L’Olimpia Milano, tra sano realismo ed un entusiasmo da maneggiare con cura

Estate, tempo di sogni e di retine che frusciano all’impazzata, di difese impenetrabili e di progetti che spesso poi vengono rinnegati in qualche triste notte d’autunno. I trofei già in bacheca e la competitività ai livelli più alti, in questo periodo, non si negano a nessuno. In fondo, per quei sogni, bastano tre minuti di highlights sul web e la fantasia vola.

Milano, prima di sognare, deve fare i conti con la realtà, che parla chiaramente dell’ennesimo progetto rinnegato in tempi e modi almeno sospetti. Si riparte, se non da zero, da un’altra rifondazione, e lo si fa agli ordini di Simone Pianigiani, con tutto ciò che la scelta del coach senese si è portata dietro.

Solo 365 giorni fa, quell’entusiasmo di cui ha parlato qualche settimana fa il presidente PROLi, se non era alle stelle, poco ci mancava. In fondo si giunse al mercato forti di un dominio totale in Coppa Italia, il punto tecnico più alto della gestione Repesa, e di uno scudetto in cui sia l’1-2 con Venezia che il 2-2 con Reggio furono gestiti con reazioni pressoché perfette. Era una squadra da migliorare completandola, per affacciarsi con rinnovate ambizioni ad un Eurolega di cui non si sapeva nulla. Le esigenze primarie erano play e pivot, guarda un po’ le stesse di questi mesi e di tanti anni precedenti, sia nelle sessioni estive che in quelle invernali di mercato. Perché proprio l’inizio del 2016 aveva portato in dote, oltre al rientro, che poi a Milano fu esordio,  di Rakim Sanders, quei Mantas Kalnietis ed Esteban Batista che si rivelarono più che fondamentali per il tricolore di giugno.

Ed arrivarono Ricky Hickman e Miro Raduljica. Con la conferma dello stesso Kalnietis, Milano si ritrovava in roster il vero MVP delle Olimpiadi (lo stesso Mantas), un centro che aveva scherzato (cosa che poi fece per mesi a Milano ma in altro senso…) con DeAndre Jordan e tutti i pari ruolo a Rio, ed un play/guardia (ora sappiamo meglio che è solo ed unicamente guardia, visto il ball handling scarsissimo) i cui limiti parevano poter essere solo legati ad un completo recupero fisico. Problema che non ci fu, in termini di infortuni, ma che si palesò in tutta la sua pienezza nell’incapacità di RH rifornire due prove convincenti nell’arco di pochi giorni.

Aggiungiamoci l’arrivo di Zoran Dragic, la cui Supercoppa di settembre confermò valori, soprattutto difensivi, di altissimo livello, e quelli dei due giovani (meglio definirli di “mezza età cestistica”) più importanti in Italia, Abass e Fontecchio, peraltro reduci da esperienze tanto negative quanto formative. Che altro? La ciliegina, ovvero quel Dada Pascolo che aveva dimostrato di poter giocare a buon livello anche in Eurocup, fugando i dubbi sulla sua incapacità di competere al piano di sopra.

E come si faceva a non essere ottimisti, anche qualcosa in più? Senza scordare che le premesse di un’estate di riposo e lavoro faceva pensare a grandi cose per Alessandro Gentile, seppur reduce dalle pessime parole, con tempistiche “alla Milito” dopo gara 6.

Società che gonfiava il petto, coach soddisfatto («forse un lungo in più ed un esterno in meno, ma sono dettagli»), tifosi che cercavano i voli per Istanbul, a scudetto praticamente stra-garantito.

La Supercoppa, cui si è fatto accenno, non fece altro che confermare il tutto: Milano c’era e non aspettava altro che confermare tutto il suo potenziale.

Non potevamo sapere che dalla gestione del “caso Capitano” in poi la società non ci avrebbe capito più nulla, non potevamo nemmeno immaginare che l’Eurolega potesse mettere a nudo lacune tecniche e gestionali, anche fisiche, così ferocemente, non potevamo pensare che MK andasse incontro alla peggior stagione in carriera, non potevamo nemmeno sapere che in squadra ci fossero giocatori cui il termine professionismo non sarebbe nemmeno passato per un orecchio ed uscito dall’altro (Raduljica e Sanders). Non potevamo immaginare il tristissimo epilogo di Gentile a Milano ( ben oltre), così come non potevamo nemmeno immaginare che a metà novembre, dopo Torino, le parole di Jasmin Repesa sancissero il suo non esser più l’allenatore di Milano, pur conservandone la carica ufficiale (tra l’altro cosa che, a meno di ufficialità che ci sono sconosciute, conserverebbe ancor oggi). Ma soprattutto non avevamo capito che quella squadra non aveva nemmeno lontanamente lo straccio di una parvenza di leader.

