Diego Flaccadori è entusiasta. Non ci sono altre parole per descrivere lo stato d’animo dell’ex Trento, che non casualmente ha aggredito la prima amichevole a Vigevano con qualità: «E’ stata una bella emozione ripartire. Ho finito la stagione il 20 maggio, quindi avevo una voglia particolare. Venendo all’Olimpia sappiamo che c’è tanta esigenza, quindi dobbiamo essere pronti al 100% per fare le cose la meglio. Che siano uno, dieci, cento minuti».
Dopo il Bayern, sarà di nuovo “giostra” in EuroLeague: «Non vedevo l’ora di tornare su questa “giostra”. EuroLeague è un campionato a sé, ci sono tantissime partite, ogni impegno sarà tostissimo. Importante non avere troppi alti e troppi bassi. Equilibrio sia dopo una vittoria come dopo una sconfitta. Questo è il momento per costruire una base solida».
A Baviera era ancora un altro “Flacca”: «Arrivo in un momento diverso della mia carriera rispetto al Bayern. Allora non ero pronto a tutti gli effetti, ora penso di poter aiutare la squadra ogni giorno, non solo durante le partite. Sicuramente le richieste saranno diverse, ma siamo qui per questo».
Sarà un lungo percorso, in cui non farsi prendere dallo sconforto: «Credo che di base la pallacanestro sia uno sport fatto di errori. Chi ne fa meno, vince. Da giocatore devi approcciare in questo modo, cercando sempre di fare la scelta giusta sapendo che l’errore arriva, e nel caso sarà punito. Ma non bisogna farsi condizionare da questo. Il coach parte avendo fiducia, sapendo che possiamo dare una mano, ma noi dobbiamo essere bravi a superare l’errore e nel caso, ad andare oltre all’insulto dalla panchina».
E non si parli di punto d’arrivo: «Un giocatore non si sente mai soddisfatto del suo percorso. Io in un certo senso sono agli inizi. Questo è un nuovo percorso che si apre, sono carico come il primo giorno in Serie A. Non mi metto paletti, e certamente non è un punto di arrivo».
Cinque anni fa, la finale con Milano, con Flaccadori che rimase a guardare: «Non giocare quella finale fu un rammarico. Il desiderio di vincere è diventato sempre più grande. Sono qui anche per questo. Spero di riuscirci».

A Baviera non si può leggere.
A Bayern almeno.