
Peppe Poeta guarda alla nuova stagione di Olimpia Milano con orgoglio per quanto fatto e lucidità per ciò che verrà. Ospite di A Canestro su Rai Play Sound, il coach biancorosso ha parlato del percorso iniziato in panchina, delle ambizioni della squadra e del modo in cui vuole costruire il rapporto con i giocatori.
Il punto di partenza è la stagione scorsa, chiusa con Scudetto e Coppa Italia dopo la finale raggiunta con Pallacanestro Brescia: «Sono estremamente contento e pieno d’orgoglio per quanto abbiamo fatto l’anno scorso. Però questo è un anno nuovo, bisogna avere la capacità di resettare tutto senza mettersi degli obiettivi oggi per la fine della stagione, ma pensare a una partita alla volta, essere la migliore versione di noi stessi. Poi, chiaro, in Italia giochiamo per vincere. In EuroLeague oggi il livello della competizione si è alzato tantissimo, quindi dovremo essere bravi a competere cullando il sogno playoff».
Poeta ha parlato anche della propria giovane età per una panchina di questo livello: «Mi avranno detto un miliardo di volte che sono troppo giovane. Però ho margine d’errore, posso imparare, c’è entusiasmo, c’è energia. Penso che sia ancora più bello». Il passaggio dal parquet alla panchina, racconta, non nacque da una sua decisione iniziale: «Hanno creduto in me come allenatore Messina e Pozzecco prima che io credessi in me stesso come allenatore. Io ancora non avevo deciso di smettere, giocavo a Cremona, avevo 36 anni, e Ettore e Gianmarco contemporaneamente mi hanno chiamato, uno in Nazionale e uno a Milano, per fare l’assistente allenatore di entrambi».
Il tema centrale resta il rapporto con i giocatori: «Per provare a performare devi essere te stesso. Le maschere cadono facilmente. Io ho sempre detto che proverò ad allenare da Peppe. Se funziona bene, se non funziona farò altro. Continuerò a essere me stesso, provando a trovare una connessione emotiva coi giocatori». E ancora: «Quando hai una connessione emotiva di un certo livello con un tuo giocatore, la disciplina è una cosa che viene a crearsi di conseguenza».
Ma l’immagine di un coach spontaneo non deve ingannare sul lavoro tecnico. Poeta rivendica attenzione e cura dei dettagli, soprattutto in difesa: «Sono abbastanza precisino. Cerco un po’ la perfezione in determinate cose, mi piace che le mie squadre provino a difendere, perché penso che la difesa, che è un luogo comune, vinca le partite. E quindi provo a creare un’identità difensiva». Da giocatore, ammette sorridendo, era diverso: «Forse difendevo poco. Però succede spesso: ne parlavamo con Jasikevicius e Pozzecco, che entrambi non erano dei grandissimi difensori, ma solo dei grandissimi attaccanti. Ma dalla panchina la difesa è il loro must».
Sul nuovo roster, Poeta non nasconde il cambiamento: «Tanti giocatori che sono andati via avremmo voluto tenere, ma il mercato è andato in una direzione particolare. Siamo contenti di chi è arrivato, abbiamo scelto fame. Abbiamo scelto ragazzi che hanno voglia di mettersi in discussione e qualcuno che, come Peters e Hall, ha quella leadership e l’esperienza tale da poter guidare i nuovi arrivati».
La stagione sarà lunga e complessa, ma il coach biancorosso la vive come un privilegio: «È impegnativo, però allo stesso tempo è pieno, stimolante, bello e divertente. Dal 15 agosto quando inizi fino al 20 giugno non hai neanche un giorno libero. Hai zero giorni liberi, hai 90 partite e le preoccupazioni del pre e del post partita. Però mi ritengo estremamente fortunato ad avere il privilegio di essere seduto su una panchina così importante».
Infine, una riflessione sugli errori e sulle sconfitte: «Sono fin troppo tollerante dell’errore, perché tendo a mettermi nei panni del giocatore tantissimo. Ancora non sono uscito del tutto da quei panni. Alla fine il basket è un gioco d’errori». Più difficile, invece, la sconfitta: «Da allenatore è un po’ più difficile, perché ti senti completamente responsabile. E invece non ti senti così responsabile quando vinci».