Ed abbiamo sbagliato, quindi, più o meno tutti, sicuramente per primo chi sta scrivendo. L’errore che non vogliamo ripetere è il farsi trascinare da una sopravvalutazione di situazioni che, come ci disse assai correttamente un grande giornalista oggi dirigente, possiamo conoscere solo da fuori, per quanto proviamo ad informarci al meglio.

Asse Play/Pivot, allora: eccoli, Jordan Theodore e Patric Young. L’MVP della terza manifestazione continentale ed un centro che sarà ago della bilancia mica da ridere. JT è certamente buon giocatore, con picchi di rendimento altissimi, perfetto per la pallacanestro del suo coach di oggi. Lacunoso a sprazzi (spesso troppo estesi) in difesa, ha caratteristiche di leadership che a Milano mancano da anni ed è in grado di innescare un processo tecnico assai semplice  redditizio, al giorno d’oggi, quale quello che gli verrà richiesto. PY è la chiave, forse di tutto. Senza equivoci di sorta, se è quello vero, integro, è il miglior centro in Europa, come lo fu e lo potemmo ammirare al Forum nell’ottobre 2015. Perché prima che nei 90 secondi finali entrassero in gioco gli dei dell’OLY, ciò che vedemmo fu gioia per gli occhi: atletismo, una discreta tecnica, se comparata a quel che fanno i centri oggi, letture spettacolari in difesa (ai tempi dei Gators fu quotato come il miglior difensore sul p&r della nazione) e presenza globale impressionante. Ma c’è quel “se è integro” che non lascia spazio a facili entusiasmi: il giocatore che abbiamo visto trascinare una gamba per tutta la stagione (alcuni siti greci ne hanno ricavato impietose sequenze video) è arrivato a Milano e si è sottoposto a due, seppur programmati, interventi di pulizia a ginocchio e caviglia. Se e quando sarà pronto, non lo possiamo sapere né prevedere. Ma è chiaro che il salto di qualità della squadra avverrà solo ed unicamente in presenza del giocatore in condizioni almeno buone.

Andrew Goudelock non si può definire scommessa, ma è certo che i trascorsi recenti, leggermente burrascosi, tra Istanbul e Tel Aviv dicono di un grandissimo talento che ha faticato ad inserirsi in sitemi diversi, con difficoltà e prospettive ancor più differenti. Limpidissima la sua tecnica, è assolutamente qualcosa di superiore per l’Europa: ma anche qui c’è un “se”. L’uomo è di fronte alla sfida che ne determinerà gli anni decisivi in carriera, sia come competitività che come salari. E’ giocatore che va gestito ed anche grandi sodalizi continentali hanno faticato in questo: Milano e l’Olimpia saranno in grado di farlo?

Poi Bertans, ottimo elemento, non certo solo tiratore, peraltro mortifero: nello scacchiere del coach recente trionfatore in Terra Santa sarà importante, molto. Così come potrebbe diventare di rilievo la presenza di Amath M’Baye, di cui si parla poco e si nutrono molti dubbi. Meo Sacchetti, che ci profetizzò l’approdo milanese del giocatore in occasione della sfida di campionato pre-natalizia al Forum, fu chiaro «Il talento c’è ed è tanto, ma inizialmente ha fatto meglio perché nessuno lo conosceva e gli dava credito. Oggi, noto a tutti perché se fai 20 a serata ti scoutizzano di più, il salto di qualità lo farà se saprà gestire questa situazione e tirare fuori dalle partite qualcosa di nuovo, lavorando nelle pieghe di ciò che ti è concesso, cioè meno di quanto è stato». Qui, a nostro parere, farà molto il ruolo che gli affiderà il coach.

Micov è uomo di esperienza e conosce il gioco: avrà probabilmente un ruolo molto simile a quello che ricoprì Stonerook nelle squadre di Pianigiani.

Cory Jefferson non è solo una polizza ma un giocatore le cui caratteristiche potrebbero dire molto, sicuramente in Italia, mentre da verificare, ma con ottimismo, in Europa. Molto, come per tutti, sarà legato alla sua attitudine.

Marco Cusin è buon giocatore, per il campionato italiano. Ciò che potrà dare in ottica di Eurolega resta ad oggi tutto da vedere per ragioni di tecnica, di fisico e di età in relazione all’impegno pressante. Certo che un minutaggio limitato (sempre legato a quel “se” su Young) aiuterà, sebbene ciò che ammazza in EL non sono i minuti giocati, quanto i viaggi massacranti e continui, perché si sta più in aereo che in palestra per sei mesi.

