
Bodgan Tanjevic è il protagonisti di “Uomini e Canestri” su Repubblica-Milano. Ecco alcuni passaggi nel ricordo della squadra scudettata del 1996.
Sull’immagine di quel 1996
«La nostra Olimpia era diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta e da quelle che sono venute dopo. Ma lo scudetto vinto appartiene più a Trieste che a Milano, perché la città non si è accorta di noi. E nessuno, oggi, si ricorda più di quel titolo»
Sui ricordi Milano
«La correttezza dei tifosi che ci seguirono che sono stati fantastici, soprattutto verso l’allenatore, perché non tutto in quei due anni andò secondo il programma e la cittadinanza, che mi fermava e io rispondevo a tono, perché sono un chiacchierone e mi piace intrattenermi con le persone serie. Però non ho vissuto davvero la città, abitavo in un residence vicino al Forum, per due anni ho passato le mie giornate lì e in palestra: pochi giri, pochi ristoranti. Abbiamo solo lavorato»
Sull’Olimpia del 1996
«Mi avevano strappato il cuore portando la squadra da Trieste a Milano. Nella mia carriera ho sempre voluto sfidare i grandi, creando e lanciando giocatori. A ottobre si fece male Ed Stokes, grande pivot e ottimo ragazzo e non ho trovato sostituti adeguati: uno, Kesler, l’ho fatto impazzire col lavoro e scappò dopo tre partite senza neppure volere i soldi. L’anno successivo, Stefanel tagliò a tutti il 30%: con 7 miliardi di lire di budget, spese di gestione comprese, rinunciammo a Sconochini che era diventato un grande serio giocatore a Milano, e andai coi lunghi italiani. Senza che neppure ci parlassimo, era chiaro fin dall’inizio che sarebbe stata la mia ultima stagione con Stefanel. Ecco perché dico che fu un’Olimpia diversa da prima e dopo: budget ridotto, una squadra creata in anni di lavoro sulla coesione. Non lo chiamo ‘spogliatoio’, parola rimasticata e senza senso: la nostra era ideologia. Se fossimo rimasti assieme, la stagione successiva avremmo conquistato la Coppa dei Campioni di slancio, come mi era riuscito col Bosna. Era la stessa traiettoria»
