Simone Fontecchio risponde a Messina: Ero giovane, dovevo maturare

Alessandro Maggi 9

Simone Fontecchio, faro di Italbasket nell’Eurobasket al via domani contro l’Estonia, protagonista sul Corriere della Sera e Repubblica

Simone Fontecchio, faro di Italbasket nell’Eurobasket al via domani contro l’Estonia, protagonista sul Corriere della Sera e Repubblica. 

Parlando del passato, il giocatore non ha sassolini da togliersi dalle scarpe (Corriere della Sera): «No e non mando al diavolo nessuno. Non ho sassi da levare dalle scarpe, sono in pace e ho l’orgoglio di quanto ho fatto. Le difficoltà incontrate mi hanno aiutato a essere quello che sono».

Ettore Messina, nel corso della conferenza stampa di lunedì, aveva avuto parole importanti per il giocatore: «No, non mi aspettavo questa crescita, a partire dal lavoro comune in Nazionale nel 2017. Ha fatto un salto enorme. Nicolò Melli ha dovuto andare al Bamberg per diventare Nicolò Melli, esattamente come Simone Fontecchio ha dovuto andare all’Alba Berlino per diventare Simone Fontecchio. Evidentemente qui non è stato abbastanza aiutato nel suo percorso, e nella lista mi ci metto anche io. Quando nel 2020 parlammo, nella mia testa non credevo di potergli concedere più di 5’, 10’, visto che c’erano Micov o Brooks. Veniva da una stagione a Reggio Emilia, e anche lì non si era ancora espresso ai suoi livelli. Invece, in primo luogo io, dovevo dare magari meno minuti a Micov o Brooks e mandare in campo Simone Fontecchio».

Anche qui, Simone Fontecchio ribadisce la propria serenità: «Ero molto giovane, avevo bisogno di maturare, e decisi di farlo altrove. Alla fine, visto il mio percorso, la scelta è stata giusta».

Nessuna rivincita con Olimpia Milano: «Quando sono arrivato all’Olimpia c’era chi credeva in me: Jasmin Repesa. Nel primo anno a Milano ho avuto spazio, poi lui se n’è andato ed è cambiato tutto. Ma forse io ero troppo giovane».

9 thoughts on “Simone Fontecchio risponde a Messina: Ero giovane, dovevo maturare

  1. Fontecchio lo ricordo molto bene alle finali U19 a Udine, nel 2012, dominare nettamente il campo nella sua Virtus Bologna, che poi ha vinto lo scudetto giovanile.
    Gran bella squadra quella, c’era anche Imbrò, anche lui abbastanza dominante tra i giovani, che sta facendo una discreta carriera in serie A.
    Fontecchio però spiccava nettamente: pochi della sua taglia giocavano così bene nelle finali elite dei giovani italiani – anzi nessuno. (non riesco a ricordare bene se Fontecchio abbia fatto la finale vera e propria, o se ebbe qualche tipo di inconveniente, in generale però la sua prestazione in quelle finali la ricordo notevole).

    Così era stato per Gentile, che poi ha sprecato un talento enorme, così è stato per un altro giovane che ho visto dominare a Torino giocando per la Stella Azzurra, sempre nelle finale U19, che è passato anche da Milano, senza però mai lasciare veramente un segno: Andrea La Torre.

    La domanda da farsi davvero, quindi, è: come mai i giovani di così grande talento poi hanno difficoltà tra i professionisti e solo quando vanno all’estero riescono poi a esprimersi davvero?
    Cosa facciamo noi in Italia per tarparli, o cosa non facciamo per aiutarli?

    Dovrebbero rispondere loro, ovviamente.
    Visto che non lo fanno, possiamo fare soltanto delle ipotesi. La mia favorita è che i giovani di talento sono talmente superiori ai loro compagni, da juniores, che vengono usati soprattutto per vincere, molto poco viene loro insegnato su come si stia in campo.
    Quando poi si trovano contro avversari veri, che hanno magari più taglia o più esperienza, si sciolgono perché non sono abituati a fronteggiare la difficoltà di battersi coi pari.
    Allora chi era arrivato con la qualifica di fenomeno – per un caso io vidi una di quelle partite a Udine in tribuna coi genitori di Fontecchio, la mamma, mi pare, che mi parlava dei sacrifici fatti dal figlio, ma anche con soddisfazione dei risultati ottenuti – si trova a non esserlo più, a faticare, si deprime e finisce scartato.

    Fontecchio dice che Repesa lo incoraggiava, ma io non ricordo alcuna partita sua veramente convincente in quell’anno.
    Non mi fece grande impressione.
    Allora: cosa succede quando vanno all’estero?
    Cosa gli fanno in più, o forse in meno, rispetto alle nostre squadre, che permette ai nostri giocatori di affermarsi davvero?

    Quello che posso dire, sempre ipoteticamente, visto che loro non parlano, è qualcosa che tutti hanno notato e sottolineato, che è evidente: Fontecchio sta giocando con una confidenza, una sicurezza nei propri mezzi che non gli avevamo mai visto prima, nei suoi anni da professionista.

    Si vedeva però nei suoi anni juniores.
    Confidenza nei propri mezzi e sicurezza ritrovata che appaiono evidenti oggi – e che sono il segreto del suo successo oggi, della sua importanza in nazionale, a detta della maggior parte dei commentatori.
    Ed è forse questo l’elemento centrale che differenzia il clima delle nostre squadre, rispetto a quello di quelle straniere: una pressione su questi giovani che arrivano come fenomeni tra i loro coetanei, a performare come tali, mentre mi sembra che non siano stati educati a essere giocatori – cioè ad affrontare in campo le difficoltà vere.
    All’estero forse li trattano da giocatori, e li accompagnano nel percorso di gestione dei problemi che affrontano, senza aspettarsi che li risolvano da soli in quanto “fenomeni”. Non so. La butto lì.

