
Un “grazie” non basterebbe. Un “grazie” grande come tutto il mondo non basterebbe. Perché Giorgio Armani è stato il nostro mondo per 20 lunghi anni. E’ stato il nostro papà. Un super papà. Papà, lui, che non è mai stato per sangue ma che è stato papà putativo di molti. Ha (ri)dato vita all’Olimpia Milano dopo un decennio buio. L’ha salvata senza se e senza ma dal fallimento economico.
Tutti si ricordano nel 2004, di quella sponsorizzazione lampo per una squadra che riuscì a fare innamorare un palazzetto tornato a ribollire con una finale scudetto sangue e m***a. Non tutti si ricordano invece la vera svolta, il suo diventare vero benefattore della pallacanestro milanese: rilevare nel 2008 una creatura morente, stretta da debiti pesanti (cinque milioni di euro, una follia!), non in grado di competere con il proprio illustre passato e probabilmente nemmeno in grado di iscriversi al campionato. E galleggiare non poteva bastare, bisognava tornare a brillare.
Che abbia vinto tanto (15 trofei, comunque) o poco (tanti scudetti buttati) è irrilevante. Almeno per me. Da tifoso, soprattutto nei primi anni, non capivo la sua mancata ossessione per la vittoria. “Sei Milano, devi vincere”, postulava il mio cervello. “Devi punire questi somari, non continuare a coccolarli!”. “Devi farti sentire con Eurolega per questi arbitri infami”. E mi sono infuriato per questo. Nei miei pezzi quando Milano vinceva era l’Olimpia; quando perdeva diventava l’Armani (fosse AJ e/o EA7). Simbolico. Infantile. Ricordo un clamoroso titolo fatto per Il Giorno dopo una legnata cruda a Siena. “L’Armani cala i Jeans”. L’allora addetto stampa chiamò infuriato il mio capo. Sono stati sei anni amari, fino a quel magnifico scudetto dei Banchi Boys: l’ansia, il terrore, la gioia. La vittoria della legalità contro l’illegalità.
Poi ci sono arrivato (ne parlo a breve), sarà l’età mi sa. La sua visione (vera, non come la mia), la sua filosofia, la sua energia erano differenti. E ha costruito. Ha costruito un club credibile. Raffinato. Non isterico. Di Eurolega, da Eurolega.
Proprio l’Eurolega era stata la protagonista, nemmeno troppo silenziosa, della mia unica intervista esclusiva al Re. Location: l’Armani Teatro. Data astrale: 2016. Era il ‘sogno’. “Virgolettalo pure”. Non me la sono sentita di dirgli: “Ma con Repesa in panchina…”. Nelle cose non virgolettabili c’era la consapevolezza della realtà dell’Olimpia di allora, la marginalità dell’importanza del risultato. A 80 anni e rotti, riuscire a spiegare ad un tifoso facinoroso come me cosa conta davvero, anche nello sport: piuttosto illuminante. Anche se ho sempre sperato in un finale alla Moratti, con un colpo di coda miracoloso per conquistare ciò che era sempre sfuggito.
Ci mancherai e ti rimpiangeremo.

Solo grazie al Signor Armani, a ReGiorgio.
Ci saranno altri momenti, magari, per disquisire su questa sua visione. Per ora solo tanti, tantissimi ringraziamenti.
Guazz si era chiesto del perché Armani non fosse ossessionato dalla “vittoria” nel basket; forse perché lui non aveva bisogno della “vittoria” nel basket per cambiare quello che era ed è sempre stato il suo status personale di uomo vincente e appunto di successo
Il trionfo dell’Olimpia su tutti i campi non avrebbe cambiato di una virgola l’immagine che tutto il mondo aveva di lui e che aveva comunque: quella di un Re…..Re Giorgio
Insomma, Armani non era l’armatore greco Giannakopoulos che riversa finanze a più non posso nel Pana per avere la riconoscenza dei posteri o lo sconosciuto proprietario del Fener; Amani era già e lo sarebbe stato comunque Giorgio Armani, lui stesso simbolo di successo, uno che dato lustro all’ “italianità” nel mondo
Giorgio Armani, un uomo di un altra categoria, ancora grazie per essersi, dal suo alto, mischiato, con il nostro basso (il piccolo mondo baskettaro)
Quoto abbastanza tutto. In primis la gratitudine per aver salvato il club unita alla non accettazione del partecipare decoubertiano di Armani senza l’esigenza di vincere.
Differisco in un unico pensiero. Armani va ringraziato anche per la licenza pluriennale che ha consentito all’Olimpia, con progetto europeo di lungo respiro, di diventare una società DI Eurolega.
Ma per essere considerato un club DA Eurolega, quando il budget grazie a Giorgio Armani è sempre stato all’altezza, un club dovrebbe arrivare spesso ai play-off, 2-3 volte su 10 alle F4, e nei 15 anni di Eurolega con Armani proprietario, vincere la competizione almeno una volta.
Per me, quel DA (Eurolega) mancante ci rimanda al connotato decoubertiano che ha contrassegnato l’era Armani, per cui partecipare è essenziale ed appassionate, vincere in Italia un gradito opzional, imporsi dove conta, in Europa, un’utopia incomprensibile per un Uomo, il nostro amato Patron, che nella Moda si è imposto in Italia, in Europa e nel Mondo con elegante e feroce determinazione.
In effetti passare da ultimi periodici a un tiro dalla finale, fare i playoff o mancarli per poche partite in stagioni falcidiate da infortuni ricorrenti agli uomini chiave è decisamente decoubertiano. La percezione dell’Olimpia di questi anni da parte di top player, istituzioni, avversari è proprio da cenerentola della competizione. Mancava tantissimo il volonteroso che il giorno dopo il trapasso si rimettesse a puntualizzare.
Sic transito gloria incel.
Grazie Guazz hai espresso la filosofia di Armani che ci ha tirato fuori dal baratro e ci ha riportato al livello di oggi.
Fatica, cura del dettaglio, passione, credibilità erano i valori che gli interessavano…la vittoria era importante ma non la prima cosa.
Grazie ancora signor Armani per avere riempito il palazzetto come hai vecchi tempi.
Il Signor Armani arrivò in un club che era ormai caduto e decaduto in mano a faccendieri / imprenditori che poco avevano a che fare con la storia dell’Olimpia, di Milano e degli appassionati di basket..
In quegli anni facevo parte del servizio d’ordine e le partite di Saporta Cup al Palalido davanti a 1000 spettatori e senza la proprietà sugli spalti le ricordo bene.
Sono profondamente scosso. Avevo capito la scorsa stagione che il NOSTRO Giorgio stava peggiorando visibilmente, ma, come di solito si fa per i propri IDOLI, speravo che si riprendesse.
Un uomo eccezionale, che ha vissuto per il lavoro, per il successo, senza però perdere mai di vista l’ aspetto umano di qualsivoglia relazione.
sono disgustato dal leggere commenti di alcuni utenti che valutano esclusivamente gli aspetti sportivi in termini di risultati (che comunque definirei ECCELLENTI per una squadra che, benché blasonata, stava sparendo nel nulla, prima del suo arrivo a Milano).
Un bel tacere, tante volte, dimostra etica, intelligenza e rispetto.. Merce rara
Io sarò grato per sempre a questo FUORICLASSE e quando sarò al Forum o ovunque altro zampetteranno le nostre scarpette rosse, lo cercherò con lo sguardo!!!
Era un uomo del novecento con i valori di quel secolo. Quindi un uomo difficilmente comprensibile oggi…purtroppo.