Della Valle? No, il grande ex è David Moss. Quella tripla iconica che resterà per sempre

Alessandro Maggi

Si parla tanto di Amedeo Della Valle, uomo immagine della semifinale. Ma oltre a Burns, vi è un vero ex di lusso in gioco: David Moss

Si parla tanto, tantissimo di Amedeo Della Valle, uomo immagine della semifinale di domani tra Olimpia Milano e Germani Brescia. Ma oltre a Christian Burns, vi è un vero ex di lusso in gioco: David Moss.

Il leone di Chicago, all’alba dei 39 anni, sta vivendo la sua quindicesima stagione in Italia, iniziata nel lontano 2007 su chiamata dell’Aurora Jesi, agli ordini del suo primo riferimento, coach Andrea Capobianco.

A Milano ci arriva nel 2013 al seguito di Luca Banchi, e saranno due anni agro dolci, ma certamente indimenticabili. Nel 2013-2014 mette insieme 9.4 punti, 4.1 rimbalzi e 1.2 assist in 45 gare di LBA, 7.3 punti, 3.6 rimbalzi e 1 palla rubata nelle 26 di EuroLeague. Considerato uno dei migliori difensori del continente, passerà alla storia per quella tripla su scarico di Daniel Hackett che, di fatto, consegna ai Men in Red uno scudetto atteso 18 anni.

Un momento che dura una vita, iconicamente secondo solo a The Shot, esattamente come, pochi secondi prima, “l’urlo di Nicolò”. L’entrata nel pitturato del play che si attira contro la difesa senese (poco prima aveva segnato con fallo), il passaggio nell’angolo per Moss che non trema: è tripla, il Forum esplode, è finita ancora prima della sirena. Luca Banchi dirà: «In quel momento ho capito che era fatta, e ho iniziato a cercare lo sguardo delle persone care».

Il secondo anno sarà più complesso, amaro di soddisfazioni, sino al ko in quella maledetta gara-7 con la Dinamo Sassari di Meo Sacchetti.

In un’intervista successiva, David Moss ricorderà: «Il mio rapporto con Olimpia Milano è stato un po’ d’amore e di odio. Eravamo una squadra molto rinnovata, con un nuovo allenatore un nuovo staff, e in quella stagione abbiamo realizzato qualcosa di speciale, almeno credo».

Il conto matematico non si rivelerà il suo forte: «Abbiamo vinto uno scudetto dopo 28 anni (18, ndr), forse abbiamo perso alcune gare importanti ma siamo andati vicinissimi alla Final Four di EuroLeague ed è stata una grandissima esperienza».

Poi, appunto, il secondo anno: «Poi l’anno dopo abbiamo faticato, la città ci ha messo nel mirino e questa è la parte che mi è piaciuta di meno: ma come, l’anno prima abbiamo fatto un’impresa, conquistavo un titolo che ci mancava da quasi trent’anni (20, ndr) e sentire che, appena entrati in un momento negativo, la città era cambiata nei nostri confronti non fu una bella esperienza».

La seconda stagione è ricordata comunque con orgoglio: «Abbiamo cercato di non farci condizionare troppo da queste critiche e abbiamo continuato a lavorare duro: è vero, non abbiamo vinto il titolo, ma abbiamo comunque raggiunto le semifinali e se fossimo stati un’altra squadra, quella sarebbe stata considerata una grande stagione».

E si torna sul capitolo pressione: «La realtà è che a Milano se non vinci il titolo è quasi un fallimento: quello è stato il momento in cui la mia relazione con Milano è diventata di amore e odio».

Della città resta il ricordo dolce, figlio anche del rapporto con Giorgio Armani: «Questo ovviamente per quanto riguarda il campo da gioco: fuori invece ho trascorso un tempo bellissimo, Milano è certamente una delle città in cui mi sono trovato meglio a vivere».

Seguiranno mesi di anonimato, sino alla chiamata nel marzo del 2016 della Germani Brescia in A2. Da quel giorno, all’ombra del Cidneo, il leone di Chicago ha trovato casa. Lasciando per strada le sue treccine. Ma restando icona.

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