Milano e la necessità di ripartire, subito, da un progetto tecnico pluriennale e condiviso da tutte le componenti societarie

In fondo lo sapevamo più o meno tutti. A parte qualche apprezzabile atto di fede da parte della tifoseria, dettato più dal cuore che dalla testa, questa serie è durata 12 minuti. Quell’illusorio 27-15 di gara 1, frutto di tanti errori trentini più che di reale merito milanese. Di lì in poi, monologo Aquila, interrotto soltanto in gara 3, che in realtà è stata solo una sorta di “rimbalzo tecnico” delle quotazioni Olimpia.

Prima di entrare nel merito della situazione biancorossa è corretto rendere merito assoluto alla squadra di Maurizio Buscaglia. Avemmo modo di sentirlo proprio prima dell’inizio della serie e l’impressione fu quella di un uomo che sapeva benissimo cosa fare e come farlo, per far sì che il valore della sua squadra fosse superiore alla somma di quello dei suoi  cinque giocatori. Missione compiuta, capolavoro tecnico e gestionale in piena linea con quanto preparato. Certo, forse nemmeno l’ottimo coach barese si sarebbe mai atteso un aiuto così corposo da parte degli avversari. Cosa che non credevano nemmeno i bookmakers, gente poco avvezza a regalare denaro per errori di valutazione di quanto in campo.

Parlare della partita di ieri non ha nessun senso. Un lungo funerale annunciato fin dai primi minuti e la cui celebrazione ha raggiunto l’apice ad inizio terzo quarto. Doveva essere ultima spiaggia, è stata semplicemente una resa incondizionata. La Milano di ieri, quella da un mese a questa parte, non era in grado di fare di più. L’Olimpia di settembre, quella imbattibile secondo il giudizio di tutti (compreso chi scrive), si basava su Alessandro Gentile, Zoran Dragic, Kruno Simon e Miroslav Raduljica. Per le ragioni più disgraziate, nei Play-off non vi è stata traccia di alcuno di questi elementi. Se proprio vogliamo guardare ad una statistica dimostrativa, pensiamo ai rimbalzi offensivi trentini. Per tutta la serie si è discusso dell’impatto di questa voce sui risultati: ieri sera solo 4 carambole offensive. Risultato? 82-102. Trento ha dominato in tutto e per tutto e la coperta di Milano è sempre stata corta, in ogni settore del campo, a partire dalla testa. E la cosa che stride di più col gioco è che, dalle parti del Forum, si parla di tutto tranne che di quello, e vi sono  mille tematiche che superano sempre, per interesse e tragico impatto,  ciò che accade in campo. Fateci caso, a partire dalle conferenze stampa dei coach. Limitandoci a quest’ultima serie, ma vale per tutta la stagione, i coach avversari parlano di rimbalzi, di ritmo, di contropiede piuttosto che di attacco alla difesa schierata e così via: Jasmin Repesa parla e risponde a domande che riguardano solo polemiche, infortuni, rapporti nello spogliatoio e via dicendo. Questa rimane pallacanestro, il gioco più bello del mondo, e la colpa principale dell’ambiente milanese è la mancanza del dovuto rispetto nei confronti del gioco stesso. Le parole del Presidente Proli in un intervista a Fabio Cavagnera, per Basketissimo, sono almeno inquietanti : «Siamo arrivati ai Playoff non preparati dal punto di vista psicofisico, il motivo lo sappiamo ma preferiamo non metterlo sui giornali». Con tutto il rispetto e la stima del mondo, mai mancate, corre un brivido terribile lungo la schiena nel leggere tutto ciò, brivido che si arresta improvvisamente nel momento in cui tornano alla memoria, in ordine sparso,  il cestino di Desio e Torino, la “fatal Torino”, che in confronto la Verona degli anni ’70 fu nulla per il Milan.  Assai apprezzabile l’ammissione di responsabilità, da parte dello stesso Livio Proli, quando parla di decisione sua per non aver voluto toccare il roster dei Playoff, così come in precedenza.

