Quando arrivò a Charlotte per militare negli Hornets, la penultima squadra NBA per cui abbia giocato, Shelvin Mack vide Kemba Walker e Jeremy Lamb nel suo stesso spogliatoio. Fu un attimo. Erano le due stelle della squadra di Connecticut che nel 2011 sbriciolò il sogno di Butler University, quello di vincere il titolo NCAA nella sua seconda finale consecutiva. Che per una “mid-major” è come realizzare un miracolo due volte di fila. “Sono molto orgoglioso di essere andato a Butler, per tutte le cose che siamo stati in grado di fare, i risultati raggiunti. Abbiamo un po’ creato una strada per tante altre scuole simili che non avevano la nostra stessa determinazione, la stessa passione di dimostrare il loro valore, che non è importante quale sia il tuo college, ma lo è ottenere il massimo da ogni opportunità. A Butler eravamo un gruppo orgoglioso e abbiamo fatto cose che apprezzo ancora oggi”, dice il nuovo playmaker dell’Olimpia.

Nel 2010, quando era un secondo anno, Butler – che ha sede a Indianapolis – raggiunse la Finale NCAA, ma aveva in Gordon Hayward (oggi ai Boston Celtics) una delle grandi stelle dell’intero panorama collegiale americano. Mack era un po’ il suo Robin, comunque con sei gare su sei del tabellone finale in doppia cifra. Butler sfidò Duke in una gara memorabile. Proprio Hayward ebbe l’ultimo pallone a disposizione, quella della possibile vittoria, per un tiro disperato da metà campo, ma eseguito calibrando bene tutto. “Non penso tanto a quel tiro – dice Mack -. All’interno della squadra non ne abbiamo mai discusso tanto. Sappiamo che se fosse stato due centimetri più a destra avremmo vinto”. Ma l’anno seguente, con Hayward già nella NBA, a Utah, fu Mack a riportare i Bulldogs allo stesso punto. L’epilogo fu simile. Butler si bloccò offensivamente nel secondo tempo, andò sotto e perse contro UConn. “E’ stata una delle peggiori gare di sempre a quel punto del Torneo NCAA. Lo scorso anno a Charlotte c’era Ronald Nored, mio compagno di quella squadra, come assistant-coach e giocavo con Kemba Walker e Jeremy Lamb che erano a Connecticut. Ho spiegato loro che erano stati fortunati, ma potevamo giocare un 2 contro 2 in ogni momento e batterli”, scherza. In realtà in quella gara Mack ebbe 13 punti e nove rimbalzi. Sarebbe stato MVP della competizione, se solo l’avesse vinta. Mack segnò 30 punti contro Pittsburgh nel secondo round, 27 contro Florida strappando il biglietto per le Final Four e 24 contro VCU in semifinale. Butler ai tempi era allenata da Brad Stevens, oggi apprezzato coach dei Boston Celtics. “Brad Stevens è uno dei migliori allenatori del mondo – dice Mack – e una persona a cui guardo quando cerco un consiglio, ogni tipo di consiglio. Mi ha fatto capire come comportarmi e come analizzare il mio gioco, ma soprattutto come essere una persona migliore fuori del campo, con lui si poteva parlare della vita, della scuola, di tutto”.

Mack viene da Lexington, nel Kentucky, una delle capitali del basket universitario. “Mi sono innamorato del basket a Lexington, Kentucky, ovvero la Big Blue Nation dove tutto è UK, University of Kentucky. Rick Pitino era l’allenatore a quei tempi. Vinsero due titoli, nel 1996 e nel 1998, e quello fu il periodo in cui realmente ho cominciato ad apprezzare il gioco”, ricorda. Se sei di Lexington e giochi a basket c’è solo una cosa che vuoi: vestire la maglia blu notte dei Wildcats. Ma il livello è altissimo, la selezione spietata. Mack non venne reclutato. E’ una ferita ancora aperta. “All’inizio non essere reclutato da Kentucky mi ha un po’ indispettito, ma Butler per me è stata la soluzione migliore e ho avuto la possibilità di giocare fin dal primo momento. E poi le cose sono andate anche oltre le aspettative per me e per la mia carriera. Venendo dal Kentucky, ovviamente è stata una delusione, ma andare a Butler è stata lo stesso la decisione migliore”.

Le due finali NCAA, con l’esposizione che gli hanno garantito, l’hanno portato nella NBA per otto stagioni. Nel 2011 fu scelto da Washington con il numero 34. Ha giocato poi anche ad Atlanta, Utah dove tornò a giocare con Hayward, Charlotte, Memphis. Un anno in doppia cifra media, ai Jazz, in quintetto.  “L’esperienza NBA è stata grande, ho avuto l’opportunità di capire il mio ruolo, fare cose diverse per ogni diversa squadra, essere un giocatore di squadra, senza cercare di fare troppo da solo. Ma non avrei avuto opportunità migliori di quelle già avute per anni, avevo capito quale sarebbe stato il mio ruolo, mentre ora da un punto di vista personale e cestistico sentivo di avere bisogno di una nuova sfida, di espandere il mio gioco e mostrare i progressi fatti lavorando duro in estate”, spiega. Oltretutto ha solo 29 anni e grandi opportunità da esplorare. “Voglio controllare le cose che posso controllare e vincere il più possibile. L’aspetto importante è che siamo qui per vincere. Non è una questione di obiettivi individuali ma di squadra. Qualunque sia il mio ruolo se vinceremo, il resto verrà da solo”.

Fonte: olimpiamilano.com


Annunci

Rispondi