
Vlatko Cancar ha parlato a DNVR Sport. Tanti i temi toccati, qui vi diamo altri spunti. Il giocatore ha confermato anche la sua presenza a Eurobasket con la Slovenia.
SUI NUGGETS
«Voglio innanzitutto ringraziare Denver per avermi scelto al Draft quando ero ancora un ragazzo, senza barba né baffi… anche se in realtà non ne ho nemmeno ora! Per me è stato importante crescere lì, non solo come giocatore, ma anche come persona. Ho vissuto sei anni in America, che non sono pochi, soprattutto a Denver. Ovviamente ci sono state delle frustrazioni, come capita a ogni giocatore che vorrebbe giocare di più. Ma alla fine posso guardarmi allo specchio e dire: “Ho dato tutto”. Anche con tutti gli infortuni, ho cercato sempre di rientrare il più in fretta possibile, anche se qualcuno pensava non fosse la scelta più saggia. Mi sentivo in dovere verso la squadra e verso la franchigia. Ho sempre voluto essere disponibile, che fosse per giocare, per dare una voce nello spogliatoio, per scherzare o semplicemente per esserci».
SU DENVER
«Una cosa che sicuramente non mi mancherà? L’altitudine, senza dubbio. Ogni volta che tornavo dall’estate passata al mare, i primi allenamenti erano durissimi. Dicevo sempre a Oggy: “Non ce la faccio, mi fa male la milza per quanto mi pesa l’altitudine”. Ma quello che mi mancherà davvero saranno le persone. I compagni, le persone incontrate fuori dal campo, è questo che mi mancherà di più. I campi sono tutti uguali, cambia solo il logo, ma le persone rendono un posto casa. Ho passato sei anni a Denver, più di quanto sia mai rimasto in un altro club, per questo posso dire che è stata la mia seconda casa».
SUGLI USA
«Per quanto riguarda la cultura americana, non posso lamentarmi. Quando mi chiedono com’è vivere in America, rispondo che per me è stato bello: sono nella miglior lega del mondo, mi hanno sempre trattato bene. Se devo trovare un difetto, è che lì tutto va troppo veloce. Non c’è il tempo di sedersi a prendere un caffè e parlare con calma, perché tutti corrono sempre dietro al lavoro. Magari mi piacerebbe vedere un po’ meno business e un po’ più amore per lo sport».
SUL SUO ESSERE GIOCATORE
«Io sto ancora cercando di diventare il miglior giocatore possibile. Come avete visto in Nazionale, il mio ruolo è quello di collante, e credo sia quello in cui rendo meglio. Mi piace tenere unito il gruppo, muovere sempre il gioco, rimanere attivo, e con la continuità in campo arriva anche la fiducia. Voglio avere una mentalità veloce: tirare, passare o attaccare subito, senza fermarmi. Non voglio essere per forza un realizzatore puro o un giocatore totale, ma voglio inserirsi al meglio nel sistema, come ho sempre fatto. Un po’ come Draymond Green: prima di tutto dare l’esempio in difesa, poi in attacco muovere la palla, attaccare, scaricare, tirare quando sono libero. Voglio diventare il miglior collante possibile per la mia squadra, essere pronto a pressare a tutto campo, come si fa in Europa, e farmi trovare sempre nella miglior condizione possibile. Da lì, il resto verrà da sé.»