    Rispondere a queste domande, iniziare la discussione, sarebbe secondo me davvero importante per tutto il movimento del basket italiano.

  2. Su Fontecchio ho letto questo commento molto interessante: in squadre come l’Alba Berlino e il Baskonia non scatta la panchina se sbagli una giocata (come fanno + o – tutte le big europee) ma anzi sei incentivato a prenderti le tue responsabilità, solo se ti nascondi e passi sempre la palla, allora si che torni in panca. Ovvio che te le puoi permettere se una squadra non ha obiettivi importanti, infatti Baskonia è da anni il posto migliore se vuoi migliorare il tuo gioco.

    1. Chi ha scritto quel commento è stato pragmatico e sopratutto sintetico e mi trova assolutamente d’accordo. Fontecchio è arrivato a Milano a 21 anni e già si intravedevano le sue qualità e potenzialità, inespresse da noi, specialmente per via della sua giovanissima età e perché è difficile per un giovane emergere in una squadra come Milano, che punta a vincere qualsiasi competizione a cui prende parte, mentre in squadre come Alba e Baskonia ha potuto esprimere più liberamente, senza troppi vincoli, il suo grande talento, che gli ha permesso, prima di diventare un perno della nazionale italiana e poi di sbarcare in NBA, addirittura sorprendendo un guru della panchina come coach Messina.

  3. Abbiamo visto tanti fenomeni a livello juniores che poi non si sono confermati tra i grandi. Può dipendere da molti fattori, non solo allenatori poco inclini a farli giocare. Alcuni giocatori svettano a livello giovanile per la struttura fisica più matura rispetto ai coetanei, ma poi pareggiato l’aspetto atletico coi grandi resta poco altro. Altri al contrario sopperiscono a qualche carenza atletica con tecnica e intelligenza ma poi rischiamo di non bastare contro chi corre e salta molto più di loro. Senza contare quelli che difettano di quella determinazione e sfrontatezza che devi avere a certi livelli. Secondo me Fontecchio e proprio cresciuto in sicurezza e consapevolezza di poter stare in campo, il fisico lo aveva già anche a livello giovanile sembrava ancora più dominante.

  4. Comunque stiamo parlando di un giocatore che NESSUNO avrebbe preventivato di vedere in NBA nel 2022. Messina ha sbagliato ma Fontecchio è andato oltre ogni rosea previsione.

    1. Esatto. Se pensiamo che, solo due anni fa, era reduce da una stagione “normale”,a Reggio Emilia. Poi, tra Berlino, Olimpiadi e Baskonia, ha avuto una crescita esponenziale. Diciamo che Fontecchio, a Milano, non è stato fortunato. Ha indossato la canotta dell’Olimpia, nelle due stagioni che hanno portato all’esonero di Repesa prima e, di Pianigiani poi. Nella stagione dello scudetto 2017–18, era stato dato in prestito, a Cremona.

  5. Chi è Simone Fontecchio: il padre Daniele è stato un ostacolista (110 hs) italiano di ottimo livello, nazionale italiano; la mamma, Malì (Amalia) Pomilio è stata un’ottima cestista italiana, anche lei nazionale, ha giocato in serie A per anni ad alto livello, vincendo il campionato con Vicenza; il nonno materno, Vittorio Pomilio è stato, a suo tempo un cestista di ottimo livello, nazionale italiano (la leggenda vuole che non partecipò alle olimpiadi di Roma per motivi di… lavoro, è infatti ingegnere, ormai in pensione da molti anni); lo zio, Gabriele Pomilio è stato (è mancato qualche anno fa…) un pallanotista di buon livello (ha giocato in serie A e poi è stato un dirigente di punta della pallanuoto nazionale); lo zio, Amedeo Pomilio, è stato nazionale di pallanuoto (forse campione olimpico addirittura, o mondiale) e credo sia tutt’ora il vice allenatore della nazionale di Sandro Campagna. Difficile, credo, trovare una famiglia che abbia dato un contributo superiore allo sport italiano. Della serie: la genetica conterà pure qualcosa… Grande Simone, in bocca al lupo per la tua avventura oltreoceano!!!

  6. Nel tempo che Fontecchio ha passato a Milano penso che il ragazzo avesse i fondamentali, la tecnica ed il talento per essere quello che è adesso; non che io abbia visto tutto ciò in lui, ma quelle qualità erano ovviamente già presenti nel giocatore; quello che fa e ha fatto la differenza è la fiducia in se stesso ed, a seguire, la fiducia che gli altri ( coach e compagni) ti concedono; non penso esista una ricetta standard per combinare tutti questi ingredienti e trasformare un prospetto in un giocatore finito di alto livello; certo, la storia parallela di Melli e Fontecchio ci dice che la chiave del tutto è stata una maggiore assunzione di responsabilità dei due ragazzi ottenuta attraverso un percorso di sviluppo all’estero, ma appunto non vi è certezza che possa funzionare con tutti, sempre e comunque

    1. Fontecchio a Milano probabilmente aveva già tutto, come dici, ma non è che sfornasse prestazioni tali da far pensare alla crescita esponenziale ottenuta con l’esperienza all’estero. Melli per dire giocava già molto meglio di Fontecchio nella prima avventura milanese. Poi anche lui è cresciuto all’estero, ma Fontecchio pensavo potesse diventare un buon giocatore, nulla di più. Probabilmente all’estero, da straniero, ha avuto più spazio e sentito più responsabilità, crescendo come uomo, trovando fiducia in sè stesso, quella che a Milano con gli scarsi minutaggi a disposizione faceva fatica a trovare.

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