Le società ben organizzate, concrete e vincenti non puntano il dito ma trovano le soluzioni. Se l’Olimpia pensa di uscire da questa situazione con l’abituale esonero del coach e la rivoluzione di buon parte del roster, la realtà dirà semplicemente di un altro progetto, o presunto tale, gettato alle ortiche. Sia chiaro : i risultati di questa stagione, contraddittori se ne esistono, giustificano ogni tipo di scelta, dal tecnico all’ultimo giocatore o professionista coinvolto nella gestione della squadra. Se vogliamo stare qui a giudicare  la gestione Repesa per valutare se sia stata meglio delle precedenti in virtù dei successi ottenuti oppure peggiore, per via di due anni europei pessimi e di uno scudetto che andava vinto, in virtù di avversari presunti inferiori a quelli del recente passato, possiamo farlo. Magari, già che ci siamo, riproviamo a giudicare se Arrigo Sacchi fu fenomeno per le Coppe  vinte o incapace per via dei campionai persi, mettiamoci pure la monetina di Alemao, la nebbia di Belgrado e perdiamoci nei meandri del nulla. Le valutazioni le faccia la società, subito, nel nome di una programmazione chiara e basandosi su tutti gli elementi di cui dispone, che, nel nostro caso, sono invece limitati.

Ed è proprio la sconfitta con Trento a favorire un ragionamento ben più ampio. Cos’ha fatto negli ultimi anni il giovane sodalizio oggi finalista? Ha semplicemente dato continuità tecnica ad un progetto reale, che parte dal campo, sovrano assoluto, e viene rispettato bidirezionalmente dalle possibilità finanziarie che il proprio mercato ed il proprio bacino di utenza permettono. A proposito di esoneri , in quante società italiane si sarebbe confermata la fiducia a Buscaglia dopo il girone di andata? Trento ha saputo far quadrato, riconoscere i propri errori (Lighty e Jefferson) e ripartire da lì. Non sappiamo se fu il coach o il GM Trainotti a volere quegli uomini, ma sappiamo che fecero squadra nel capire l’errore e puntare alla soluzione, invece che ad uno stucchevole “scaricabarilismo”. Si è rispettato il lavoro reciproco, e la progressione dei risultati ne è chiarissima dimostrazione. Con umiltà e determinazione, l’Olimpia può raccogliere la lezione e, comprendendola, potrebbe non limitarsi al saccheggio del roster trentino, come accaduto in passato con altre rivali.

A costo di essere banali e ripetitivi, l’unica cosa da cui ripartire è proprio un serio e concreto progetto tecnico, che non deve per forza voler dire vincere subito, perché di gatte frettolose e gattini ciechi sono ormai piene le fosse degli insuccessi. Il che vuole dire, imprescindibilmente, pluriennalità, tecnica come gestionale. Un coach, chiunque egli sia, deve avere l’appoggio e la fiducia totali della società, soprattutto a Milano, dove le mura attorno alla secondaria del Forum devono essere insuperabili e non ci devono essere ponti levatoi che ne favoriscano accesso ad alcuno, come i tanti, troppi stucchevoli “rumors” di tutta la (le) stagione testimoniano. Ed il mercato non deve essere fiera di sogni che si spengono all’alba, ma semplice certezza di programma di lavoro per tutto lo staff tecnico che, non ultimo, deve viaggiare nella stessa direzione. Direzione che può essere soltanto quella della pallacanestro, condivisa e rispettata. Quella concertata tra il coach, il suo staff ed il GM, che porta a scelte funzionali, come non furono Ragland, Kleiza e Brooks per Luca Banchi e non crediamo proprio siano state Miroslav Raduljica e Ricky Hickman per Jasmin Repesa.

Se conosciamo Livio Proli, a brevissimo avremo novità. Molto prima di quanto si possa pensare.

 

 

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