
Peppe Poeta si è raccontato qualche settimana fa al Foglio, in un’intervista che fotografa bene l’uomo e l’allenatore chiamato ad aprire un nuovo ciclo sulla panchina di Olimpia Milano. Il punto di partenza è il rapporto con la vittoria, vissuta non come ossessione ma come conseguenza di un percorso.
«Io non sono ossessionato dal vincere – racconta – le vittorie sono importanti, sono la ciliegina sulla torta, ma quello che conta davvero è godersi il viaggio». Una filosofia che Poeta collega anche alla sua carriera da giocatore: «Da giocatore non ho riempito la bacheca di trofei, ho vinto giusto una Coppa Italia a Torino, però non ho rimpianti perché mi sono goduto ogni giorno della mia carriera».
Il tema cambia quando si parla di grandi club, e quindi anche di Milano. «Nelle grandi squadre vincere diventa un sollievo più che una gioia. Però la pressione è un privilegio. Quando indossi la maglia dell’Armani sei obbligato quasi a vincere, a portare a casa qualcosa. Sei sempre favorito e giocare da favorito pesa un pelino di più, anche per un leggero terrone come me…».
La sua frase guida resta in inglese: «The will must be stronger than the skill». E Poeta la spiega così: «Non sono mai stato un giocatore di talento straordinario. Credo davvero che la determinazione possa battere il talento quando il talento non è accompagnato dalla stessa fame».
Dentro il personaggio c’è anche una normalità rivendicata senza filtri: «Io sono un italiano medio e non mi vergogno. Amo il calcio, il tennis, la pallavolo, la musica italiana e il karaoke». Eppure il passaggio alla panchina non era scritto in partenza: «Mentre si avvicinava il momento del ritiro avevo in mente percorsi diversi».
Poi gli incontri decisivi. «Messina mi ha trasmesso una metodologia e un livello di autoesigenza altissimo. Pozzecco mi ha dato fiducia e mi ha fatto capire che potevo farcela». Più in generale, Poeta riconosce il peso dei maestri incontrati lungo la strada: «La mia fortuna più grande è stata incontrare tanti grandi allenatori. Io ascoltavo tutto come fosse il Vangelo».
Ora, però, tocca a lui costruire la nuova Olimpia Milano. E la sua idea di allenatore è molto chiara: «L’allenatore deve essere bravo a cucire il vestito migliore sui giocatori che ha». Un concetto centrale per una squadra rinnovata, chiamata a trovare rapidamente identità, gerarchie e continuità.
Sul piano europeo, Poeta non alza proclami ma indica una direzione precisa: «L’obiettivo in Europa sarà entrare nei primi dieci. Sappiamo che sarà difficile». Un traguardo realistico, dentro un’EuroLeague sempre più competitiva, ma anche il primo vero banco di prova del nuovo ciclo.
Il resto è una dichiarazione di metodo e di identità: «Il mio sogno è continuare a vivere il sogno che sto vivendo». E ancora: «Non esiste una sola strada per il successo: l’importante è non indossare mai la maschera».
È forse questa la sintesi più fedele del Poeta allenatore: ambizione senza ossessione, pressione accettata come privilegio, autenticità come regola. Milano riparte da un tecnico giovane, ma già consapevole del peso del ruolo. E da una frase che vale come manifesto: godersi il viaggio, senza mai smettere di voler vincere.
