Le pagelle qualche passo dopo il giro di boa. Per questa Olimpia Milano è insufficienza generale con tre eccezioni

Qualcosa in più di metà stagione è andato, e nel periodo di buio assoluto si valutano i primi giudizi. Insufficienza, pesante, complessiva, con il logico lume di speranza per una ripresa nazionale. Il talento c’è ed esiste, qualcosa di differente non ha funzionato. Cosa?

Cinciarini 5 – I capitani non giocatori nel basket non esistono, e un capitano non giocatore non serve a Milano. Tuttavia, al capitano non è stato neanche permesso di essere un giocatore. Partenza a ritmo lento dopo la depressione post-preolimpica, poi un virus difficile da debellare. Inconsistenza nei brevi minuti concessi come colpa, la gara contro Cantù come segnale. Non varrà l’EuroLeague, ma in LBA arrivò in finale da leader.

Kalnietis 4.5 – Un problema alla caviglia sinistra per cominciare, e difficile da debellare. Ma se oggi Milano non ha un concetto di gioco è anche per l’assenza di un play di riferimento. Kalnietis doveva esserlo e non lo è stato, riducendosi a mero elemento di contorno nel basket europeo che conta. E’ assenza di talento e puro atletismo (per il ruolo)? A lui smentire il dubbio.

Hickman 4 – Con il titolo di mvp della prima giornata di EuroLeague dimostrò di aver superato i problemi al tendine d’Achille che lo azzopparono nell’esperienza di Istanbul. Nelle restanti uscite ha tuttavia messo in luce alcune lacune mentali inattese, oltre che tecniche. Fuori dal gioco invece che esserne perno (totale incapacità di condurre la transizione, ovvero ciò su cui Repesa lavora da agosto) è un «no contest» difensivo.

Cerella sv

Abass 5.5 – Mezzo voto in più per l’inesperienza, ma dopo essersi guadagnato il quintetto titolare nel momento «felice» di squadra, è rimasto travolto dal momento «negativo» uscendo di scena. Il ruolo di «agente speciale» difensivo (spesso in marcatura sul portatore di palla) si somma ad una totale assenza di crescita offensiva, dove ha dimensione solo perimetrale.

Fontecchio sv

Dragic 4 – Giocatore multidimensionale, eccellente difensore con lettura sul lato debole, attaccante solido. Questo è quel che pareva Dragic, anche per la dirigenza, che ne ha fatto il giocatore attualmente più pagato del roster. In realtà se ne sono solo apprezzati i limiti mentali.

Simon 5 – Pretoriano di Repesa che non pare volersi troppo sporcare le mani per il suo mentore. Rimangono i limiti di una carriera: talento straordinario, qualità per essere la prima opzione offensiva, ma intermittenze problematiche, che diventano nullità europea. Esame da leader fallito.

Sanders 6 – L’infortunio gli ha evitato qualche figuraccia collettiva, e allora rimane il senso del tutto. Non un leader, ma giocatore capace di garantire il massimo nel minimo tempo, specializzazione più che gradita dai grandi club europei. La crisi di dicembre e gennaio non l’ha travolto ma nemmeno evitato, e molti attimi di nervosismo ne hanno ridimensionato le prestazioni. Milano, comunque, per la Coppa Italia dovrà partire da lui.

McLean 7 – Crescita esponenziale per un giocatore che oggi ha una sua dimensione. Dinamico, unico faro difensivo, esplosivo in attacco e capace di letture inattese palla in mano. Con un’ispirazione (un gioco, un play) potrebbe fare di più, ma il suo tempo è purtroppo sprecato in grida di adunanza difensiva. Inascoltate.

Macvan 6.5 – Il talento e la resistenza sono quel che sono, ma Milan Macvan è capace di mantenere il suo livello sia con le acque calme che con i venti di tempesta. Una garanzia, nella giusta dimensione.

Pascolo 5.5 – Bocciato ancor prima di rispondere all’interrogazione, pur dopo anni di costante e continua crescita. In uno scenario dove mancano sguardi di lotta il quieto gregario, che tuttavia ha sempre combattuto per guadagnarsi ogni centimetro, viene lasciato a guardare. E come Cinciarini, nel breve, non riesce a rispondere.

Raduljica 4 – Che poi è la media voto di una stagione. Vittima di sè stesso e del sistema. Ci sono le colpe collettive, ovvero di una squadra che non riesce a dargli il tempo di prendere profondità, rendendolo inutile alla bisogna. E poi quelle personali, ovvero un fisico pesante senza atletismo, e una testa che si spegne al primo senso avverso.

Coach Repesa 4 – Un coach sa di essere responsabile di ogni cosa, anche di chi non segue o gioca contro. Un coach non può essere tale se si perde nel ricorso all’alibi, aspetto che comunque non appartiene al coach croato. Due semplici concetti, per il tutto. La forza personale del lavoro in palestra non ha prodotto effetti: da un anno e mezzo Milano non ha una via collettiva, ma solo mere risorse individuali. Poi, Alessandro Gentile. Nel marasma evidentemente ha avvallato un addio, giudicandolo causa subdola di un malanno. Meriti o demeriti del giocatore a parte, il risultato è stato che, dal marasma, si è passati al precipizio. E un secondo male, ora, non potrà essere indicato. Se non salutando direttamente la compagnia.

Alessandro Luigi Maggi

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