L’incubo di Milano il giorno dopo gara 4 : è rescissione dai Playoff e da un progetto?

Definitelo “no contest” o, se preferite, “KO tecnico”: l’88-64 del PalaTrento è una sentenza che pare senza appello. Con pienissimo merito dell’Aquila e sconcertanti esiti in casa Olimpia. In realtà l’appello esiste e si chiama gara 5, ma è solo una collinetta di fronte alla montagna che Repesa ed i suoi dovrebbero poi scalare, tornando in Trentino domenica con la speranza di guadagnarsi poi  una gara 7 che ad oggi è molto difficilmente preventivabile.

Come nel primo episodio della serie, la partita di Milano dura 12 minuti. 21-21 siglato da Milan Macvan in lunetta, dopo una serie di chiamate da “Zelig” degli arbitri, che in realtà sono gli unici che stanno offrendo prove peggiori della squadra meneghina. Ne segue, ad allungare una lista che pare non finire mai in stagione, l’abituale parziale inammissibile che l’Olimpia subisce senza batter ciglio, trascinata nel vortice dell’energia trentina opponendo il nulla da ogni punto di vista. Abbas, Cinciarini e Sanders sparacchiano senza costrutto da tre punti, intervallandosi ad una persa sanguinosa di Ricky Hickman. Nel frattempo Trento gioca, molto più normalmente di quanto certi entusiasmi facciano trasparire, ma basta ed avanza per marciare sulle rovine biancorosse. Quando una possibile finestra di reazione si apre sul 44-37 ad inizio terzo quarto, è ancora Hickman a sancire la resa Olimpia: tripla del meno quattro sbagliata ed errore terrificante, con relativa persa in contropiede. Shavon Shields ed i suoi ringraziano e volano +10 senza voltarsi più.

Il tema è trito e ritrito, ormai noiosissimo: a 65 punti stravince Trento, sopra gli 80 sarebbe, come è stato in gara 3, Milano. Altri quattro quarti sotto i 20 punti segnati sono una condanna palese. Ed ancor più chiaro e lecito è chiedersi per l’ennesima volta come una squadra che ha vinto più dell’80% delle ultime 23 gare disputate dovrebbe perderne ora tre di fila. In una serie in cui, dei 160 minuti giocati, ne ha dominati tecnicamente 108, pareggiati 12 sapendo perfino rientrare facilmente da uno svantaggio in doppia cifra in gara 1 (27-15 dopo 12 minuti di gara 1) l’Aquila ha il pieno controllo delle operazioni ed è stra-favorita. Lo dice il campo ed ahimè lo dice anche tutto ciò che c’è attorno al campo stesso.

L’Olimpia Milano che  sta giocando questa serie è ad anni luce da quella che si pensava ad inizio stagione e che dominò, con una certa facilità, la Supercoppa di settembre, nonché si rese protagonista di un inizio di Eurolega promettente. Quel 4-3 dopo sette gare poteva essere perfino pieno di rimpianti che si chiamavano soprattutto Bamberga. Oggi sappiamo che fu invece mera illusione.

Dragic, Gentile, Raduljica e Simon. Tre quinti di “starting” e la prima opzione, devastante, dalla panchina. Questa doveva essere Milano: questa non è mai più stata Milano, infarcita di gestioni ambientali da brivido, a partire dai casi dell’ex capitano e del neo-rescisso vacanziero serbo. Con questi 4 giocatori al 50%, e dico 50%, non 75 o 100…, che squadra sarebbe oggi? Lo spaesato, a lungo,  ed assolutamente incolpevole sloveno sarebbe stato in grado di dare un tono diverso alla difesa biancorossa? La risposta è sì, ma sia chiaro che, infortuni di Dragic e Simon a parte, tutto il resto l’Olimpia se lo è cercato e l’ha irrimediabilmente trovato.

Non è questo il tempo dei processi, che sono un giusto e lecito tema di discussione per i tifosi, ma che dovrebbero essere trattati in modo differente nelle stanze dei bottoni, poiché ci sono una, forse due, magari pure tre gare da onorare e finché lo score non dice che è finita, non vi deve essere spazio per tutto ciò. E’ però chiaro che le facce di molti protagonisti, dalla panchina alla sede, passando per il campo, dicono molto.

