«Quando portai Mike James ad Omegna». Il racconto di Fabrizio Lorenzi

Secondaria del Forum, una mattinata di fine agosto 2018. Un uomo avanti negli anni, che dell’Olimpia Milano è memoria passata e osservazione del presente, lancia la sua profezia: «Mike James può diventare una star planetaria a Milano. Gioca ogni giorno come se la sua vita dipendesse da questo».

Estate 2013. Il cellulare di Fabrizio Lorenzi, team manager di Omegna, brilla un istante: «Era Giampaolo Di Lorenzo, il coach. Mi scrisse solo: guarda un attimo questi, e sappiami dire qualcosa. C’era solo quattro nomi».

Fabrizio, che della zona dei laghi è figlio, somma a quel tempo il basket all’attività di ristorazione della sua famiglia. La pallacanestro è quel che lo rapisce, è qualcosa cui dare tutto sè stesso: «Ogni estate era un continuo studio delle schede che inviavano le agenzie dei giocatori. Guardavo dati, statistiche, potenzialità, ruolo. Ma cercavo anche di comprendere quelle che potessero essere le provenienze famigliari. Se sei figlio di sportivi, ad esempio, hai già una marcia in più sulla carta».

In quell’estate 2013, però, succede qualcosa di nuovo, di diverso. Tra quei quattro nomi che gli invia coach Di Lorenzo, oggi ai Tigers Cesena in Serie B, uno è di una banalità disarmante: Mike James. Ma di banale, in quel giocatore, c’è davvero poco: «Ho potuto subito studiarlo un po’ al Seattle Pro AM, organizzato da Jamal Crawford. Rimasi colpito». Il 4 luglio, il contromessaggio al coach è chiaro: «Mike James mi piace». La risposta altrettanto: «Chi è?». Logico, chi è questo Mike James? Fabrizio produce subito un rapido scount: ultimo anno tra Israele e KK Zagabria, guardia di 185 centimetri, 15 tiri a partita, subisce una marea di falli: 50% da 2, 32% da 3, 75% ai liberi: «Anche se le cifre non sono tutto. Anzi, niente».

Le cose, da quel momento, procederanno rapidamente. La Fulgor è una realtà di A Silver: come ha potuto un giocatore oggi di EuroLeague, con un passaggio in Nba, arrivare sin lì? «Il fisico, in primo luogo. Non certo un prodotto di un college di primo piano, scartato al draft, non considerato dopo. A quel punto, tutti i giovani ragazzi americani devono inseguire un contratto, devono trovare il modo di vivere con il basket. E lui aveva anche una figlia cui pensare».

Mike sbarca così in Europa: «Eccolo con noi a Omegna, la presenza di Di Lorenzo fu un bene, sia nella trattativa che nella crescita di Mike. Fu impressionante, da subito, per la sua verticalità nonostante l’altezza. Avremmo potuto, con un po’ di fortuna e qualche scelta di mercato diversa, anche conquistarci la promozione».

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Nessuno, quindi, può raccontare meglio di Fabrizio Lorenzi, oggi firma di Repubblica, questo Mike James: «Focalizzato, competitivo, impossibile da non amare. A suo modo, anche altruista. Faccio un esempio: ad un certo punto della stagione ci chiedemmo se non servisse un play. Non per una sua mancanza, ma perchè pur essendo innamorato del pallone cercava di cavalcare anche i compagni, di metterli in fiducia. Volevamo allora metterlo nelle condizioni di aggredire il canestro, lasciando ad altri la gestione del pallone».

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Non che il ruolo da play non sia adatto a lui: «E’ certamente un giocatore d’istinto, che con il tempo sta imparando a leggere le situazioni, a capire quando non si debba dare tutto, arrivando sino in fondo. Ha il potenziale per essere una star, anche a Milano, ma dovrà gestirsi nei momenti caldi, quando la pressione sarà grande».

Primi giorni di settembre, anno 2018. Questa è la storia di Mike James. E ripensando a Castelletto Sopra Ticino, quella profezia potrebbe essere rivelazione.

Alessandro Luigi Maggi

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