La Stampa: Filomena è stata la miccia di questa Olimpia Milano

Matteo De Santis analizza su La Stampa il momento di Olimpia Milano. «Una tempeste di neve il segreto dell’Olimpia tornata big in Europa»

Matteo De Santis analizza su La Stampa il momento di Olimpia Milano. «Una tempeste di neve il segreto dell’Olimpia tornata big in Europa». Ecco alcuni passaggi.

Metamorfosi servita con l’arrivo dell’anno nuovo: da gruppo condannato a vincere da budget, critica e tradizione a squadra che si è realmente cementata nelle difficoltà (le lunghe indisponibilità di Shields, Micov, Roll, per esempio) e preso coscienza dei propri enormi mezzi. 

La miccia, inaspettatamente, si è accesa con un fuoriprogramma: la tempesta di neve che, a inizio mese, aveva bloccato Datome e compagni in albergo a Madrid. 

“In quei cinque giorni tra Madrid e Valencia – ammette Messina – i ragazzi si sono conosciuti meglio, umanamente e tecnicamente. Sono stati chiusi a parlarsi, a chiacchierare e scherzare: si sono annusati, anche tra giocatori e membri dello staff, e hanno capito che potevano fidarsi tra di loro”. 

Merito anche di una tempesta (di neve) perfetta chiamata Filomena

13 thoughts on “La Stampa: Filomena è stata la miccia di questa Olimpia Milano

  1. Chi ha avuto pazienza di leggermi nel passato sa che questa è una mia fissa.
    La costruzione di uno spirito di squadra è la cosa più difficile e più importante.
    Uno dei grandi problemi generati dalla pandemia è la difficoltà enorme di farlo attraverso schermi e email.
    Per fortuna nello sport di vedono ancora e l’occasione di Valencia è stata sicuramente un passo avanti decisivo

  2. E per fare un collegamento con MJ, immagino sia stato valutato come molto difficile iniziare quel processo con lui in squadra e l’etichetta leader dietro la maglietta.
    Per assurdo sarebbe forse possibile provarci ora che lo spirito di team esiste (come è stato l’anno scorso fattibile al CSKA) ma quando le cose cambiano e c’è da costruire i personaggi egocentrici non possono essere il punto di partenza ma solo un inserimento successivo.
    Questa è la mia “diagnosi” finale della storia, giusto per amore di discussione.

    1. Mi trovo abbastanza d’accordo sulla diagnosi.

      E tuttavia bisogna riconoscere, secondo me, che la questione di James a Milano, e poi via da Milano è ancora una ferita aperta. Per tantissimi.

      Certo, il processo del lutto è cominciato da tanto, ed è piuttosto avanzato, ma senza chiarezza sulle ragioni che hanno determinato quella scelta dolorosa – non giudico affatto se sia stata giusta o sbagliata, non mi pronuncio, ma dico e ribadisco che è stata dolorosa – senza una chiarezza anche minimale su quella scelta, è difficile, molto difficile che il lutto si possa compiere in pieno, e noi liberarci dalle sue tenaglie.

      Quegli impulsi che fanno del solo nominarlo, per noi – anche se ormai è altrove e soprattutto siamo altrove noi, molto altrove – quegli impulsi che mostrano un nervo ancora scoperto.

      Sapere sarebbe necessario perché il processo si possa compiere davvero, e speriamo che la nuova dirigenza abbia la sensibilità di parlare con noi tifosi anche di questo argomento – tramite la stampa, ovviamente, o qualsiasi altro mezzo di contatto che ritengano opportuno.
      Allora ci potremo sanare, almeno in massima parte, secondo me.

  3. Se mi permetti Tom, visto che il blog si è assestato con un clima sereno e pacifico, evitiamo di fare sempre riferimento alla coppia James/Olimpia Milano, altrimenti rischiamo solo di scatenare di nuovo futili discussioni su un rapporto arcichiuso con buona pace dei contendenti. Non lo prendere come un ordine ma è solo consiglio per quiete vivere, poi naturalmemte sei liberissimo di agire come meglio credi.

  4. Un mio amico mollato dalla moglie è andato da uno psicologo e ci ha impiegato 5 anni ad elaborare il lutto.
    Speriamo che con james 2 anni siano sufficienti.

  5. Per amore di questo sport, Tom non avanzare teorizzazioni azzardate

  6. Non ho detto che lo farei, cercavo di spiegare a chi lo rimpiangeva perché secondo me era stato giusto fare quella scelta in Olimpia e la successiva in CSKA

  7. Le giornate chiusi in hotel mi ricordano le serate dopogara al Torchietto (se non ricordo male), trattoria dove D’Antoni e compagni si rifugiavano, specie dopo le sconfitte.
    Analogia che spero porti bene.

    1. Ricordi bene, naviglio grande sponda sinistra seconda traversa dopo via Argelati. Che emozioni. Organizzava sempre la moglie di D’Antoni

      1. Eri li pure tu? sembrerebbe cosi leggendoti…..quanto a James è un argomento che inizia ad annoiare…..e non da adesso……abbiamo un intero rosters da coccolare per pensare a una vecchia storia, che si è giustamente chiusa come doveva

  8. Solo un paio di volte e no non ero loro ospite, d’accordo per MJ, si è risolta nel migliore dei modi

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