. Ma il coach sa bene che tutto ciò è assai positivo, ma non può bastare se non accompagnato da una qualità maggiore sui 28 metri che è imprescindibile, sia in Eurolega che in campionato. E questo ci porta al discorso Theodore, che vale un punto “5 bis”.

Il playmaker ex Banvit è sicuramente un buon giocatore che sta però soffrendo il “momento”. Probabilmente è la sovraesposizione a livello di un ruolo che avrebbe dovuto cambiare le sorti di un’intera squadra a farlo zoppicare terribilmente in certi, troppo estesi, tratti delle gare. Battezzato come anello debole in difesa (quei talloni a contatto col suolo sono il vero problema, alla Della Valle per intenderci) causa quasi sempre scores importanti del proprio diretto avversario, nonché situazione di inferiorità per tutto il sistema difensivo milanese, mettendo principalmente in difficoltà il lungo coinvolto nel “pick and roll”. La scarsa reattività che segue, poi, è motivo di imbarazzo difensivo anche dopo diversi “skip pass” e quando viene ribaltato il lato per cercare miglior linea di passaggio per il lungo che ha “rollato”. Sono cose che non ci si può permettere e su cui si deve lavorare per non mettere in cattiva luce il buonissimo lavoro svolto dal resto della squadra in diversi frangenti. E’ però da non dimenticare come lo stesso Theodore sia quasi sempre parte fondamentale delle reazioni “furiose” di Milano nei momenti decisivi. Un buon bilanciamento tra le due situazioni potrebbe schiudere orizzonti assai interessanti alla compagine meneghina.

 

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