
La vicenda Nikola Jokic-Panathinaikos dovrebbe insegnarci qualcosa. Non che il club greco abbia davvero compiuto un passo concreto verso il miglior centro del mondo. Non che Dimitris Giannakopoulos abbia improvvisamente avvicinato Atene a Denver. Ma che una parte del racconto dell’EuroLeague ha ormai perso completamente il senso delle proporzioni.
Misko Raznatovic, agente di Jokic, ha confermato che Giannakopoulos ha effettivamente formulato un’offerta. Benissimo. E allora? Qual è esattamente il valore sportivo della notizia che il proprietario di una squadra europea abbia telefonato per chiedere un giocatore NBA che guadagna circa 60 milioni di dollari a stagione, è nel pieno della carriera ed è il centro assoluto del progetto Denver Nuggets?
Si può chiamare chiunque. Si può fare un’offerta a Jokic, a Doncic, a Wembanyama. Domani qualcuno potrebbe annunciare di aver chiesto ai Lakers la disponibilità di una loro superstar. La telefonata esiste, l’offerta magari pure. Ma una notizia non diventa importante soltanto perché qualcuno decide di compiere un gesto privo di realistiche possibilità di riuscita.
Ed è qui che la stampa europea dovrebbe semplicemente fare il proprio mestiere: raccontare la verità.
Dire, per esempio, che questa non è una dimostrazione della potenza del Panathinaikos. È soprattutto l’ennesima rappresentazione di un’EuroLeague che sempre più spesso sembra trasformarsi nel palcoscenico personale di proprietari pronti a spendere, spandere, promettere e occupare quotidianamente la scena pubblica. Un circo nel quale il rumore prodotto rischia ormai di contare più della sostenibilità del sistema.
Il problema vero è proprio questo. L’EuroLeague continua a presentarsi come la grande alternativa europea alla NBA, ma resta una competizione che fatica tremendamente a produrre abbastanza valore da sostenere autonomamente ciò che alcuni suoi club spendono. I budget crescono, gli stipendi crescono, le ambizioni crescono. I ricavi, molto meno.
Così la lega si sta dividendo sempre più chiaramente in due mondi. Da una parte chi può permettersi di immettere continuamente denaro, alimentando una corsa alle stelle e alla visibilità. Dall’altra chi prova ancora a costruire organizzazioni, infrastrutture, vivai, pubblico, ricavi e una prospettiva economica sostenibile.
Nel frattempo NBA Europe lavora sottotraccia. Con mille dubbi, mille difficoltà e nessuna certezza sul proprio futuro, certo. Ma lavora. Studia mercati, arene, investitori, città e modelli economici. E mentre il potenziale concorrente ragiona sulla struttura del basket europeo di domani, l’EuroLeague rischia di rispondere celebrando l’offerta impossibile di turno.
Forse sarebbe il momento di accorgersi del pericolo.
Perché gli imperi raramente crollano nel giorno in cui arriva il nemico alle porte. Cominciano molto prima. Quando smettono di riconoscere le proprie debolezze, quando confondono il rumore con la forza e quando chi li racconta preferisce applaudire lo spettacolo invece di descrivere le crepe.
La storia di Jokic al Panathinaikos non ci dice quanto sia diventato potente il Panathinaikos. Ci dice quanto sia diventato facile, nell’EuroLeague di oggi, trasformare una telefonata in propaganda. E quanto sia urgente che qualcuno ricominci semplicemente a chiamare le cose con il loro nome. Cialtroni.ì

Magari l’avrebbero pagato con i soldi del Monopoli come hanno insegnato quelli dell’Asvel. L’EL sta diventando una barzelletta.
Non mi risulta che al Panathinaikos sia mai successa una cosa simile all’Asvel. Cmq in mancanza di altro continua pure a giocare a Monopoli, il tuo giochino estivo preferito, un pò come la storia dei secondi giocati da Tonut che l’hai trascinata per mesi…