Gigi Datome, intervistato da Luca Guazzoni dell’Ansa, ha analizzato il suo futuro in azzurro e i temi caldi del basket italiano, da Paolo Banchero alle regole protezionistiche. Ne esce un’analisi lucida e indubbiamente destinata a far discutere.
SUI PROSSIMI MONDIALI
«Come è stato per gli ultimi anni, sono decisioni che posso prendere solo a fine stagione, a seconda di come mi sentirò. Il rapporto con Pozzecco è così diretto e cristallino che faremo liberamente la scelta migliore per la Nazionale. Ho avuto finora una stagione difficile, voglio dare una mano all’Olimpia anche per essere un giocatore convocabile per il Mondiale».
SU PAOLO BANCHERO
«Si sta bombardando di aspettative il ragazzo, lui non sa oggi se farà il Mondiale con l’Italia. Anche lui per ragioni diverse dalle mie deve aspettare il termine della stagione per capire tante cose. E’ un talento di livello assoluto che non possiamo permetterci di non convocare. Non lo conosco, ma sarà un giocatore da inserire: entrare nella vita della Nazionale è difficile, sono due mesi intensi. Non sta a me sottolineare quanto stia facendo già molto bene al primo anno di Nba. Mi auguro che venga, che sia contento, che si diverta e ci dia una mano. Bisogna dargli la tranquillità di prendere la scelta che riterrà più opportuna. Ogni cosa che dice viene presa come un sì o come un no. Deve capire cosa è intenzionato a fare, l’azzurro lo devi volere».
SUI GIOVANI ITALIANI
«Ci sono tanti buoni giovani ma vedo scetticismo negli allenatori a dare loro fiducia. I coach si giocano la panchina ogni domenica e non vogliono rischiare niente. La cultura non è cambiata dal 2004/05 quando io ero nelle loro condizioni. Ora per giocare bisogna essere veramente forti. E a chi dice “se sono forti usciranno”, rispondo che così si perdono anni e anni di carriera e di crescita. Io ho impiegato 10 anni per avere ruolo di primo livello. Bisogna capire quali siano i giovani su cui investire, cui dare fiducia e su cui lavorare. Servono intuito e sapienza».
SUL 6+6
«La formula perfetta non esiste. Qualche italiano probabilmente se ne approfitta, non dà tutto per migliorare, responsabilizzarsi e si accontenta; ma ce ne sono altri che invece crescono e si impegnano. Porto il mio esempio: io ero convinto di avere i mezzi per stare in Serie A da giovanissimo ma ho dovuto faticare tantissimo per avere spazio, per dimostrare il mio valore. So cosa ho sofferto io, per me la regola del 6+6 deve rimanere: tutela chi non rende subito, dà tempo per emergere. Senza regole io probabilmente avrei cambiato lavoro. Ma il giocatore italiano si deve rendere conto di avere dei privilegi, e proprio per questo deve lavorare e sbattersi più di tutti per meritarsi lo status; e poi servirebbe maggiore coraggio dagli allenatori e sapienza dei manager».


Come sempre da Gigi un’analisi lucida e competente. Sono perfettamente d’accordo con lui. Non c’è coraggio né intuito. Detto da uno che al Don Bosco di Trieste ha scoperto e lanciato l’allora “troppo piccolo” anche se talentuoso Stefano Attruia. La Pall Trieste allora a 18 anni non l’ha voluto lanciare. Andateci guardare cosa ha fatto dopo in Italia e all’estero.