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Flop Olimpia Milano, ma la colpa non è nella rinuncia a McLean

di Alessandro Luigi Maggi

29 maggio 2015-19 maggio 2016. Poco meno di un anno, acqua sotto i ponti in quantità, ma una sostanza apparente: semifinale gara-1, per l’Olimpia Milano, è dramma puro. Allora con la Dinamo Sassari del baffo Meo Sacchetti, oggi con la Reyer Venezia dell’occhiale da «Mano armata» di Walter De Raffaele, sperando in epilogo differente. I contatti finiscono qui, viste le differenze di storia e di roster, ma la preoccupazione rimane.

L’Olimpia Milano di gara-1 è uno studente che, una volta azzeccata la prima domanda, si sente già da 10. Ma nello sport l’insufficienza arriva al primo errore, e allora la bocciatura viene tessuta al terzo quarto. Di fatto Venezia vince solo un periodo, quello citato (10-28), ma quando i distacchi sono questi basta e avanza. L’analisi può passare per mille fattori, ma molto spesso la soluzione è la più semplice. Il problema si chiama rinuncia a Jamel McLean? No, per due motivi. Perché la mossa ha un senso contro una squadra che ha la sua forza nel reparto esterni, e perché i dati dicono che il tutto ha frutto altrove. Un esempio? Il 39-29 a rimbalzo finale. Un altro? il 46-38 nei punti in area. L’ultimo? Il 50-36 come somma complessiva dei punti segnati dai giocatori “interni”, cifra “dopata” dai 28 di Sanders che, tuttavia, con un Macvan da 18’ e un Batista da 25’, lungo deve essere considerato, eccome.

E allora l’analisi si fa semplice. Milano perde per leggerezza e mancato agonismo, con 3/21 da 3, un fallo che latita quando l’avversario scappa, e appunto quella sensazione di aver già passato l’esame dopo la prima domanda.

A volta, la risposta ad un fallimento, è la più semplice.

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