E questa serie, tecnicamente, dice di uno sbilanciamento di energia e consapevolezza a favore di Trento che è semplicemente clamoroso. Craft e Flaccadori stanno dominando senza alcun dubbio ed il backcourt di Repesa non gli ha preso nemmeno la targa. Lo stesso Flaccadori, che pressa sul più venti a pochi istanti da fine gara e si getta a terra per recuperare il pallone, è una delle mille immagini di queste sfide: e le tinte sono sempre di un colore unico. Sotto canestro neanche a parlarne di stazza che Milano avrebbe dovuto imporre: se ne è accorto qualcuno? Impossibile, quando in tutta gara 4 non è arrivato un solo pallone giocabile in post. E come ben sappiamo tutti, in post ci si va se il lungo ci mette energia per prendere posizione, ma soprattutto se quando vi è possibilità di dargliela, la guardia non è intenta ad eseguire inutili esercizi di “ball handling”. Gli stessi esercizi che offrono il fianco alle mani veloci trentine e rallentano terribilmente l’entrata nei giochi, che era stata chiave del successo in gara 3. Kaleb Tarczewski (sia chiaro che non è la soluzione ai mali milanesi) che si sbraccia solitario al ferro in attesa di una palla che non arriverà mai, è scena ripetuta almeno quattro volte nei primi due quarti ed è risultato dell’incapacità delle guardie di uscire coi fondamentali dai raddoppi trentini.  Da parte degli altri giocatori, in spot 3 e 4, totale assenza di tagli e pessime percentuali, dall’arco come da più vicino,  frutto di una confusione totale nella selezione dei possessi.

Nemmeno da prendere in considerazione il fattore difesa. Se è vero che Trento pare realmente una squadra in missione, per tecnica ed efficacia che derivano da una preparazione fisica perfetta, Milano offre sprazzi desolanti, come il pick and roll che lascia solo Lechtaler per la più semplice delle affondate. Altro che cambiare o no, qui c’è molto di più. E la domanda che emerge è assai semplice: possono essere solo le scorie di una stagione lunghissima e logorante ad aver reso i giocatori di Repesa così inermi, sia mentalmente che fisicamente?

Un coach, nella pallacanestro, incide parecchio di più che in altri sport, soprattutto per l’impatto diretto sulle scelte in campo durante la gara, cosa estranea ad altri ambiti. E’ molto evidente che se una squadra si esprime come quella milanese, vi siano diverse responsabilità da parte dello staff tecnico, come peraltro ammesso dallo stesso Repesa in sala stampa ieri sera a precisa domanda (singolare che determinate parole non vengano riportate al contrario di altre). Non potrebbe essere diversamente e non lo è. E’ lampante che la base di ogni problema attuale milanese stia nell’errata valutazione di inizio anno riguardo alcuni, fondamentali elementi e la loro capacità di rendere in un contesto reso complicato dall’intensità della stagione. Ma è inutile giraci attorno, il problema è grande. Se ad una chiamata offensiva accade che un giocatore esegua un movimento che appartiene ad un altro set e non dia corso ed appoggio a quanto fa un suo compagno, è evidente che vi sia qualcosa che stride con il concetto di squadra ben organizzata. Da cosa derivi tutto ciò è un tema assai delicato da affrontare ed analizzare a fondo, poiché coinvolge direttamente tutte le componenti della società, nessuna esclusa. Lo abbiamo sempre fatto, continueremo a farlo dando voce  alle suddette componenti. A conferma di sussurri e grida di cui attendiamo solo conferma.

Ma non è tempo di processi, abbiamo detto, ed allora sotto con gara 5, che si preannuncia delicata, per usare un eufemismo. Ma sarà vero che tale delicatezza investirà Milano più per motivi extra-campo che per quelli tecnici?  In campo, per ora, c’è solo Trento. Grazie a Dio il gioco continua a non mentire.

 

 

 

 

 

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2 pensieri su “L’incubo di Milano il giorno dopo gara 4 : è rescissione dai Playoff e da un progetto?

  1. Mi congratulo per l’analisi precisa, puntuale e ad ampio raggio di tutta la situazione. Ed ammiro la costanza ed il coraggio di non considerare gia’ chiusa la serie. Io non ci riesco proprio e nemmeno voglio sperare, per il bene del basket, che questa armata brancaleone possa arrivare in finale. Buon basket a tutti.

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