
Michele Catalani, allenatore di Oleggio e responsabile del settore giovanile di Olimpia Milano, si è raccontato ad arezzonotizie. Ecco tre passaggi.
SULLA STAGIONE
“Eravamo consapevoli che giocare 2-3 partite a settimana avrebbe tolto tempo agli allenamenti e allo sviluppo individuale degli atleti. Finora è stata un’annata positiva: in un processo che deve essere di crescita per un gruppo così giovane, abbiamo fatto le nostre esperienze e i ragazzi si stanno divertendo. Una delle priorità è sempre stata quella di non sovraccaricare i giocatori dal punto di vista mentale ed emotivo. Nella preparazione delle partite abbiamo cercato di essere meno dettagliati per alleggerire il carico di informazioni. Inoltre, grazie al numeroso staff a disposizione, tra preparatori e fisioterapisti, quotidianamente abbiamo valutato la gestione dei carichi di lavoro per evitare di incappare in infortuni”.
SUL SUO LAVORO
“Direi entrambi. Mi reputo fortunato di poter lavorare con loro perché è divertente. Per chi fa il mio lavoro, aver a che fare con del materiale umano a livello e tecnico è sicuramente stimolante. So che è una responsabilità perché dobbiamo innanzitutto non rovinarli e poi aiutarli a crescere, indirizzandoli in un percorso che sia positivo per loro. La cosa che più ci farebbe piacere è che i ragazzi vivano questa esperienza in maniera formativa anche dal punto di vista umano, oltre che tecnico. Ci siamo posti come obiettivo il fatto che Olimpia possa dare dato loro un’idea di come comportarsi e di vivere all’interno del sistema pallacanestro, di costruirsi abitudini buone e in linea per diventare giocatori di alto livello. Il numero e la qualità delle esperienze che stanno vivendo valgono tanto”.
SUL RILANCIO DEL BASKET ITALIANO
“Non credo che ci sia una ricetta sicura e unica. A livello giovanile, non bisogna farci tradire dai risultati. Essere competitivi in un torneo internazionale non è sufficiente per dare una valutazione chiara al movimento, perché magari dietro un risultato positivo c’è un sistema che non funziona o viceversa, quando i risultati non arrivano, è perché si è all’inizio di un processo di crescita. L’Italia fa fatica ad avere una vision di lungo termine, cosa che caratterizza paesi come Spagna e Germania, che ho avuto modo di vedere da vicino quando ho disputato dei tornei europei alcuni anni fa. All’epoca si respirava l’idea che il percorso intrapreso avrebbe portato ai risultati odierni. Il nostro sistema guarda al risultato di oggi e, al più tardi, a quello di domani. Anche il fatto che categorie come serie A2 e B cambino continuamente il format del campionato e i regolamenti su giovani e stranieri, non aiuta affatto in termini di programmazione.
L’altra lacuna è la difficoltà nel guardare alle altre nazioni con curiosità, nell’ottica di copiare cosa funziona in un processo di aggiornamento necessario per progredire. Io sono arrivato a Siena nel periodo di massimo splendore della Mens Sana, nel quale la società era diventata un modello di riferimento. Ci era arrivata, però, dopo quasi venti anni di sconfitte, senza dispiacersene. Aveva vissuto dei periodi molto complicati con la consapevolezza, a livello di programmazione, che solo attraversando quei momenti si sarebbe potuto arrivare ai vertici e per restarci a lungo, cosa ancora più difficile. Progetti così oggi non ci sono più”.
