L’Aquila vola sul cielo del Forum: le candele milanesi si spengono nel vento della difesa trentina

Colpo esterno della Dolomiti Energia Trento in gara 1 e serie che si infiamma immediatamente. Gli uomini di Buscaglia impongono il loro piano partita per 28 minuti nei quali strapazzano una pessima Milano: dal 27-15 del 12′ si passa al 66-76 finale, che vuol dire un surreale parziale di 39-61 in quel lasso di tempo. Però di parziale surreale si può parlare fino al momento in cui i valori in campo non si palesano nella forma in cui sono emersi ieri. Il finale è naturale e logica conseguenza di quanto visto in campo, con pienissimo merito di chi ha giocato meglio, sia tecnicamente che a livello di cuore.

La vera illusione milanese è l’inizio gara. Il 15-4 sancito dalla tripla di Kruno Simon, a seguito del miglior possesso offensivo biancorosso, costringe Maurizio Buscaglia ad un timeout obbligato. L’impressione, falsa come poche altre cose, è che possa perfino essere facile per Milano, ma la realtà tecnica dice di una situazione almeno strana. Perché, contro una squadra che segna 4 punti in 7 minuti,  devi aver posto la basi per una vantaggio molto più importante, se non addirittura definitivo. In alternativa dei essere in grado di confermare quella discreta (non di più, sia chiaro) difesa per lunghi tratti della gara, cosa che invece non accade per nulla, a partire da un secondo quarto in cui l’Aquila mette a referto 28 punti decisamente inusuali. Certo, inusuali per l’attacco di Trento ma, ahimè, assai ripetitivi all’interno della difficilissima stagione milanese.

E come accaduto decine di volte, nel momento della prima difficoltà, la squadra di Repesa si spegne, senza nessuna reazione fino al disperato assalto finale. A costo di essere noiosi, non si può non sottolineare un dato che ormai è di fatto: la fragilità assoluta del roster milanese in termini psicologici. I tantissimi parziali incredibilmente negativi subiti nel corso dell’anno, ne sono prova lampante. E non si dica che ciò ha riguardato solo l’Eurolega, poiché, se è vero che in Europa non c’è pietà in queste cose, è altrettanto vero che anche il campionato italiano lo ha detto parecchie volte. Un esempio a caso? La sconfitta con Reggio al Paladozza in dicembre, dopo un avvio di gara dominante. Le candele, nel vento, si spengono con troppa facilità. 

Percentuali pessime dall’arco per entrambe le squadre (29,2% Milano e 18,8% Trento), ma le tre triple di Gomes nel secondo quarto hanno messo le fondamenta della vittoria, mentre nessuna di quelle milanesi ha avuto un reale peso specifico, se non illusorio come nel caso di quelle infilate da Sanders, nella gara.

16 palle recuperate sono la statistica più vera di qualsiasi gara Playoffs, dall’NBA al campionato di Cipro. Ogni pallone 50-50 era trentino, con alcuni addirittura che, dopo che parevano tra le mani dei milanesi, tornavano magicamente in quelle degli avversari, mai domi in questo senso. Così come la struttura del gioco di Buscaglia si è basata su un concetto fondamentale: in 1vs1 i suoi uomini non mollano mai. Non li batti, e se li batti ne trovi uno subito pronto ad aiutare, del tutto incuranti della superiorità od inferiorità fisica. Perché ogni sistema necessita di un condottiero con idee chiare, ma tutto ciò resta sulla carta se non vi è piena adesione al progetto da parte di tutti gli uomini coinvolti.

Milano ha difettato terribilmente in fase di playmaking, ed anche questo è un dato di fatto da inizio anno: ball handling limitatissimo e pericolosità dall’arco altrettanto, se non a buoi ampiamente scappati. Così come alcune conclusioni degli esterni, non  necessariamente solo le guardie, sono parse del tutto fuori dal gioco, negativamente estemporanee anche quando a segno. Infine il tema delle scelta su chi lasciare fuori: complicata anzichè no, sebbene ci sentiamo di dire che, nonostante tutti i legittimi dubbi sul rendimento di Miroslav Raduljica, si debba rischiare di passare da lui poiché, tecnicamente, potrebbe essere di primario impatto. Ma sia chiaro che potrebbe essere così solo se, prima di tutto, le mani saranno forti: parrebbe poco, è tutto. Imporre la sua presenza a pochi passi dal ferro è situazioni cui Trento non ha molto da opporre. Mentre ha ampiamente dimostrato di potersi adeguare al pick and roll centrale di Tarczewski, limitato moltissimo da una zona assai aggressiva e ben organizzata. La gara positiva dell’ultimo arrivato a Milano, se non è accompagnata dalla squadra, non potrà mai portare lontano (vedi statistiche di Hogue).

L’Aquila, da parte sua, con una prova di squadra perfetta, è riuscita a far emergere le sue qualità ed a coprire al meglio le sue debolezze. Francamente non si può chiedere di più ad un coach ed ai suoi uomini.

36 ore e sarà gara 2, con un film che potrebbe essere completamente diverso, in piena tradizione Playoff. Da un lato una squadra che, ancora una volta dovrà ritrovarsi, in una situazione di grande difficoltà, in quell’urgenza che ha sempre dimostrato di saper gestire e condurre al meglio (in Italia). Dall’altro una macchina che è perfetta da febbraio e che deve solo compattare le energie e cercare di cogliere ogni minima occasione, sia che gli arrivi dagli avversari, sia che se la crei di suo.

 

 

 

 

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