Rivedere e capire i primi risultati. Per ora si è “dovuto” ma non si è “potuto”

Schiena dritta, testa alta, il tempo dei giudizi è ancora là da venire. Ma l’Olimpia cade pesantemente a Tel Aviv, ben oltre il -11 finale, e in una normale analisi che da queste frequenze viviamo “day by day”, la vita di una stagione si svolge per puntate, non certo per episodi a sé stanti. E allora, rivedere il recente passato alla luce di una sconfitta, non deve essere per forza concepito come disfattismo, ma come semplice tentativo di realismo, fermo restando la volatilità naturale della verità collettiva.

«Non credo onestamente che il Maccabi sia così più forte di noi, ma stasera lo è stato perché aveva più energia di noi». La lettura di Simone Pianigiani nel dopogara, così sintetizzata, è perfetta nella sua parzialità (intesa come parte di un intero, non come visione di parte), perché è presa di responsabilità. Il Maccabi è stato superiore, alcuni stati di forma approssimativi non si ergono ad alibi, i meriti altrui vengono bilanciati dalle colpe proprie. Questo hanno detto i 40’ di Tel Aviv, con il 49-30 a rimbalzo (19-24 sotto il canestro milanese), o le 12 palle perse (10 a fine terzo quarto, quando la gara è stata messa nel ghiaccio), o i 12 punti e 15 rimbalzi di Alex Tyus, che rimane un signor giocatore scartato nelle ultime due stagioni da Anadolu Efes e Galatasaray.

Eppure, come detto, è tutto parziale. Perché l’Olimpia che “non piace” non è solo quella di Tel Aviv. Allora partiamo da “quel che piace”. Un playmaker di valore e leadership come Jordan Theodore. Un bomber di livello europeo come Andrew Goudelock. Un tiratore di provata affidabilità, palla in mano e in uscita dai blocchi, come Dairis Bertans. La capacità di innalzamento prestazionale di Vladimir Micov a seconda della competizione. La continuità statistica di Arturas Gudaitis e la crescita di Kaleb Tarczewski. Le gerarchie chiare del gruppo e la progettualità chiara e precisa di Simone Pianigiani. Ne emerge una squadra serena, al netto dei rapporti che inevitabilmente si formeranno con il passare dei tempi.

Veniamo quindi a quello che “non piace”, ben sapendo che ai primi di novembre ci troviamo al cospetto di ampolle da laboratorio. Ci siamo già dilungati in passato su difesa e mancanza di collettivo offensivo, restiamo sui “meri” risultati. Dopo la Supercoppa, in LBA l’Olimpia ha battuto Cremona, Varese, Capo d’Orlando e Brindisi. Record complessivo, 5 vittorie e 15 sconfitte. Unico ko, peraltro pesante nelle dimensioni, contro una Sassari che viaggia su un 3-2. In EuroLeague, dopo le buone figure in gare comunque mai in discussione (a parte quella interna con il Fenerbahce), ecco il successo sul Barcellona, nel pieno di una serie negativa di 5 sconfitte in fila (tra cui quelle interne con Stella Rossa e Murcia).

Non si tratta di minimizzare un cammino, ma di ricercare un filo comune, con l’obiettivo di pesare pregi e difetti di un progetto. A questa Olimpia, innegabilmente destinata a crescere per la sensazione di coesione trasmessa dal gruppo, servono test (e vittorie) contro pari grado in condizione di salute. Sino ad oggi, si è semplicemente vinto quel che si “doveva” vincere. Ma si è raccolto il nulla dove si “poteva” vincere. E solo il “potere” garantisce coppe in bacheca. Il “dovere” ti porta al minimo sindacale.

Domenica c’è la Virtus Bologna. Quello che serve.

Alessandro Luigi Maggi

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palmasco
palmasco
2 anni fa

Le rotazioni. Anche Bertans ha cominciato l’avventura Olimpia con pochi minuti – perfino troppo pochi. Quando poi però i minuti li ha avuti per necessità, si è fatto trovare pronto. Prontissimo. Purtroppo non così gli italiani. Risultato: la squadra che ha cominciato i campionati è stata brillante, ma giocando in 6 si è esaurita presto – sono sfiniti, anche mentalmente, per giocare al livello necessario. Parte colpa della mentalità di Pianigiani, forse, ma di certo gli italiani non hanno aiutato. Gran parte del problema è lì, secondo me. Il 4. Con Jefferson purtroppo completamente naufragato, Pascolo non ancora recuoerato, e… Leggi il resto »

U. Fo
U. Fo
2 anni fa

Concordo: gli italiani sono la chiave di questa stagione. Se in campionato (dove ragionevolmente hanno spazio) non rendono e non danno minuti di fiato ai 5-6 titolari, allora non si va da nessuna parte. L’Eurolega e’ troppo impegnativa per affrontarla con sette-otto uomini che poi devono anche giocare ( e vincere) in Italia.

U. Fo
U. Fo
2 anni fa

Noi parliamo di turnover (mutuando, mio malgrado, un tremine calcistico) ma se Fontecchio e Abass non giocano mai…..

alek80
alek80
2 anni fa
Reply to  U. Fo

Fontecchio purtroppo non vale questi scenari. Abass deve cercare di sfruttare le occasioni. Se non lo fa, è un problema sua

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