
Franco Boselli si racconta in una splendida intervista raccolta da Giulia Arturi su La Gazzetta dello Sport. Ecco alcuni passaggi.
SUL SOPRANNOME BARONE
«Una volta Bariviera mi disse: “Certo Franco, che in campo, quando succede qualche casino, tu mantieni sempre il tuo stile, il tuo aplomb”. Ero popolare in spogliatoio perché tenevo all’eleganza. Mi capitava di andare in palestra in giacca e cravatta. Allora hanno iniziato a dirmi che sembravo un barone. L’americano Sylvester una volta disse: “A me basta che il Pantalone mi copra il sedere”. Figuriamoci! Una volta, a Buenos Aires, portai tutti in un negozio di pellami a farci fare un cappotto di montone: costava nettamente meno che in Italia».
SUI COMPAGNI
«Meneghin? Irrinunciabile. D’Antoni? L’allenatore in campo. McAdoo? Vincente: aveva uno spirito competitivo incredibile. Una sera, dopo l’allenamento, ci mettemmo a giocare a “horse”. La partita durò così a lungo che il custode spense le luci. Per me era finita lì, ma lui, che aveva giocato con Magic Johnson, il giorno dopo volle finire (e vincere) anche quella sfida»
SU DAN PETERSON
«È stato un piacere e un onore essere allenato da lui. Certe volte mi arrabbiavo, naturale. Ma se dall’altra parte nel mio ruolo devi marcare un Sacchetti, 1.98 e 15 chili in più, poi le scelte le devi accettare. Ma il coach ti faceva sentire importante, responsabilizzato, senza imporsi: sapeva come prendere i giocatori. Questa era la sua grandezza».
SUL TIRO DI GRENOBLE
«Ancora oggi mi capita di trovare qualcuno che mi dice: “Però quel tiro… ” (ride). Persino Galliani me lo ricordò una volta! È un tiro che vorrei ripetere, sì. Ma era la scelta giusta. Il dopo, però, contò di più. Al rientro, Peterson mise la canzone “On the road again” in pullman e mi disse: “Franco, non rinunciare mai a un tiro come quello, era la cosa giusta”. Perché qualcuno, a 4 secondi dalla fine, quella palla l’avrebbe passata».

Franco Boselli e aggiungerei Ambrassa (che si chiama come me), due guardie italiane che ricordo con tanto affetto
Minchia se me lo ricordo. Viaggio di ritorno ancora più tremendo, pensando chi erano quelli che gioivano sulle strade del ritorno. Ma Franco Boselli è stato davvero un grande.
Sull’autobus al confine sul Frejus fermi per 1 ora sotto la neve freddo cane con nella mente quel tiro.