Del tributo a Bruno Cerella, una bandiera che non deve essere ammainata


Di Alessandro Luigi Maggi

Vi sono, nello sport come nella vita, persone «che sono», e persone «che rappresentano». Le prime dicono, fanno, producono, alzano i trofei. Le seconde indicano la via, veicolano un concetto, inglobano dentro di sè l’essenza nella missione. Le prime colpiscono gli occhi. Le seconde affondano gli artigli nel cuore.

Olimpia, dunque, mitologia del basket.

Un lungo romanzo, d’amore e guerra.

Così Werther Pedrazzi, in un prologo di quel che sarà il suo «Scarpette rose». Un lungo romanzo, d’amore e guerra. Rumore d’armi, affascinante, come un coro che mai come altri ha rappresentato la passione di ritorno al Forum d’Assago. E quel coro, diceva solo una parola: «Bruno, Bruno».

Bruno Cerella è questo, una persona «che rappresenta». Due occhi, un volto, mille istantanee di un uomo che ha incarnato la diversità del concetto «basket» all’interno del concetto «Milano». Perchè l’Olimpia è questa: creatura di una città dalle manie di grandezza imprenditoriale che si appassiona al sudore operaio nella palla a spicchi.

E’ sempre stato così, una base culturale, una rimanenza incancellabile anche nel succedersi delle generazioni. «Bruno, Bruno». Una stoppata a Diamantidis. I 12 punti in gara-5 contro Venezia, e quella voglia di comunicare con i tifosi nel momento della difficoltà che tanto fece infuriare Jasmin Repesa. Momenti distanti più di due anni, ma che raccontano un uomo, che ha fatto anche del sociale la sua missione.

Bruno rappresenta un patrimonio che non si può dilapidare. Bruno è lo sguardo di chi non si pone limiti. Bruno è la volontà di chi è vincente perché, per dirla alla Carlton Myers, «vincente è colui che non si è mai arreso». Bruno rappresenta, perché a Bahia Blanca sarà anche nato colui che è, Manu Ginobili, ma, come detto, a Milano non è la stessa cosa.

Tributo a Bruno Cerella, una bandiera che non deve essere ammainata.

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