Kaleb Tarczewski è come se fosse un nuovo acquisto. La presenza nei due mesi disgraziati di fine stagione può solo avergli indurito la giovane pelle, senza tralasciare il fatto che in allenamento ha lavorato sempre  e bene. E’ pronto per la massima competizione continentale? No. Potrà esserlo? Sì, dipende da lui e dallo staff. Ispirazione? la colga da Othello Hunter, un uomo che non sapeva giocare e che oggi, dopo anni di serio e costante lavoro, viaggia tra Real e CSKA a raccogliere i meritati frutti di tutto ciò. E praticamente nuovo acquisto può definirsi anche Zoran Dragic, i cui cinque mesi dello scorso anno dicono poco, in un contesto tecnico di una pallacanestro lontana anni luce dalla “sua”. Ma un dollaro ce lo metteremmo…

Il citato arrivo di Cusin guida una truppa italiana che, ad oggi, pare ai margini dell’Europa e protagonista potenziale solo in Italia. Cinciarini è il terzo play ed i dubbi sul suo adattamento al gioco di Pianigiani esistono. Abass e Fontecchio devono diventare giocatori per questo livello, che non sono oggi. Altrimenti le loro prospettive cambieranno. Dada Pascolo sarà di fronte ad una sfida notevole, anche in termini di concorrenza interna. Dovrà confermare tutto ciò che sa fare bene, nonostante oggi non sia più sconosciuto e quindi comunque più prevedibile, nonché cambiare totalmente rotta in difesa, dove i vuoti, seppur limati, restano troppi e troppo pesanti. L’auspicio, differentemente da quanto accaduto nella stagione scorsa, è che questi uomini posano trovare continuità in campionato, dove il livello, sebbene leggermente cresciuto, resta basso ed adattissimo alla creazione di un sistema che funzioni. Difficile vedere due squadre diverse, tra LBA ed EL, tuttavia strada da esplorare.

Detto di tutto le cautele del caso, vi è certamente una novità estremamente positiva nel mercato del 2017. Il roster è ad immagine e somiglianza del suo coach ed i dettami di quest’ultimo paiono calzare a pennello. Mentre la sua squadra e la sua città ci hanno recentemente informato (parole del neo presidente Bagatta)  che in tre anni si punta allo scudetto, pur non chiarendo se le aringhe saranno parte della dieta dei giocatori o meno, il neo coach di Milano avrà a disposizione materiale che se non sarà di livello assoluto europeo, sarà però certamente adattissimo al suo sistema. E qui entrerà in gioco, pesantemente, il ruolo della società. Recentemente non si è mai fatto quadrato intorno al coach, né Banchi, né Repesa, mai costruendo quel muro di protezione assolutamente necessario a far lavorare  la guida tecnica: lo si dovrà fare, in modo clamorosamente deciso, con Simone Pianigiani. Perché la memoria della gente è lunga e non fa sconti.

Quindi Milano deve avere aspettative ed entusiasmo maggiori rispetto all’estate 2016? Ci andremmo cauti, poiché quell’ultimo posto è lontanissimo dai PO di Eurolega ed il finale di stagione è ancora nella memoria di tutti. E’ chiaro come l’ottimismo sia parte integrante di un mercato stesso e lo è ancor di più in uscita da una stagione disgraziata. Come si fa a non migliorare? E’ lecito e condivisibile. Ma senza dimenticare il passato, che insegna,  come nel caso del  2016, in modo assai crudele.

Il ruolo chiave? Quello della società, che dovrà garantire le possibilità di un salto di qualità tecnico e mentale deciso. Con realismo, che è l’unica via che può giustificare l’entusiasmo.

 

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6 pensieri su “L’Olimpia Milano, tra sano realismo ed un entusiasmo da maneggiare con cura

    1. Per avere qualcosa subito come cambio di Raduljica, e lavorare in prospettiva sulla stagione successiva. Caldeggiato da Repesa, non è poi dispiaciuto neanche alla dirigenza

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  1. A me pare che una grande squadra ė quella capace anche di trovare e far crescere giovani giocatori dalle grandi potenzialità, come Kaleb. Un giocatore che non ha finezza nelle mani, ma ha una capacità di movimento in area vertiginosa, che sfrutta creando lo spazio per arrivare alla schiacciata che ama tanto. Vederli crescere in casa nostra ė una soddisfazione aggiunta, insieme ai risultati che possono portare. Finalmente Tarc ė una scommessa affascinante da seguire. Spero l’abbiano preso per farne un campione.

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  2. Disamina puntigliosa e precisa, come spesso. Concordo sul fatto che il salto di qualita’ lo deve fare anche la dirigenza, appoggiando fortemente il coach. Io non avrei scommesso su un giocatore “rotto” in un ruolo cosi’ importante come il pivot. Spero, infine, che almeno in campionato gli italiani abbiano quello dpazio che permetta loro di crescere e dare un contributo importante anche in europa. La stagione e’ lunga e il roster va gestito bene. Sul polacco niente da dire: ha dimostrato voglia e professionalita’. Giusto investire su di lui. Buon basket a tutti.

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