Trento vince sputando sangue, Milano perde sputando sentenze, ma la cicciona si appresta a cantare oppure no?

L’Aquila Trento è in perfetto controllo tecnico e psicologico della serie. Meritatamente e senza alcun dubbio a riguardo. Gli uomini di Buscaglia hanno giocato 80 minuti perfetti, lasciando solo intravedere i propri limiti ed esaltando le caratteristiche migliori di cui sono in possesso. Uno 0-2 di semplicità e chiarezza totali. L’unica cosa che potrebbe cambiare le cose in casa trentina è un mero dato di fatto: oggi la squadra è stra-favorita. Novità con cui convivere.

La difesa di Trento è un capolavoro di intensità, applicazione ed organizzazione. Si parte da 7 indemoniati che non mollano di un solo centimetro e si arriva a regole semplicissime, che sono la vera rivoluzione di questi Playoff targati Buscaglia. Gli scivolamenti difensivi, ma guarda un po’… Intanto che i massimi sistemi, quelli che hanno portato il nostro basket a questi livelli ( e ci stanno anche tanti tecnici), discutono solo di come difendere sul pick and roll, arriva un coach e con geniale facilità presenta un roster cortissimo, sfortunato e poco accreditato da tutti, secondo principi di pallacanestro vera. Si parte da lì, da quella voglia di non concedere nulla, perché  sei intelligentemente conscio dei tuoi limiti e sai che la minima debolezza sul quel versante del campo si pagherebbe eccome. Eccoci, ce lo disse Einstein con la prima e la terza delle sue regole del lavoro: “esci dalla confusione e trova la semplicità” e “nel pieno delle difficoltà, risiede l’opportunità”. Praticamente, la Trento di Maurizio Buscaglia. Ieri la sua squadra ha commesso il primo evidente errore difensivo su una rimessa da sotto canestro, al minuto 29′: serve altro? Tutte le palle vaganti sono sempre state, fin dall’inizio di gara 1, roba loro: ricordate Dan Peterson e le sue semplici teorie su come si vincono le partite, in primis quelle di Playoffs?

E proprio riguardo “The Coach”, la cosa che non riesco a togliermi dalla mente fin da giovedì notte è che questa Aquila mi ricorda terribilmente la “Banda Bassotti” di fine anni ’70, quella che fece innamorare tutta Milano e ben oltre, quella che aveva un cuore che faceva provincia, esattamente come oggi accade con i trentini. “Sputare sangue!!!” Credo non si possa fare compimento migliore al coach barese ed alla sua squadra.

Squadra che è composta da alcuni atleti di livello molto interessante, che mettono sotto, senza alcun dubbio, i pari ruolo meneghini. Aaron Craft è ad oggi nettamente la miglior guardia della serie, così come Diego Flaccadori sta assumendo i connotati di giocatore molto più completo del solo tiratore che veniva ritenuto. Dominique Sutton non ha rivali nella doppia dimensione, clamorosamente meglio di chi lo affronta con la maglia di Milano. Dustin Hogue sa molto di Kyle Hines, con meno skills, ma una voglia che non ha eguali. Joao Gomes, cresciuto in modo esponenziale in stagione, è killer silenzioso: non ha percentuali fantastiche da tre, ma la mette spesso quando conta. Il tutto nell’ottica di bellissime rotazioni “anni ’80” a sette, in cui tutto è chiaro ed il coach ha la fortuna di dare ritmo a tutti, a compensare la difficoltà delle ridotte possibilità di scelta.

In virtù di quanto esposto, una domanda mi pare lecita: siamo così certi che gli attuali interpreti di Milano siano così migliori?                                                                          Appunto, Milano, quella nata sulla base di Alessandro Gentile, cui si affiancarono ad inizio stagione Zoran Dragic e Miro Raduljica come armi letali, con l’aggiunta di Ricky Hickman. Quanti in campo ieri, RH compreso?

Ma la cosa che personalmente dà più fastidio è che il lato tecnico, quello meramente cestistico, venga sempre messo in secondo piano dalle parti del Forum, rigorosamente superato, da sussurri che diventano grida, da rapporti interpersonali che diventano guerre, da uno spogliatoio di cui si sanno anche le marche dei detersivi  usati per i pavimenti, nel quadro di assoluta solitudine della squadra e del proprio staff tecnico.

“It ain’t over ‘til the fat lady sings”. Vero, finchè la cicciona non canta, l’opera  non è finita, ma la situazione è oltremodo complicata. Ed incredibilmente si è portati a pensare che giocando “da Milano” si possa tranquillamente rimettere in sesto la serie. Un po’ di umiltà, no? Oppure si vuole ricadere nell’errore del 2015, quando senza un solo atleta in squadra si pensava di essere superiori all’imposta fisicità ed atletismo di Sassari?           44 palle perse in due gare e magari si è convinti di avere point-guard migliori delle altre?  12 su 50 da tre punti e si pensa di avere un vantaggio di talento sul perimetro ? 28 assist in due partite attesterebbero un tasso tecnico maggiore? Potremmo continuare per delle ore, di numeri ce ne sono a bizzeffe e da ieri sera ci sono pure i risultati, se l’Eurolega non fosse bastata.

Milano si è illusa di essere molto di più ed in effetti avrebbe potuto esserlo, se Miro fosse stato per più di 4-6 gare un giocatore, se Dragic avesse giocato di fianco ad almeno una guardia che giocasse al suo ritmo, se Alessandro Gentile non fosse entrato in una spirale di negatività da cui non possiamo augurargli di uscire, se possibile. Non è complicato ammettere l’errore di valutazione commesso dopo una Supercoppa ottima.

Cosa può succedere ora? Le spalle non sono al muro, sono incastonate nel muro stesso. Per muoversi da lì ci vogliono semplicemente tonnellate di attributi.  Per battere la transizione difensiva trentina, che è uno spettacolo, bisognerà avere tanto dentro, e tanto dentro ce l’hanno gli uomini. Potrà averlo anche chi sciopera attitudinalmente da mesi?

 

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